14 Maggio 2017

DIOS ES DEL LAZIO!!!!
di Stefano Greco

Non ho il dono della sintesi, amo scrivere e quando si tratta di mettere nero su bianco le emozioni divento come un fiume in piena, inarrestabile. E per aprire quella diga, a volte basta una foto, una data. Ci sono molti modi per raccontare quel 14 maggio del 2000, quella giornata incredibile, forse la più incredibile nella storia del calcio italiano e che resterà per sempre impressa nella memoria di chi l’ha vissuta come un tatuaggio sul cuore. Lo faccio raccontando il mio 14 maggio, spogliandomi completamente dai panni del giornalista per indossare semplicemente quelli del tifoso. Perché dentro ogni giornalista è nascosto un tifoso, quindi non credete a tutti quelli che vi raccontano che i giornalisti non tifano per nessuna squadra o che, comunque, la professione viene prima di tutto. È una cazzata, oppure solo parte della verità. La professione è la professione, sia chiaro, ma lontano dalle telecamere nelle redazioni sportive dei giornali e delle televisioni succede veramente di tutto. A volte alla fine di un derby si sfiora anche la rissa. In qualche caso si viene addirittura alle mani, sia in redazione che in tribuna stampa. Potrei scrivere un libro solo raccontando il dietro le quinte di questo mondo, ma questa è un’altra storia…

Il giorno più lungo nella storia del calcio italiano e della Lazio, inizia con lo sguardo già proiettato al futuro. Prima di Lazio-Reggina, infatti, Sergio Cragnotti annuncia ufficialmente l’abbandono del marchio Cirio e l’accordo, a partire dalla stagione 2000-2001 con il colosso delle telecomunicazioni Siemens, un matrimonio di 3 anni che porterà nelle casse della Lazio qualcosa come 50 miliardi (quasi 26 milioni di euro…), premi e bonus esclusi. Questo accordo, fa della Lazio la società più ricca del calcio italiano per quel che riguarda i proventi da sponsorizzazione.
Mentre nella sala stampa dell’Olimpico si progetta il futuro, in Curva Nord si pensa al presente. Alle 13, gli spalti sono completamente vuoti, al posto della gente ci sono dei poster giganti con disegnati dei fantomatici spettatori. Sulla vetrata, invece, campeggia uno striscione enorme che recita: “ATTENTI, NOI SIAMO IRRIDUCIBILI! OGGI 15’, DOMANI 90’ ”. In segno di protesta, infatti, la parte bassa della Curva Nord resterà vuota per il primo quarto d’ora della sfida con la Reggina. Ma due ore prima, tutto lo stadio è vuoto, perché migliaia di tifosi della Lazio sono radunati a piazzale Flaminio, fino dentro villa Borghese, in attesa di partire per la loro marcia di protesta alla volta dello stadio Olimpico. Io, chiaramente, non mi trovo all’Olimpico per la conferenza stampa di presentazione del nuovo sponsor Siemens, ma sto a piazzale Flaminio insieme alla mia gente, fianco a fianco con gli amici con cui sono cresciuto in Curva e con gli amici d’infanzia, quelli con cui ho diviso gioie e dolori di centinaia di partite, di trasferte incredibili su campi improbabili di serie B o di cavalcate trionfali nelle capitali di mezza Europa. L’anno prima, in occasione di Lazio-Parma, il mio direttore di TMC SPORT, Fiorenzo Pompei (lazialissimo e ora responsabile di SKYSPORT 24), mi impose di restare con lui in redazione per preparare la puntata di “Goleada”. Obtorto collo, accettai di restare incollato davanti ai televisori che ci trasmettevano in diretta tutte le partite del campionato, a via Novaro, a due passi dallo stadio Olimpico dove si decideva il destino della Lazio. Ma la sofferenza accumulata in quei 90’, unita alla rabbia e alla frustrazione per quello scudetto atteso da 25 anni e perso all’ultimo respiro, mi avevano fatto maturare la decisione di vivere quel 14 maggio da semplice tifoso. Una scelta non facile, perché ero stretto tra due fuochi: da una parte il lavoro, dall’altra la famiglia, perché proprio quel giorno (quando si dice il destino…) mia moglie, romanista almeno quanto io sono laziale, compiva 40 anni. Rischiando sia il licenziamento che il matrimonio, decido di darmi alla macchia. In realtà, da Fiorenzo Pompei avevo ricevuto il via libera, anche se Massimo Caputi (romanista e collega con il quale non ho mai avuto un rapporto idilliaco) in qualità di responsabile di “Goleada” non voleva concedermi il giorno di ferie, perché per quella giornata era stata mobilitata tutta la redazione, sia per la marcia di protesta, che per la produzione della partita (eravamo noi di TMC a fornire a Stream i telecronisti e i giornalisti per le interviste a bordo campo). Ma in qualche modo, ottenni quel giorno di ferie, quindi dopo aver organizzato una mega-festa per mia moglie per la sera in un ristorante sulla Cassia con tutti gli amici, decisi di disertare il pranzo con i parenti per raggiungere gli amici e vivere la mia giornata a tutta-Lazio, con la promessa di tornare a casa finita la partita. Promessa, chiaramente, mai mantenuta, visto l’epilogo della giornata. Ma non anticipiamo i tempi.
A mezzogiorno in punto, passo a prendere il mio amico di una vita, Marco Petrini e con la mia moto ci dirigiamo verso piazzale Flaminio. Prima di uscire, prendo la sciarpa e un oggetto che per me era una sorta di feticcio: una vecchia radiolina che mi aveva regalato mia madre quando avevo inziato a fare il giornalista e che aveva una storia tutta sua. L’avevo portata per la prima volta allo stadio il 21 giugno del 1987, il giorno di Lazio-Vicenza, quello del gol di Fiorini. Quel giorno avevo il presentimento che la salvezza della Lazio non passasse solo per la vittoria con il Vicenza, ma per tanti risultati che dovevano arrivare dagli altri campi. E i fatti, purtroppo, mi diedero ragione, visto che in quella domenica si verificarono risultati quantomeno “strani”, diciamo così. Al gol di Fiorini, mentre intorno a me tutti si rotolavano per terra dalla gioia, dopo un attimo di esultanza mi rimisi con l’orecchio incollato alla radio, gridando: “Non siamo salvi, non siamo salvi”mentre i miei amici mi guardavano come si poteva guardare un matto, visto che eravamo stati a 7 minuti dalla retrocessione in serie C e quel gol di Fiorini ci aveva appena tirati fuori dall’Inferno. Dopo quella partita, la radio non l’avevo più portata allo stadio, perché lavorando ascoltare la radio poteva essere motivo di distrazione, soprattutto lontano dall’Olimpico, in stadi in cui in tribuna stampa non c’erano i televisori che ti consentivano di vedere il replay delle azioni. A TMC, io facevo l’inviato, quindi la domenica andavo in giro per l’Italia e raramente mi capitava di incrociare sulla mia strada la Lazio in trasferta. In tre anni, l’avrò fatta al massimo 4-5 volte. I miei campi nella stagione dello scudetto erano stati Venezia (in compagnia di Bruno Giordano il giorno di Venezia-Inter), Perugia, Lecce (una sola volta in occasione di Lecce-Juventus), ma soprattutto Bari e Reggio Calabria, a settimane alterne. Quindi, ogni domenica per i risultati della Lazio pendevo dalle labbra dei colleghi radio-muniti o a Bari da una famiglia di medici che stava proprio dietro la mia postazione e che, conoscendo la mia fede laziale, mi comunicava i gol della Lazio o delle altre squadre impegnate nella corsa allo scudetto. Come il giorno del derby d’andata, quando a fatica mi annunciarono che la Roma era in vantaggio di 4 gol dopo appena mezz’ora… chiaramente non ci credetti neanche un attimo, quindi telefonai ad un amico che stava vedendo la partita per sapere il vero risultato. Dalla sua voce capii che non si trattava di uno scherzo.
Alla fine di quel campionato, in occasione del derby di ritorno, spedito in quel di Reggio Calabria per un Reggina-Bari che poteva suscitare in me lo stesso interesse di un film giapponese in bianco e nero con i sottotitoli in russo, decido di rispolverare la vecchia radiolina che mi aveva regalato mia madre, morta due anni prima per un brutto male proprio in quello che poteva essere il periodo più bello della mia vita, visto che avevo appena saputo che stavo per diventare padre e che la Lazio, dopo 24 anni di sofferenze mi aveva regalato un successo in Coppa Italia e una finale europea a Parigi. Prima di partire per Reggio Calabria, quindi, prendo la radio, cambio le pile e la metto nel giubbotto, indossando gli stessi abiti che avevo indossato di domenica per tutta la stagione, indipendentemente dalla temperatura. A Reggio Calabria, in tribuna stampa, fatico a trovare la frequenza giusta, e quando finalmente riesco a sintonizzarmi su “Tutto il calcio minuto per minuto” arriva la mazzata: la Roma è già in vantaggio, dopo appena due minuti. Il primo istinto, è quello di spegnere immediatamente la radio, poi lascio e, come d’incanto, uno dopo l’altro arrivano i gol di Nedved e Veron che consentono alla Lazio di vincere il derby e di riaprire il discorso-scudetto. Da quel momento, chiaramente, la radio diventa la compagna inseparabile delle mie trasferte. Mi regala la gioia della sconfitta della Juventus a Verona firmata da Cammarata durante un Bari-Roma 0-0, ma anche l’amarezza di quel gol annullato da De Santis a Cannavaro, durante un Reggina-Verona che concludo negli spogliatoi abbracciato a Cammarata, che grazie ai buoni uffici del mio amico e testimone di nozze Sergio Puglisi, all’epoca dirigente accompagnatore del Verona (poi diventerà anche presidente per qualche mese) mi regala la maglia con cui la settimana prima aveva affondato la Juventus.
Prima di volare verso piazzale Flaminio, quindi, come detto, prendo la radio e la infilo nel giubbotto. Con quasi 30 gradi, mi presento vestito come Totò e Peppino quando sbarcano a Milano alla ricerca della “Malafemmina”Marco non ride nel vedermi abbigliato in quel modo, con giubbotto e golf triplo filo di cachemire a girocollo, ma solo perché sa che quell’abbigliamento fa parte di un rito scaramantico. Perché non esiste un tifoso di calcio che non crede nella scaramanzia. In 40 anni e passa di stadio, ho visto succedere le cose più incredibili. Ma anche questo argomento forse meriterebbe un libro a parte per essere trattato bene.
Arriviamo a piazzale Flaminio mentre il corteo comincia a muovere i primi passi, invadendo via Flaminia. Non avevo mai visto in vita mia così tanti tifosi della Lazio sfilare per strada, neanche in occasione della protesta contro la Federcalcio per la retrocessione a tavolino nel primo scandalo scommesse del 1980 o della protesta del 1986 per la retrocessione in serie C poi tramutata in penalizzazione di nove punti. Per vederne così tanti, addirittura 30.000, dovrò aspettare quattro anni, in occasione della marcia della speranza, con la Lazio senza guida e sommersa dai debiti. Ma torniamo al 14 maggio… La piazza è stracolma e la gente arriva fin dentro villa Borghese. In cima al corteo c’è una bara nera di polistirolo con due lapidi che annunciano la morte del calcio. Il corteo muove i primi passi verso le 13.00, con la gente affacciata alle finestre che applaude e i palazzi colorati da bandiere della Lazio listate a lutto. Io e Marco ci mettiamo in testa al corteo, a bordo della moto. Incontro gli amici di stadio di una vita, durante il tragitto mi tornano in mente decine e decine di trasferte, di vittorie e di sconfitte: come un film mandato a velocità folle, rivedo i flash di più di 30 anni di calcio, da quel Lazio-Lecco del 12 febbraio del 1967 (ventesima giornata di serie A, 2-0 per la Lazio gol di Morrone e Maggioni, il giorno della mia prima volta) fino alla finale d’andata di Coppa Italia con l’Inter di un mese prima: più di mille partite viste e vissute, di emozioni conservate come un tesoro prezioso, che riaffiorano nei momenti importanti. All’improvviso ripenso a un giorno di maggio del 1999, dopo il disgraziato pareggio di Firenze, quando solo a casa, mentre vedo per l’ennesima volta in dvd il finale di “Febbre a 90”, sento un groppo alla gola e le lacrime che scendono, irrefrenabili, assistendo alla scena della festa dei tifosi dell’Arsenal dopo quello scudetto vinto in modo incredibile. E’ un film, è vero, ma è anche il racconto fedele di una storia realmente accaduta, quindi mi chiedo: “Perché a noi non può succedere una cosa del genere?”
Lungo il corteo non vedo facce rassegnate, anzi. Vedo gente arrabbiata ma convinta che questa volta il finale sarà diverso da quello vissuto un anno prima. A dire il vero, dentro ognuno di noi quel giorno c’era la convinzione mista a speranza di andarci a giocare lo scudetto allo spareggio: per dimostrare sul campo quanto in quel momento eravamo più forti di quella Juventus, per vivere una o due sfide indimenticabili. Nessuno di noi quel 14 maggio parlava di scudetto. L’idea di poter vincere il titolo quella domenica non sfiorava la mente neanche del più ottimista dei tifosi laziali. Così come nessuno di noi immaginava che di li a poco avrebbe vissuto la domenica più incredibile nella storia del calcio.
Il corteo marcia lento, per evitare di arrivare troppo presto nei pressi dell’Olimpico. Nessuno vuole entrare prima dell’inizio della partita, per rispettare la decisione di lasciare mezzo vuoto lo stadio nel primo quarto d’ora. Io e Marco, con la moto, lasciamo il corteo e andiamo verso l’Olimpico, parcheggiamo la moto rigorosamente al solito posto, dentro lo stadio dei Marmi e ci dirigiamo verso i botteghini per ritirare i biglietti prenotati via internet. Ne ho preso uno in più. Ritiro i biglietti di Tribuna Tevere (il mio rifugio in occasione dei grandi eventi, dallo scudetto vinto nel ’74 alla Coppa Italia vinta nel 1998) e vedo un ragazzo disperato, perché ai botteghini non ci sono più biglietti. Senza pensarci due volte, mi giro e gli dico: “Tieni, ne ho uno in più”Lui mi guarda perplesso e mi chiede quanto voglio, poi resta di sasso quando gli rispondo: “Non voglio niente, vai e goditi la giornata”Un gesto senza senso, lo so, che lascia perplesso anche Marco. Ma in quel momento non me la sono sentita di chiedere soldi per quel biglietto. Non navigavo nell’oro, ma guadagnavo bene, avevo una figlia, una donna stupenda e un lavoro che in quel momento mi dava grandi soddisfazioni. Non potevo chiedere di più. Anzi, sì, potevo chiedere una sola cosa: poter vivere anche io quel finale descritto da Nick Hornby in “Febbre a 90”poter indossare i panni di Paul Ashworth, il protagonista, splendidamente interpretato in quel film da uno straordinario Colin Firth.
A piedi ci incamminiamo verso il ponte Duca d’Aosta, un percorso fatto centinaia di volte visto che dal 1970 al 1996 ho abitato a via del Vignola, a un chilometro dallo stadio, talmente vicino all’Olimpico da poter sentire con le finestre del salone aperte i cori dello stadio (quando il vento soffiava da Nord verso Sud) o i boati che accompagnavano i gol. Quando arriviamo al ponte, guardo l’orologio e mi accorgo che sono quasi le 15. Proprio nel momento in cui Lazio e Juventus scendono in campo per l’ultimo atto di questo campionato, sul ponte, sull’altro lato del Tevere, spunta la testa del corteo, che si allarga fino a occupare in orizzontale tutto il ponte. Un mare colorato di gente che si avvicina verso lo stadio, che invece di occupare gli spalti dell’Olimpico sta in strada a protestare, ad ulteriore conferma dell’assurdità del momento che stavamo vivendo.
Varcando i cancelli, ci accorgiamo che anche in Tribuna Tevere tantissima gente sta fuori, riparata all’ombra, in attesa delle 15.15, ora fissata per l’ingresso sugli spalti. E quando entriamo, scorgiamo lo stadio mezzo vuoto, con la Curva Nord che si riempie all’improvviso e con un boato che accoglie quella bara nera che viene collocata al centro della vetrata della Nord. In questa atmosfera surreale, da film, Lazio e Reggina si stanno affrontando in campo, tra il disinteresse generale. Il tempo di trovare i posti e di accendere la radio e l’Olimpico ha un sussulto. Al 33’, Borriello indica il dischetto: rigore. Sfruttando l’assenza di Mihajlovic, Simone Inzaghi si impossessa del pallone e batte Taibi, segnando il 7° gol in campionato, il 19° di quella stagione (9 in Champions e 3 in Coppa Italia).  La Lazio aggancia la Juventus in vetta alla classifica, ma nessuno ci fa caso. Quattro minuti dopo, Borriello fischia un altro rigore a favore della Lazio, per un fallo inesistente su Pancaro. Sembra il classico regalo di compensazione, quasi un’elemosina dopo lo scempio della settimana prima in occasione di Juventus-Parma. La reazione dei 70.000 dell’Olimpico è rabbiosa. Da ogni settore dello stadio parte un coro “buffoni, buffoni” e altri cori irripetibili contro la Lega e la Federcalcio. Poi una bordata di fischi. La contestazione si placa quando Veron prende la rincorsa e batte per la seconda volta Taibi. Da quel momento in poi, con la vittoria della Lazio messa al sicuro, per i 70.000 dell’Olimpico inizia l’altra partita, quella che si gioca a 200 chilometri di distanza, a Perugia, da vivere attaccati alle radio (per chi c’è l’ha, come me) o addirittura cogliendo l’espressione di chi ascolta la radio, per chi ha deciso di non portarla. Ogni smorfia di chi ha la radio incollata all’orecchio viene studiata, quasi vivisezionata. Ma da Perugia non arriva nessuna notizia. La Juventus attacca, ma senza pungere. E alla fine del primo tempo, la classifica dice: Juventus e Lazio, punti 71. Al momento, sarebbe spareggio, ma nessuno si illude più di tanto. In tutti noi, infatti,  serpeggia il timore che nel secondo tempo possa succedere qualcosa di strano, che la beffa sia nuovamente appostata dietro l’angolo.
E all’inizio del secondo tempo, i timori diventano realtà. Su Perugia si è scatenato un vero e proprio nubifragio. Dalla radio arriva la notizia che il campo è allagato e che la pioggia ha invaso anche gli spogliatoi del Curi. I giocatori della Lazio sono pronti a rientrare in campo, ma il responsabile della Lega non da il via libera a Borriello per l’inizio del secondo tempo. Per regolamento, infatti, Lazio e Juventus devono iniziare la partita in contemporanea. Inizia, quindi, una lunghissima attesa. Per oltre 20 minuti, Felice Pulici e i dirigenti della Lazio stanno in collegamento con i vertici della Lega e della Federcalcio per decidere che cosa fare. A Perugia, Collina ha deciso di aspettare. Il campo è ancora impraticabile, ma lui si prende la responsabilità di aspettare e vedere che succede. Cammina su e giù per il terreno di gioco inzuppato d’acqua, accompagnato da un addetto con l’ombrello e dai due capitani. Prova ovunque, ma la palla non rimbalza. Conte, Ancelotti e i dirigenti della Juventus chiedono a gran voce la sospensione della partita, per poter ricominciare da zero e per avere due tempi a disposizione per realizzare quel gol che varrebbe lo scudetto: ma Collina non ne vuole sapere.
A Roma, dopo 20 minuti d’attesa, anche per motivi di ordine pubblico si decide di riprendere. Sono le 16.20! Cinque minuti dopo, a Perugia Collina prova nuovamente a far rimbalzare il pallone sul campo, ma senza successo. Si aspetta. A Roma invece si gioca e alle 16.34 arriva il terzo gol della Lazio. La firma è ancora una volta quella di Diego Pablo Simeone, lo schema è sempre lo stesso: punizione da trequarti di campo di Veron e colpo di testa del “cholo” che non lascia scampo a Taibi. La partita scivola via lenta, senza sussulti, fino alle 16.49, quando Sven Goran Eriksson richiama in panchina Roberto Mancini per concedergli la passerella finale. Per il“Mancio” è l’addio al calcio giocato dopo vent’anni di carriera e di successi. Si accomoda in panchina, poi con la mano risponde al saluto della gente. La Curva Nord lo chiama a gran voce e Attilio Lombardo decide di dar vita a uno dei tanti show che lo hanno reso famoso. Fa alzare Mancini, se lo carica sulle spalle e va di corsa con il “Mancio” in groppa fino sotto la Nord, accompagnato dal boato della gente e dai cori della Curva. Nessuno si interessa di quello che accade sul rettangolo di gioco, almeno fino alle 17.02, quando un fischio viene interpretato come la fine della partita. La gente, assiepata a bordo campo, invade il terreno dell’Olimpico a caccia di trofei. I giocatori vengono letteralmente spogliati e faticano a trovare la via degli spogliatoi. Ma Borriello fa rientrare tutti in campo, perché mancano da giocare ancora 6’. Lo speaker dell’Olimpico cerca di convincere i tifosi a sgombrare il terreno di gioco, ma inutilmente. In questo scenario da film, io sto attaccato alla radio, perché da Perugia arriva la notizia che nel giro di pochi minuti potrebbe riprendere la partita. Alle 17.08, si torna a giocare all’Olimpico, con alcuni giocatori che scendono in campo in mutande, altri con la maglia girata. Una comica. Alle 17.12, arriva l’annuncio ufficiale da Perugia: si gioca, proprio nel momento in cui Borriello chiude definitivamente la farsa dell’Olimpico. Alle 17.14, con i tifosi della Lazio che invadono definitivamente il campo, impossessandosi del terreno di gioco dell’Olimpico mentre i giocatori si rifugiano definitivamente negli spogliatoi, Collina a Perugia fischia l’inizio del secondo tempo. E a Roma, si gioca la partita più surreale della storia del calcio, in differita, guardando il campo e stando con la mente a 200 chilometri di distanza, dove si decide il destino della Lazio e l’assegnazione dello scudetto.
Mentre lo speaker dell’Olimpico annuncia che la società si sta attivando per mandare in diretta sui maxi-schermi le immagini di Perugia-Juventus, Riccardo Cucchi da Perugia da la notizia che nessun laziale in cuor suo sognava di ricevere: GOL DEL PERUGIA. Come un’onda, la notizia arriva all’Olimpico, provocando un boato che monta di secondo in secondo e che dura un’eternità. Mi ritrovo per terra, soffocato dall’abbraccio di Marco e sommerso da gente mai vista prima in vita mia. Perdo la radio e la ritrovo miracolosamente intatta a due metri da me. Mi metto seduto per cercare di capire chi ha segnato, mentre sul tabellone dell’Olimpico compare la scritta PERUGIA-JUVENTUS 1-0, CAPPIOLI. In realtà, per uno strano scherzo del destino, l’uomo della Provvidenza è Calori. Sì, proprio lui, il giocatore indicato da molto come il “pentito” che aveva confessato ad Ormezzano l’intreccio di combine organizzate alla fine della stagione precedente per salvare il Perugia con una giornata d’anticipo e per portare il Milan alla conquista dello scudetto.
All’Olimpico, intorno a me, succede di tutto. Ognuno ha la sua piccola scaramanzia. C’è gente che prega, gente che cammina su e giù in modo nervoso, gente che si tiene la testa tra le mani, gente che ti fissa per capire da ogni piccola smorfia che cosa sta succedendo a Perugia e gente rimasta come paralizzata nella stessa posizione in cui stava nel momento del gol di Calori. La Lazio non ottiene il permesso per mandare sui maxi-schermi la partita di Perugia, ma alle 17.45 gli altoparlanti dell’Olimpico diffondono la voce inconfondibile di Riccardo Cucchi, che diventa all’improvviso il grande protagonista di quell’assurda domenica. Migliaia di persone pendono dalle sue labbra, sussultano ogni volta che la Juventus si porta dalle parti di Mazzantini, esultano per ogni tiro bianconero che finisce tra le braccia del portiere o sul fondo. La tensione cresce di secondo in secondo. Qualcuno non regge e viene portato via in ambulanza. Il terreno di gioco dell’Olimpico è completamente ricoperto di tifosi che si muovono in modo nervoso o che stanno immobili, con la testa tra le mani, pregando e sperando che il destino beffardo non ci metta un’altra volta lo zampino per rovinare un finale che si annuncia tanto imprevisto quanto meraviglioso. Anche gli spalti sono stracolmi, perché sono stati aperti i cancelli dello stadio e migliaia di persone si sono riversate dentro lo stadio per vivere l’ultimo atto di quell'incredibile giornata.
Nel ventre degli spogliatoi, intanto, i giocatori della Lazio seguono in postazioni improvvisate la partita. Cragnotti decide di restare al suo posto in Tribuna Autorità, circondato da amici, parenti e semplici tifosi che hanno invaso anche quella zona. Gli ultimi minuti, si trasformano in un vero e proprio calvario. Mi rendo conto che mi trema una gamba per la tensione, che ho dolori ovunque per quella posizione assurda in cui sto seduto, ma per nulla al mondo cambierei posizione, perché se segnasse la Juventus non me lo perdonerei. E’ follia, lo so, ma solo chi è veramente tifoso può capire fino in fondo che cosa passava nella testa mia e di tanti laziali in quel momento. Ci sentivamo partecipi di un qualcosa di incredibile e con i nostri piccoli gesti scaramantici siamo tutti convinti di portare il nostro piccolo mattoncino, il nostro piccolo ma determinante contributo alla causa.
Le parole di Riccardo Cucchi scorrono veloci, con un ritmo forse superiore all’andamento dell’incontro. La tensione cresce con il passare dei minuti e l’annuncio dell’entità del recupero (5 minuti) viene accolto con un coro di disapprovazione, con fischi figli dello stress, della tensione di chi non ce la più ad aspettare, di chi teme di veder nuovamente strozzato in gola quell’urlo di liberazione. Prima della partita, tutti avremmo pagato qualsiasi cifra per trovarci a 5’ dalla fine del campionato a pari punti con la Juventus, con la possibilità di giocarci il titolo faccia a faccia con i bianconeri allo spareggio. Ma in quel momento, con lo scudetto ad un passo, lo spareggio verrebbe visto da tutti come una beffa, come l’ennesimo scherzo del destino. Ma lo “stellone” in quel momento vigilava su di noi, con Sandro Petrucci che lo aveva “inventato” e con tutti i laziali che non c’erano più a spingere per portare quel triangolino tricolore sulla maglia della Lazio. A Perugia, Collina decide di allungare di un minuto il recupero, tra le proteste e gli insulti di tutto l’Olimpico. La voce di Riccardo Cucchi cresce d’intensità nel raccontare quegli ultimi istanti e quegli ultimi secondi di quella radiocronaca resteranno per sempre impressi nella mia mente e in quella di decine di migliaia di tifosi laziali:
“Superato da 40 secondi il 50’ si continua a giocare. Collina sta osservando il suo cronometro. Palla a terra, calcio di punizione in favore del Perugia: lo batte Calori, appoggiando all’indietro a Mazzantini, disturbato da Filippo Inzaghi. Mazzantini sta per effettuare il calcio di rinvio, la palla è a terra. La rincorsa da parte di Mazzantini: batte con il destro, la palla si alza, ricade oltre il cerchio del centrocampo, lo stacco di testa di Melli, poi Davids per l’ultima azione, forse, per la formazione bianconera, L’appoggio in avanti per Del Piero. Lo scatto di Del Piero reso vano dalla velocità del pallone che esce dal campo. Rimessa con le mani per il Perugia: è difficile effettuarla perché il campo per destinazione è presidiato dai tifosi. Cerca spazio adesso il giocatore del Perugia per effettuare la rimessa laterale, lo trova Esposito, si porta sulla linea bianca, batte poi servendo in avanti il pallone per il rinvio effettuato da Calori. La palla viene inseguita da Davids nel cerchio di centrocampo: il duello tra Davids e Tedesco…. La palla sulla destra per Esnajder. Inzaghi, spalle alla porta cerca la triangolazione con Esnajder, entra in area di rigore. E’ chiuso però dal difensore della squadra perugina Materazzi…. Mentre in questo istante Collina dichiara concluso il confronto: sono le 18 e 4 minuti del 14 maggio del 2000….. La Lazio è Campione d’Italia 1999-2000…. La Juventus è stata battuta per 1-0 a Perugia dalla squadra di Carletto Mazzone. Linea all’Olimpico”.
E all’Olimpico, più di 70.000 persone esplodono in un boato interminabile, in un urlo di liberazione, sfogando frustrazione, rabbia e tensione accumulati in anni, decenni di sofferenza. Mi ritrovo nuovamente sommerso dall’abbraccio di Marco, ci stringiamo fino quasi a soffocarci in quell’abbraccio, mentre intorno a noi il mondo impazzisce e tutto gira in mondo vorticoso. Mi stacco dall’abbraccio e d’istinto prendo la radio che mi aveva accompagnato in tutti quegli anni, in quelle ultime indimenticabili settimane e in quelle ultime interminabili ore e la sbatto in terra, frantumandola in mille pezzi. Un gesto senza logica, lo so, ma dentro di me sentivo come se quell’oggetto avesse oramai esaurito il suo compito. Corro impazzito di gioia per la Tribuna Tevere, per primo incrocio quel ragazzo  a cui avevo regalato il biglietto. Mi abbraccia ripetendo “grazie Ste, grazie, mi hai regalato la più grande gioia della mia vita”. Lo abbraccio come si abbraccia un fratello, perché questa è la magia del calcio. Ti trovi ad abbracciare gente mai vista prima, persone completamente diverse da te che probabilmente non degneresti neanche di uno sguardo se le incontrassi per strada o in ascensore, ma che in quel momento, solo perché sono lì e hanno la tua stessa fede, consideri quasi dei fratelli di sangue. Corro alla ricerca delle due persone che mi hanno fatto diventare laziale,  portandomi per la prima in questo stadio e in questa tribuna quando ancora non avevo 5 anni: mio padre e mio zio Bruno. Li raggiungo, ci abbracciamo piangendo e in quel momento il pensiero va a chi non c’è più: a mio zio Giorgio, l’altro fratello di papà, ma soprattutto a mia madre. Lei, romanista vera, in quell’istante avrebbe pianto di gioia insieme a me, condividendo la mia felicità. Così come io piansi per lei il giorno dello scudetto della Roma quando la andai a prendere all’aeroporto di ritorno dalla trasferta di Genova. Così come la sera del 30 maggio del 1984, tornando a casa dopo aver festeggiato con gli amici rispettai in silenzio il suo dolore per quella sconfitta con il Liverpool ai rigori nella finale di Coppa dei Campioni. Perché solo chi ha sofferto, può capire e condividere il dolore quasi lacerante di quei momenti: una condivisione che porta anche a superare barriere ideologiche e sportive. Me la ricordo, rannicchiata in quel letto, con le guance solcate da due lacrime. Non ci dicemmo niente, parlammo con gli occhi, come facevamo spesso, poi la baciai in fronte e mi diressi in camera mia, in silenzio. In quel momento in cui festeggiavo lo scudetto, probabilmente, lei non mi avrebbe detto niente: mi avrebbe abbracciato con le sue braccia esili ma al tempo stesso forti, ed avremmo pianto insieme, uniti come eravamo da un cordone ombelicale che non si era mai del tutto staccato.
Mentre gli altoparlanti dell’Olimpico mandavano a tutto volume gli inni della Lazio di Tony Malco e Aldo Donati, dal campo alle tribune saliva quel coro che pochi mesi prima ci eravamo sentiti cantare in faccia dentro quello stadio dai tifosi del Milan e che per mesi avevamo sognato di poter intonare: “Siamo noi, siamo noi, i Campioni dell’Italia siamo noi….” 
Un coro più urlato che cantato, con le vene del collo gonfie e con la voce sempre più roca. Nella bolgia, ritrovo Marco e mi rendo conto che è tardissimo, che a casa mi aspettano, ma non ce la faccio a lasciare lo stadio, ad abbandonare il teatro per perdermi uno spettacolo sognato e atteso da più di un quarto di secolo. Provo a chiamare, ma i ripetitori sono sovraccarichi e i telefoni sono tutti in tilt. In Tribuna d’Onore, si affacciano i giocatori, completamente nudi, che sventolando bandiere della Lazio, del Cile, dell’Argentina e della Serbia, cantano e ballano impazziti in mezzo alla gente, scaricando anche loro la tensione accumulata in quei mesi in cui la Lazio era passata più volte dall’Inferno al Paradiso e viceversa. Ma ora che tutto era finito, ora che GIUSTIZIA ERA FATTA, tutto quello che era successo in quei mesi e soprattutto in quell’ultima settimana era sparito, come cancellato da un colpo di spugna arrivato dall’alto o dalla pioggia “purificatrice” di Perugia. La celebrazione della morte del calcio all’improvviso si era trasformata in una festa, ennesimo paradosso di quella giornata, di quella stagione talmente assurda da sembrare a distanza di dieci anni quasi irreale. Invece, era successo per davvero, anche noi avevamo vissuto il nostro “Fever Pitch”, ancora più bello di quello raccontato da Nick Hornby.
Il titolo più giusto per descrivere quella giornata, quello che era successo quel giorno sull’asse Roma-Perugia, è quello che lessi il giorno dopo in rassegna stampa sul quotidiano spagnolo  Mundo Deportivo, che a tutta pagina recitava a caratteri cubitali:
DIOS ES DEL LAZIO, DIO E’ DELLA LAZIO.




Accadde oggi 25.09

1927 Cremona, stadio Giovanni Zini - Cremonese-Lazio 2-0
1932 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Palermo 1-1
1938 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Genova 1893 2-1
1949 Como, Stadio Sinigaglia - Como-Lazio 1-0
1955 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Atalanta 2-2
1960 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Bologna 1-3
1963 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Milan 1-1
1977 Bergamo, stadio Comunale - Atalanta-Lazio 1-1
1983 Genova, stadio Luigi Ferraris - Genoa-Lazio 0-0
1994 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Parma 2-2
2005 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Palermo 4-2

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Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 25/08/2017
 

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