11 Maggio 2017

I laziali e la lezione di Sir Alex...
di Stefano Greco

Sabato 5 novembre del 2011, la sala stampa dell’Old Trafford è stracolma, perché l’evento è di quelli che profumano di storia. Contro il Sunderland, Sir Alex Ferguson ha festeggiato le sue nozze d’argento con il Manchester United: 25 anni di matrimonio tra l’allenatore più vincente nella storia del calcio mondiale e un club che, grazie a lui, è tornato nel Gotha del calcio europeo dopo anni di buio e di anonimato. Tutti pendono dalle labbra di Sir Alex, per registrare sensazioni, pensieri ed emozioni di un quarto di secolo passato sulla panchina dei Reds: anni di successi, di grandissimi trionfi e di pochissimi insuccessi. E visto che delle vittorie è facile parlare e te le ricordi tutte, perché sotto gli occhi hai l’albo d’oro con tutti i trofei conquistati, un collega decide di parlare delle sconfitte, quelli brucianti, quelli che lasciano il segno dentro ma poche tracce sugli almanacchi. Il giornalista si alza in piedi e in un misto di referenza e titubanza chiede: “Sir Alex, lei ha vinto tutto quello che c’era da vincere, è l’allenatore più vincente di tutti i tempi del calcio mondiale, ma guardando indietro avrà anche dei rimpianti. Potrebbe elencarmi tre grandi rimpianti di questi 25 anni di carriera da allenatore del Manchester United?”

Sir Alex si ferma un attimo a pensare, poi risponde lasciando a bocca aperta tutti o quasi i presenti: “Ho vinto tantissimo, addirittura 12 volte la Premier League e in totale più di 30 trofei, ma quel titolo perso nel 1998 dopo aver sprecato addirittura dieci punti di vantaggio sull’Arsenal, è il rimpianto più grande relativo al calcio inglese. In generale, il rimpianto maggiore è non aver battuto la Lazio ad agosto del 1999 nella finale di Supercoppa Europea a Montecarlo, perché in quel momento quella di Eriksson era la squadra più forte del Mondo. Tra i giocatori, ne ho allenati di grandissimi, ma ho il rimpianto di non aver mai potuto allenare Paul Gascoigne che, giocando con me nel Manchester United avrebbe vinto quasi sicuramente il ‘Pallone d’Oro’, ma anche di non aver convinto paolo Di Canio a venire a Manchester. Altri grandi rimpianti, non ne ho”.

Ho deciso di ritirare fuori questa storia oggi, non tanto e non solo per rendere nuovamente omaggio al più grande allenatore di tutti i tempi, che proprio in questi giorni di maggio di 5 anni fa dopo aver conquistato l’ennesimo trofeo della sua carriera ha deciso di dire basta e con grandissima umiltà ha scelto di ritirarsi e di accomodarsi dietro le quinte per non far pesare la sua presenza sui suoi successori. Ho deciso di ritirare fuori questa dichiarazione di Ferguson per far capire ai troppi laziali che ancora pensano che la Lazio non possa aspirare a nulla di meglio dell’attuale padrone e di quello che abbiamo oggi, perché nella storia a parte la lunga parentesi cragnottianna abbiamo vinto poco, che la storia dice altro. Ma, soprattutto, che la storia si divide in capitoli, in ere… E che in quella del calcio moderno, iniziata negli anni novanta con l’ingresso delle televisioni e degli sponsor che hanno stravolto tutto, la Lazio è una grandissima realtà: sia in Italia che in Europa. Dal 1998 a oggi abbiamo collezionato tre finali europee (due vinte) e uno scudetto, abbiamo alzato al cielo altri otto trofei in Italia (5 Coppa Italia e 3 Supercoppa d’Italia) e il 17 maggio proveremo ad alzare il nono. In pochi in Italia hanno vinto così tanto in questo ventennio. Ma, soprattutto, dagli anni novanta in poi nella Lazio sono sfilati grandissimi campioni, se non il meglio quasi del calcio Mondiale.

Basta fermarsi, rileggere le parole di Sir Alex Ferguson e riflettere. Tra i rimpianti della carriera di uno che ha vinto tutto, lui ha nominato due squadre e due giocatori. Quei due giocatori hanno indossato entrambi la maglia della Lazio e le due squadre citate sono l’Arsenal e la Lazio. A chi pensa che la Lazio debba restare per forza di cose confinata all’interno del raccordo anulare, che non possa aspirare a niente di meglio che sopravvivere o vivere di eventi casuali perché al vertice è guidata da un personaggio che fa da sempre dell’improvvisazione e della navigazione a vista il suo stile di vita, io vorrei rispondere non con i sogni o con frasi fatte, ma con le parole del più grande allenatore di calcio di tutti i tempi.

Io sono diventato della Lazio non perché la Lazio era un club che vinceva, ma perché mi sono identificato in un ideale, in uno stile di vita. Perché essere laziali significava non piegare mai la testa neanche nei momenti peggiori, spinti dall’orgoglio e dalla forza dei sogni. Perché essere laziali significava andare realmente oltre i risultati e i successi, significava giudicare, amare o contestare indipendentemente dal fatto se si vinceva o si perdeva. Ci siamo sempre vantati di essere “diversi” dagli altri, di avere una storia ma anche una cultura diversa, ma quella nostra caratteristica in questi ultimi anni ha lasciato il passo quasi all’apatia, alla rassegnazione e all’omologazione. Siamo diventati come tutti gli altri. Se la squadra vince allora tutto va bene, anche imitare gli struzzi per non vedere cose che sono evidenti o giocare a fare le tre scimmiette. Oppure, in qualche caso, addirittura a dipingere come “eretico” o come gufo portatore di sventura chi ha conservato inalterato lo spirito critico che una volta ci caratterizzava e ci rendeva diversi da tutti gli altri. Le cose vanno male? Allora si torna a contestare e si rimette tutto in discussione, quasi negando di aver mai detto prima che tutto andava bene. Non mi riferisco a qualcuno in particolare, perché oramai la cosa è talmente diffusa che sarebbe anche ingiusto fare nomi e cognomi. Ma, soprattutto, perché non ho mai amato quelli che si ergono a giudici e puntano l’indice accusatorio verso gli altri. Ed, infine, perché sono dell’idea che queste guerre intestine o questi regolamenti di conti interni alla fine servano a poco. Anzi, che siano più dannosi che produttivi.

Non ho una ricetta per uscire da questo loop o da questo torpore. Anzi, l’avrei, ma so benissimo che la cura per tornare quelli di una volta sarebbe durissima da far digerire a tanti, quindi quasi utopistica. Ma ho visto che in questi mesi in tanti hanno deciso che la nostra storia non ci consente di aspirare a nulla di meglio e per essere credibili oltre al loro pessimismo cosmico (sul fatto che non cambierà mai nulla) ci sbattono sempre in faccia un passato fatto di stenti e poche soddisfazioni, allora ho deciso anche io di tirare fuori qualcosa del recente passato per rinfrescare la memoria a certa gente, per capire a chi non vuol capire o vedere che, a volte, i peggiori nemici della Lazio siamo proprio noi. Soprattutto quelli che ancora parlano (quasi con nostalgia) della Lazietta dei tempi andati.

Questa società ha un potenziale enorme, perché gioca in una delle 5 città più importanti del Mondo. Questa società ha un appeal enorme perché in pochi nell’ultimo ventennio (e sicuramente tra questi non c’è la Roma…) hanno fatto e vinto quello che ha fatto o vinto la Lazio. Questa società, quindi, merita di avere al timone, sul ponte di comando, un comandante vero: non uno che vuole essere considerato comandante solo perché, come Schettino, indossa una divisa con i gradi da comandante presi chissà come e grazie a chissà chi. Oggi la squadra vince e diverte, Inzaghi è passato in pochi mesi dall’essere dipinto come un “signorsì” o un servo del padrone ad essere un leader del gruppo; lo stadio si sta riempiendo dopo i vuoti clamorosi della prima parte della stagione, quindi va tutto bene e tutti sono belli e bravi. Ma noi dobbiamo pretendere di avere una rotta, quindi un porto da cui si parte e un porto di destinazione, senza accontentarci semplicemente di salpare e di affrontare il mare aperto solo sperando di restare a galla. In giro vedo gente che già parla del nome del sostituto di De Vrij come se fosse “normale” veder andar via il perno della difesa, oppure gente che gioca a Monopoli o a fantamercato con i milioni del tesoretto accumulato con la vendita dell’olandese e di Keita. La Juventus insegna che nel giro di pochi anni si può costruire una squadra vincente, in grado di passare dalla Serie B a due finali di Champions League giocate in 3 anni. Ma ci si può riuscire se c’è un vero progetto a media e lunga scadenza, se il “padrone” investe nel progetto (e loro sono quotati in Borsa come lo siamo noi, quindi non valgono le scuse dell’impossibilità di fare aumenti di capitale a causa del Fair Play Finanziario) e si tiene stretto i campioni o i giovani che potrebbero diventare campioni. Poi si può anche cedere il Pogba di turno, investendo però quei soldi in certezze alla Higuain e non in scommesse. Si posso anche prendere dei parametri zero, non è certo un delitto, ma se si chiamano Khedira, Dani Alves, Evra, ovvero gente che ha già vinto e che quindi porta esperienza e mentalità vincente. E potrei andare avanti a lungo…

Perché l’impressione che si ha oggi della Lazio è quella di trovarsi davanti ad una bellissima nave, con alla guida un comandante non all’altezza dell’importanza del mezzo che manovra. Una nave, quindi, con un equipaggio (i giocatori) che non vedendo una guida forte e una rotta tracciata per andare a vincere oggi ci sono ma domani potrebbero accettare un ingaggio su un’altra nave. E con dei passeggeri (i tifosi) che hanno come unico sogno non quello di approdare in un bel porto (ovvero, di vincere o di lottare per vincere…), ma solo quello di arrivare alla fine di ogni viaggio (ovvero, di ogni stagione…) a terra sani e salvi.




Accadde oggi 21.11

1926 Roma, campo Rondinella - Lazio-Casertana
1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Ambrosiana 1-3
1948 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Bologna 8-2
1952 Nasce a Scorzè (VE) Pietro Ghedin
1954 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Pro Patria 2-0
1971 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Monza 2-0
1979 Torino, - Torino-Lazio 0-0
1982 Foggia, stadio Pino Zaccheria – Foggia-Lazio 0-2
1993 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Torino 1-2
1999 Roma, stadio Olimpico - Roma-Lazio 4-1
2004 Cagliari, stadio Sant'Elia - Cagliari-Lazio 2-1
2010 Parma, stadio Ennio Tardini - Parma-Lazio 1-1

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 10/11/2017
 

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