12 Maggio 2017

12.5.1974: il sogno senza età del tifoso bambino...
di Gianluca Teodori

Chissà quanti l’avranno pensato, sognando ad occhi aperti QUELLA squadra che cambiò la storia della Lazio e il modo di stare al mondo di una tifoseria fino ad allora dimessa, timida, silenziosa. E allora proviamo a pensarlo ad alta voce, questo sogno da bambini che per molti ha significato uscire per un attimo dal grigio degli anni precedenti e che ha dato a tutti la forza per andare avanti dopo quel fulmine a ciel sereno che a metà degli anni Settanta ha scosso una città e che in breve è stato sepolto da lutti, sciagure e sfortune che avrebbero appesantito per decenni il cuore di chi sa di aver sposato l’idea più difficile.

Un sogno da bambini.  Ma in fondo cos’è un tifoso agli occhi dei profani se non un adulto che si emoziona come un bambino per una figurina e per due colori?  O che si arrabbia come un bambino per cose senza importanza, ma solo all’apparenza e per gli occhi dei profani? Pensiamolo ad alta voce allora questo sogno, covato forse da molti, certamente da quanti hanno mischiato la passione per la squadra a quella per lo sport. Per il calcio, o meglio per il pallone. Da chiunque l’abbia accarezzato o percosso malamente. Toccato di fino o maltrattato da scarpone. Palloni qualsiasi: un Super Santos arancione e nero macchiato dal grasso delle auto in un cortile. O un ruvido, durissimo Telstar colpito fino a farsi male su un campo spelacchiato. Con un paio di scarpini di allora, neri sbiaditi o ingrassati, con tredici tacchetti un po’ consumati. Cose che sembrano lontane un’era geologica rispetto ai colori e al materiale calcistico di oggi. Pensiamolo ad alta voce il sogno che abbiamo fatto più volte. Interrotto magari sul più bello.

Il sogno, è quello di giocare una partita con LORO. Siamo in una stanza dell’Americana Hotel, chilometro 13 della Statale Aurelia. Il non luogo di oggi che in quel 1974 era l’ accampamento della legione pronta alla battaglia. Davanti a noi c’ è il Maestro, che impartisce le ultime direttive sulla partita. Cambio d’immagine, saliamo su un pullman spartano ma che per l’ epoca non manca di confort e come in tutte le comitive chiassose i posti in fondo sono i più ambiti. Lì solitamente si fa casino. Lì c’è il salottino con il tavolo tondo al centro riservato a Giorgio Chinaglia e al suo clan. Il sogno, per chi non l’ ha ancora capito, è giocare, un giorno, con la propria squadra del cuore. Giocare nella propria squadra del cuore. Giocare nella Lazio, in QUELLA Lazio. Il tifoso bambino sognatore si accontenta di poco, e per una domenica si prende una maglia, per sostituire uno degli eroi stranamente infortunato. Scrivo stranamente, perché gli eroi in fondo nel nostro immaginario sono immortali e quindi non si fanno mai male. Quindi il tifoso bambino sogna altro, sogna che uno degli eroi si è fatto squalificare. Ad esempio, mi viene in mente Sergio Petrelli che si è sgomitato con Benetti. Cioè, vogliamo parlarne? El Pedro ha rifilato un cazzotto a Benetti, il più duro dei duri del campionato italiano. Ha fatto vedere che razza di attributi porta a spasso, El Pedro, il pistolero della squadra. E allora facciamo che il Maestro, dopo averci catechizzato con le sue benevole raccomandazioni, ci ha  dato quella maglia numero 2, forse la più umile nella scala canonica che allora va da 1 a 11.  Il tifoso bambino sognatore si accomoda in un angolo, per lui è già un sogno essere dentro quello spogliatoio e non chiede altro che una maglia, anche la più anonima.

Il pullman scende da Piazza Irnerio, imbocca via Baldo degli Ubaldi e passa sotto l’attico di Chinaglia, che siede nel salottino dietro e gioca a carte con Oddi e Facco. Brontola Long John e ogni tanto si volta per cercare con lo sguardo l’imberbe esordiente. Lo squadra, per capire se è da Lazio. Da QUELLA Lazio. Lo stesso fa il Capitano, con lo sguardo un po’ miope dietro le lenti azzurrate dei Rayban da vista, per l’epoca una raffinatezza senza fine. Il Capitano lo scruta e lo soppesa senza farsi scoprire. Mente tagliente, scambia con Giorgio sguardi che parlano e dicono: “Chissà se è da Lazio questo qui?”. È il trattamento riservato a chiunque entri nel gruppo. Intanto Frustalupi e Garlaschelli sorridono e scherzano ad alta voce. “Bombardino” Nanni si concentra da solo e Felice fa lo stesso. Gigi il Comandante e Cecco parlano e sghignazzano a bassa voce. Vincenzino “cazzeggia”, come al solito. Intorno al pullman qualche tifoso schiamazza, applaude, urla qualcosa che da dentro non si capisce bene. Recchia, al volante, con Gigi Bezzi e Renato Ziaco vicino al Maestro, guida sicuro nel traffico di Circonvallazione Trionfale e approda all’Olimpico. E ora, da qui in poi ognuno scrive il suo sogno. Nello spogliatoio c’ è un po’ di casino e il Maestro con voce roca richiama l’attenzione di tutti. Giorgio sta da solo sul lettino e si affida alle abili mani di Trippanera, il massaggiatore. La recluta, cioè il tifoso-bambino-sognatore, indossa quella divisa commovente nella sua semplicità. I pantaloncini bianchi con l’elastico, resi candidi dai lavaggi della Sora Gina a Tor di Quinto. La maglia celeste con quel 2 bianco cucito sulla schiena. A contatto con la pelle quella strana lana pizzica un po’. Poi i calzettoni, bianchi come i pantaloncini. Niente parastinchi, roba da fighette. Non è da Lazio. Oddio, però qualcuno li mette. Tipo il Capitano, ne mette uno, solo a destra, tenuto su con i fiocchetti bianchi per non far scendere il calzettone. Lui, il tifoso-recluta-bambino-sognatore, ha capito a che serve. Il Capitano si lancia in tackle usando sempre il destro. E la sua gamba va sempre a sfiorare tacchetti avversari. Quindi, il parastinco al Capitano serve, come le lenti a contatto perché è miope e non può giocare con gli occhiali. Giorgio fa a meno dei parastinchi per la storia delle fighette, ma in compenso ha dormito con gli scarpini per farli adattare al piede e renderli più morbidi.

Un boato scuote le mura degli spogliatoi nella pancia dello stadio, mentre sul campo Pulici si fa segnare il solito rigore rituale dal Presidente Lenzini. Viene da fuori e fa tremare dentro, ma il Maestro assesta un’energica pacca sulle spalle al nuovo venuto, per trasmetterli un po’ della sua saggezza e della sua tranquillità. Da qui in poi, ognuno può scrivere o chiudere gli occhi e immaginare il suo sogno. Il mio si è sempre fermato qui, al momento di entrare sul terreno di gioco e non importa se l’avversario si chiama Roma, Napoli, Juventus o solo Foggia, il nome conta poco. Il mio sogno si è sempre fermato qui per la devozione verso gli idoli che ti impone di non profanare le immagini e ti fa fermare un attimo prima. Ma stavolta provo ad andare avanti. Dopo qualche minuto dal fischio di avvio di Concetto lo Bello, il “2” scende sulla fascia dopo aver ricevuto palla grazie alla chiusura perfetta di Wilson; alza gli occhi, cerca Frustalupi a centrocampo, mentre intorno sono partite le frecce: Cecco si allarga, Martini punta al centro e si porta dietro l’uomo. Il “2” si ritrova così inspiegabilmente libero, ed è un attimo: trova il fondo e converge mentre Long John si strattona e si libera del suo marcatore. La sveglia non suona ancora, l’alba può attendere e il sogno deve continuare, perché Giorgio chiama la palla e il “2” non può sbagliare. Ecco, se devo sognare di giocare con la Lazio, con QUELLA Lazio, non sogno il gol e la corsa sotto la curva, io sogno l’assist vincente a Giorgio Chinaglia. Sogno il suo abbraccio e il suo ringraziamento. Tipo l’inchino che fece a Petrelli a Napoli. Tipo l’applauso a D’Amico contro il Bologna. Sogno di non aver paura perché accanto a loro niente e nessuno può far paura al tifoso-sognatore-bambino. Nemmeno il più ruvido degli avversari: da Rimbano a Benetti, da Burghich a Ferrini. Prima che la sveglia suoni, Chinaglia fa in tempo a buttarla dentro. E ora il sogno può anche morire alle prime luci dell’alba, perché Giorgio vive per il gol. Giorgio ha “fatto go” ed è felice. È  la sua vita, e quanto vorremmo che fosse ancora qui per viverla insieme a noi questa vita. Anche se in fondo è sempre con noi, forse ancora più di prima.

Ecco perché il 12 maggio, quest’anno, è più 12 maggio di sempre, come quel 12 maggio 1974, il giorno del primo scudetto. Perché è un sogno che, a dispetto di tutte le sveglie che suonano e di tutte le albe del mondo, per noi, non muore e non morirà mai.




Aspettando lo sponsor da:

PERSI: 39.776.000 €

Accadde oggi 25.05

1924 Campo Oncino, Torre Annunziata - Savoia-Lazio 1-3
1930 Padova, stadio Silvio Appiani - Padova-Lazio 2-1
1941 La Spezia, stadio Alberto Picco - Spezia-Lazio 2-5
1942 Muore a Roma Odoacre Aloisi, uno dei nove Fondatori della S.P. Lazio
1947 Milano, stadio San Siro - Milan-Lazio 0-0
1952 Bologna, stadio Comunale - Bologna-Lazio 2-4
1958 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Verona 4-0
1969 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Reggina 0-0
1986 Roma, stadio Olimpico – Lazio-Cremonese 0-0

Video

DI PADRE IN FIGLIO
di Andrea Zandera

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 14/04/2017
 

64.378 titoli scambiati
Chiusura registrata a 0,638
Variazione del +0,71%