21 Aprile 2017

Quel Natale di Roma nel segno di Giordano
di Stefano Greco

Foto di Marcello Geppetti

Il 21 aprile è il giorno in cui si celebra la fondazione di Roma. Non è festa in città, perché al contrario di quanto avviene in Inghilterra o negli Stati Uniti, in Italia si festeggiano solo i santi. Anche quel 21 aprile del 1984 non è festa, perché anche se si gioca una giornata di campionato importante non è domenica ma il sabato di Pasqua. Ma per noi laziali è festa perché quel giorno Bruno Giordano torna in campo dal primo minuto contro il Napoli per indossare la maglia numero 9 della Lazio ad appena 111 giorni di distanza di da quel terribile incidente di Ascoli, nel giorno di San Silvestro, quando a causa un’entrata assassina da dietro di Bogoni a centrocampo la gamba gli fa crack: frattura alla tibia. Per Bruno quel 31 dicembre del 1983 è un giorno da incubo, perché dopo i due anni di squalifica e una stagione passata in Purgatorio in Serie B per riportare la Lazio in A, ha appena riconquistato la maglia della Nazionale.  La prognosi parla di 7-8 mesi di stop, quindi stagione chiusa. Sembra la fine di tutto, per Giordano e soprattutto per la Lazio che si ritrova sul fondo della classifica e priva del suo giocatore migliore.

“Quel giorno mi è crollato il mondo addosso. La Lazio in zona retrocessione, la Nazionale appena riconquistata e nuovamente persa: ho pensato ad una vera e propria maledizione. Ma sapevo di avere dentro di me la forza e la rabbia per reagire all’ennesimo schiaffo del destino. Quell’infortunio, però, mi ha fatto meno male di altre cose, perché l’incidente fa parte del gioco, dei rischi che si corrono sul rettangolo verde: anche se fu un’entrata brutta, assurda, soprattutto perché quel calcione è arrivato in una zona del campo dove non ti aspetti un fallo del genere, quindi non sei preparato”.

Lacrime e disperazione, lasciano ben presto il posto alla voglia di ribellarsi all’ennesimo schiaffo in faccia ricevuto dal destino. Bruno suda e fatica in palestra, poi piano-piano muove i primi passi sul prato di Tor di Quinto, ma nessuno si illude. Tutti, scettici (compreso Bruno) tranne uno. Sì, perché nella Lazio c’è un piccolo mago. Non è un santone, ma un medico che oltre ad essere stato uno dei più grandi amici e consiglieri di Tommaso Maestrelli, è sempre stato un vero punto di riferimento per tutti quelli che hanno indossato la maglia biancoceleste in quegli anni. Perché, oltre a fare dei piccoli miracoli dal punto di vista medico, è una persona di un’umanità e di una sensibilità fuori dal comune. Merce rara, nella vita in generale e nel mondo del calcio in modo particolare. Il suo nome è Renato Ziaco.

“La Lazio era una famiglia all’epoca e Ziaco era uno dei capisaldi di quella famiglia. In quel periodo mi è stato vicinissimo, mi ha fatto avere il meglio del meglio. E non parlo solo di cure. Aveva sempre la battuta pronta, la frase giusta per strapparti un sorriso e raddrizzarti la giornata. Ed è stato tutto merito suo se sono tornato a tempo di record. Mi sono fatto male il 31 dicembre, ma la Lazio stava rischiando di retrocedere e, ad un certo punto, Chinaglia e Carosi hanno cominciato a prendermi da parte e a dirmi: ‘Dai Bruno, perché non vieni in ritiro con noi, dormi con la squadra, così la mattina ti risvegli con noi e rientri in gruppo’. Succedeva a metà aprile, dopo la sosta. La squadra stava in ritiro tutta la settimana da gennaio; io mi aggrego, poi mi convincono ad andare a Firenze. ‘Dai, vieni con noi solo per riassaporare il clima’, mi dicono, ma vedo Ziaco che sorride e capisco che c’è altro. Mi avvicino e gli dico: ‘Dottò, ma rischio che se rompa de novo?’. Lui scuote la testa e risponde con il sorriso sulle labbra: ‘Per me sei guarito’. Così, ho messo il Giordano tifoso davanti al professionista e sono partito per Firenze. E il 15 aprile, dopo poco più di 130 giorni dall’infortunio, mi sono ritrovato prima in panchina e poi in campo. A venti minuti dalla fine, sotto per 3-1, Carosi mi chiama e mi dice ‘entra’. Prendo un rigore, lo batte D’Amico che giocava con la maglia numero nove e segna. Poi nel finale a momenti segno io il gol del pareggio”.

Già, il gol. Per chi di mestiere fa il centravanti il gol è tutto e per un gol si è disposti a fare tutto. Anche a giocare con una gamba che è metà dell’altra, senza tono muscolare, rischiando non solo la ricaduta ma anche la carriera. Ma per il gol e per amore di una maglia, si fa qualsiasi cosa. Quindi, quel sabato di Pasqua del 21 aprile del 1984, visto che la Lazio ha un bisogno disperato di vincere per evitare la retrocessione, Bruno Giordano si fa il segno della croce e scende in campo dal primo minuto contro il Napoli di Ruud Krol e Dirceu, in un Olimpico gremito e con circa 120.000 occhi puntati addosso.

“A Udine, un paio di settimane dopo il rientro, Zico a fine partita mi prende da parte e mi dice: ‘Bruno, tu sei matto a giocare con una gamba così’. Perché giocavo con una gamba che era la metà dell’altra, visto che la sinistra non aveva proprio muscolo. E, con la gamba ridotta in quelle condizioni, torno in campo e segno. Non con il destro, il mio piede, ma addirittura con il sinistro. È successo la settimana dopo la partita di Firenze, contro il Napoli, dopo appena un minuto di una partita che per noi era decisiva. Una botta fortissima, al volo, proprio sotto la Nord. La palla che gonfia la rete, il boato e il crollo. Sono caduto in terra, ho esultato con i pugni chiusi e poi con le mani sul volto per coprire le lacrime, stravolto dall’emozione. Era successo tutto così in fretta. Il rientro dopo quattro mesi, quando la mia mente era già proiettata alla stagione successiva, con la speranza di rientrare il prima possibile. Ma, dopo quattro mesi, era impensabile, con il gesso tolto da poco e la gamba in quelle condizioni. Invece rientri e fai gol, proprio con la gamba infortunata. E quando ho visto la palla che scuoteva la rete, sono crollato”.

Quell’esultanza di Giordano viene catturata da Marcello Geppetti in questo scatto fantastico che ho avuto la possibilità di pubblicare su “Maledetto nove”, insieme ai brani di quel racconto fatto da Bruno sul giorno del suo rientro. Per la cronaca, la Lazio quella partita del 21 aprile del 1984 la vince per 3-2 in modo rocambolesco, con un rigore fatto tirare per tre volte da Agnolin e sbagliato per tre volte dalla Lazio e che è tutto da raccontare. Rigore per fallo di mano di Celestini, Giordano va sul dischetto, Castellini intuisce e respinge proprio sui piedi di Giordano che raccoglie e segna, ma Agnolin fa ripetere perché il portiere si è mosso prima. Ancora Giordano e ancora Castellini che respinge, ma Agnolin fischia e fa ripetere per lo stesso motivo di prima. A quel punto Giordano cede la palla a D’Amico, che spiazza Castellini ma spedisce il pallone un metro fuori. Nonostante quel colpo, la Lazio vola sul 3-1, poi soffre nel finale dopo il gol della speranza di Celestini e il triplice fischio di Agnolin viene accolto da un boato, da un urlo liberatorio.

https://www.youtube.com/watch?v=dQqSQNsoVg0

Dopo quel gol segnato al rientro, Giordano mette la sua firma  la vittoria con l’Ascoli e, soprattutto, nel 2-2 di Pisa, quando segna la doppietta che consegna alla Lazio la salvezza. Sembra la fine di un incubo e l’inizio di una nuova era, invece è l’inizio di uno dei peggiori incubi nella storia di questa società e la fine del rapporto tra Bruno Giordano e la Lazio: società prima, tifosi poi, fino ad arrivare un anno dopo alla retrocessione e ad un traumatico divorzio. Perché nella storia della Lazio, gioie e dolori si alternano, ma a volte si mischiano al punto da confezionare dei cocktail che stordiscono…

Cartoline di un calcio che non c’è più. Quello in cui c’erano al massimo due stranieri per squadra, quello in cui i giocatori te li costruivi in casa nei settori giovanili perché le società vivevano solo di incassi al botteghino e di un piccolo contributo da parte dei primi sponsor che mettevano il loro marchio su maglie rimaste per 80 anni immacolate. Quello in cui in tv vedevi al massimo un servizio di pochi minuti della tua squadra del cuore e, spesso e volentieri, dovevi aspettare fino alle 8 di sera per vedere i gol o la “Domenica Sportiva” dopo le 22, perché quando entrava l’ora legale le partite iniziavano più tardi e a “90 minuto” alle 18 non riuscivano neanche a trasmettere i gol dei secondi tempi, perché non c’era tempo per far arrivare le cassette con le immagini dallo stadio alla sede RAI più vicina. Un calcio in cui i giocatori erano veramente bandiere perché con quelle maglie addosso ci crescevano, le sentivano loro come una seconda pelle e quasi sempre erano anche tifosi della squadra in cui giocavano fin da bambini. Bruno Giordano, era uno di quei bambini che aveva coronato il suo sogno, uno dei fortunati che era passato dal fare il raccattapalle al suo idolo Giorgio Chinaglia a diventare prima compagno di squadra di Long John e poi a raccoglierne la pesantissima eredità a soli 19 anni. Per poi ritrovarselo come il presidente tanto sognato ma che ha messo la parola fine al suo rapporto con la Lazio. E anche questa è una storia tutta da Lazio… 




Accadde oggi 19.10

1919 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Audace 3-1
1930 Milano, stadio San Siro - Milan-Lazio 0-1
1941 Milano, stadio San Siro - Milano-Lazio 4-2
1947 Roma, stadio Nazionale - Lazio-Inter 1-0
1952 Genova, stadio Luigi Ferraris - Sampdoria-Lazio 1-2
1958 Ferrara, stadio Comunale - Spal-Lazio 0-3
1969 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 5-1
1975 Perugia, stadio Pian di Massiano - Perugia-Lazio 2-0
1999 Maribor, Stadion Ljudski Vrt - NK Maribor-Lazio 0-4
2003 Milano, stadio Giuseppe Meazza - Milan-Lazio 1-0
2008 Bologna, Stadio Dall'Ara - Bologna-Lazio 3-1

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 25/08/2017
 

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