20 Aprile 2017

Agostinelli, il "piccolo Re Cecconi"
di Stefano Greco

Estate del 1973. La Lazio si appresta a partire per il ritiro di Pievepelago e tra le tante teste scure spicca la chioma bionda di Luciano Re Cecconi, “Cecconetzer” come era stato ribattezzato da Franco Melli. Nella stessa estate, scoperto da “El Flaco” Flamini in un campetto di periferia, nelle giovanili della Lazio approda un ragazzino dalla chioma bionda che sembra un clone di Re Cecconi, anche se ha una figura meno massiccia e alla potenza di Cecco sostituisce un tocco di palla elegante e una rapidità di movimenti da vera ala, anche se gioca a centrocampo. Quel ragazzino di 16 anni si chiama Andrea Agostinelli, è nato il 20 aprile del 1957 ad Ancona ma da anni si è trasferito a Roma con la famiglia, perché il papà (impiegato alle poste) è stato trasferito nella Capitale ed è diventato calciatore per caso. O meglio, grazie a quel trasferimento del padre a Roma.

“Da ragazzino mi piaceva soprattutto la musica, andavo a giocare al pallone quasi senza voglia. Erano i miei genitori e le mie tre sorelle a spingermi, a forzarmi. Soprattutto mio padre che dopo aver voluto ad ogni costo un figlio maschio, vagheggiava per me un futuro da cantante oppure da calciatore. L’Italia di quei tempi era così: la massima aspirazione per una famiglia era avere un figlio che arrivasse sul palco del Festival di San Remo oppure a calcare il prato di San Siro o dell’Olimpico. Io non sapevo esattamente cosa fare da grande. Abitavamo ad Ancona, poi una sera mio padre disse che l’avevano trasferito a Roma. Sul momento mi parve una notizia di scarsa importanza. Ora, invece, capisco che se fossi rimasto ad Ancona non sarei diventato in giocatore di calcio. Perché il destino d’un ragazzo a volte dipende anche dalle amicizie, dall’ambiente che frequenta. E ad Ancona  quasi tutti miei amici sognavano più di diventare come Gino Paoli, Sergio Endrigo o Adriano Celentano, che non un Re Cecconi”.

Già, il destino. Quello di Andrea era quello di raccogliere l’eredità di Luciano Re Cecconi, uno dei giocatori più amati nella storia della Lazio. A Roma quel ragazzino biondo arrivato da Ancona in pochi lo chiamano Andrea, perché nella Capitale quasi sempre trovi qualcuno che ti appiccica addosso un soprannome, un nomignolo, un’etichetta che ti resta attaccata addosso per tutta la vita. D’Amico, infatti, è sempre stato per tutti solo ed esclusivamente Vincenzino: che era perfetto quando era il ragazzino del gruppo dei campioni dello scudetto del ’74, ma che può far sorridere ora che ha superato la soglia dei 60 anni. Ma è così e non ci puoi fare nulla. Agostinelli, quindi, per tutti non è Andrea,  ma “il piccolo Re Cecconi”, l’erede designato di “Cecco”. Un soprannome più che giustificato da quella chioma d’oro che non puoi non notare dalla tribuna in quel mare di teste nere, ma anche dal carattere abbastanza schivo di quel ragazzo che del carattere dei suoi compagni nelle giovanili ha poco o nulla. E quei compagni si chiamano Stefano Di Chiara, Massimo De Stefanis, Lionello Manfredonia, Bruno Giordano, i componenti di quella squadra fenomenale che nella stagione 1975-1976 conquista lo scudetto Primavera battendo in semifinale la Roma de poi in finale la Juventus in cui gioca Marocchino, uno che somiglia molto ad Agostinelli.

A Roma, il destino di Andrea Agostinelli si tinge subito di biancoceleste, perché il suo primo allenatore ha lo stesso cognome di  un’ex bandiera della Lazio, un italo-argentino che risponde al nome di Giancarlo Morrone. Ed è più che un segno del destino…

“Arrivati a Roma andiamo ad abitare dalle parti di Piazza Bologna e dal balconcino della cucina si vede il campo dell’Artiglio, una piccola società di periferia, e specie nel week-end vieni quasi attratto dalle urla che arrivano dal quel campo e ti ritrovi senza volerlo a guardare le partite. Mentre ad Ancona tutti i miei amici provavano a suonare e a cantare, il quel palazzo vicino a piazza Bologna quasi tutti i ragazzi della mia età giocano a pallone e ogni volta che quelli dell'Artiglio organizzano una leva calcistica si presentano in centinaia con la speranza di essere presi. Una di quelle volte mi presento anche io al campo e mi prendono subito. Mi ritrovo in una squadra di lega giovanile, con un allenatore simpatico, buono e un po’ matto. Si chiama Fausto Morrone. È stato lui ad insegnarmi le prime cose, i fondamentali. È l’unico allenatore cui sarò per sempre riconoscente, nonostante sia sconosciuto ai più. Ma per quelli di Piazza Bologna, questo Morrone è una specie di profeta”.

Ed è proprio su quel campo dell’Artiglio che una domenica “El Flaco” Flamini nota quella testa bionda e a fine partita parla con i dirigenti e conclude il trasferimento di Agostinelli alla Lazio, convocando i genitori di Andrea a via Col di Lana per la firma del cartellino. È il 1973 e due anni dopo quel ragazzino biondo fa il suo esordio in Serie A. Il 19 ottobre del 1975, a Perugia, dopo la testa bionda di Re Cecconi spunta dal tunnel il caschetto biondo di questo ragazzino di 18 anni che Corsini ha deciso di gettare nella mischia in una domenica entrata nella storia più per i gravi incidenti che si verificano dentro e fuori lo stadio tra tifosi che per quello che succede in campo.

Andrea Agostinelli fa il suo esordio in Serie A con la maglia della Lazio, ma le cose potevano andare diversamente. Già, perché nell’estate del 1974 Andrea è protagonista di un episodio curioso, quasi surreale. La Lazio chiede al Cesena il terzino Ammoniaci (che arriverà invece solo l’anno dopo) e il presidente Manuzzi chiede in cambio un certo Agostinelli con l’aggiunta di quasi 200 milioni. Umberto Lenzini cade letteralmente dalle nuvole, non tanto per il conguaglio economico, ma perché non sa neanche chi sia questo Andrea Agostinelli. Già, perché all’epoca la prima squadra e la Primavera erano quasi due società diverse, con tanto di presidenti diversi: quello della Lazio dei grandi è Umberto Lenzini, quello del settore giovanile è Fabrizio Di Stefano, un industriale del settore agrario con la passione per il calcio e per la Lazio. Lenzini, quindi, si rivolge a Di Stefano che, insieme a Lovati e Flamini, convince il “Sor Umberto” a non cedere Agostinelli. Quindi, l’affare salta e Ammoniaci approda alla Lazio l’anno successivo, insieme a Brignani, con Oddi e Frustalupi ceduti al Cesena.

“Lo so, sembra incredibile, ma se non fossero intervenuti proprio all’ultimo istante Flamini e Lovati, sarei finito al Cesena, perché Lenzini all’epoca proprio non mi conosceva. Quelli del Cesena, invece, mi avevano notato durante un torneo in notturna che avevo disputato nelle Marche ed erano rimasti favorevolmente impressionati. A Lenzini, che era un padre più che un presidente, qualcuno aveva parlato di un piccolo Re Cecconi che giocava nelle giovanili e una volta venne a stringermi la mano, ma mi conosceva come il piccolo Re Cecconi, non sapeva che mi chiamavo Andrea Agostinelli. Quindi, insospettito per quella richiesta insistente da parte di Manuzzi, alla fine diede retta a Lovati e Flamini, quindi, rimasi a Roma”.

Andrea fa il suo esordio in prima squadra nel 1975 e alla fine di quella stagione magica si conquista un contratto e un posto nella Lazio che Tommaso Maestrelli conduce alla salvezza e che poi consegna nella mani di Luis Vinicio. La Lazio dei giovani, costruita in casa, con Giordano, Manfredonia e Agostinelli che fanno già parte del giro azzurro convocati nella Nazionale Under 21. Andrea in prima squadra trova spazio quasi subito perché dopo poche giornate, nella stessa partita contro il Bologna, Vinicio perde in un colpo solo D’Amico e Re Cecconi: il primo per un grave strappo muscolare, il secondo per una lesione al menisco. Dal 31 ottobre del 1976, la chioma bionda di Agostinelli prende il posto di quella di “Cecconetzer” che, per un tragico scherzo del destino, quella domenica a Marassi ha passato per sempre il testimone al “piccolo Re Cecconi”. La sera del 18 gennaio del 1977, infatti, Luciano Re Cecconi muore, ucciso da un gioielliere al Fleming. E da quel giorno, Andrea raccoglie ufficialmente a meno di 20 anni quella pesantissima eredità e la maglia numero 8.  

“Non l’ho mai detto a nessuno, ma per mesi ho sognato Luciano, le sue sgroppate e vivevo nel terrore di non riuscire ad essere come lui. Ma il fantasma di Re Cecconi, insieme a quello di Maestrelli, ha aleggiato per mesi all’interno del gruppo. Provavamo a dimenticarci di quei lutti, arrivati a distanza di un mese e mezzo, parlando d’altro, perché tutti ci ripetevano fino allo sfinimento: la vita continua. Dicono che sia così, ma per me, non era così. E ogni volta che scendevo in campo con quella maglia numero 8 che Cecco aveva indossato con tanto onore rendendola quasi leggendaria, prima del calcio d’inizio dovevo ricacciare le lacrime in gola. La vita continua ti dicono, ma io non potrò dimenticare mai quella maledetta sera del 18 gennaio. Ero a Santa Margherita Ligure con quelli della Under 21. Appena tornati dal cinema il direttore dell’albergo ci dice della disgrazia, della morte di Luciano annunciata da telegiornale. Mi sembra ieri, mi sono appoggiato al muro perché sentivo le gambe che cedevano e poi ho pianto. Un pianto senza fine, come mai mi era capitato fino a quel momento nella vita… Sentivo un dolore lacerante dentro, come se qualcuno mi avesse strappato una parte di me”.

Quella di Andrea, quindi, è una vita da film, in cui si alternano episodi buffi e tragiche fatalità. Quella di un ragazzino che nessuno ha mai chiamato Andrea e che tutti hanno sempre chiamato “il piccolo Re Cecconi” e che ha trovato dentro di se la forza per non farsi schiacciare dal peso di quel nome.

“All’inizio ho temuto di non farcela. Ricordo che Corsini mi gettò nella mischia in Coppa Uefa nella trasferta di Odessa e non andai affatto bene. Fu un approccio quasi disastroso quello con la Lazio dei grandi. Ero timido, impacciato, in soggezione in mezzo a quei grandi giocatori che poco più di un anno prima avevano scritto la storia della Lazio conquistando lo scudetto. Per qualche settimana, ho pensato che non avrei fatto strada nel calcio, che forse per fare qualcosa di buono nella vita più che i piedi mi sarebbe servito quel diploma da ragioniere preso all’Istituto Duca degli Abruzzi. Invece…”.

Invece la vita di Andrea si tinge di biancoceleste e di azzurro. Sei presenze con la Nazionale Militare (si, all’epoca anche i calciatori facevano il servizio di leva) a 12 con l’Under 21. E il posto da titolare con la maglia della Lazio: 75 presenze e 2 gol in poco più di 3 stagioni, poi il trasferimento a Napoli dove era stato fortemente voluto da Luis Vinicio, l’allenatore che lo aveva promosso titolare nella Lazio. Parte in prestito, tutti sono convinti che tornerà alla base, invece quella separazione avvenuta nell’estate del 1979 diventa un vero e proprio divorzio. E Andrea inizia il suo lungo girovagare per l’Italia: Pistoia, Modena, Atalanta, Avellino, Genoa e Mantova prima del ritorno nella Capitale per chiudere la carriera a 35 anni nelle file della Lodigiani. Lì passa dal campo alla panchina nel giro di pochi mesi e senza neanche accorgersene inizia una nuova carriera che da Trieste a Potenza lo ha portato a girare l’Italia, fino allo sbarco in Albania dove ha allenato prima il Partizani Tirana e poi lo scorso anno lo Skënderbeu.

Una vita bella e al tempo stesso terribile, emozionante e drammatica, quasi lacerante. Perché gioie e lutti si mischiano nella vita di Agostinelli. Il 24 agosto del 2014, infatti, Andrea perde suo figlio Gianmarco, che viene trovato morto in una stanza d’albergo a Montecatini. Gianmarco è uno di quei ragazzi che qualcuno definisce “difficili”, che non reggono il peso di dover portare sulle spalle un nome importante. Gianmarco ha giocato per 3 anni nelle giovanili della Pistoiese, poi è stato promosso in prima squadra da Mazzarri, ma non è riuscito a fare il grande salto e dopo qualche anno passato a girovagare in campi minori (Ostia Mare, Tuscania) ha appeso gli scarpini al chiodo e non è riuscito a calarsi nella sua nuova vita o ad accettare la realtà di un sogno infranto. Non ha avuto la fortuna o la forza del padre, di quel ragazzo con la chioma bionda chiamato a raccogliere l’eredità di Re Cecconi e a convivere con il mito…

“Dicono che la vita va avanti, ma io ho pensato per anni a Cecco, perché per me era un fratello maggiore. Mi dicevano che dovevo smettere di pensare a quella sera, ma io gli rispondevo: ‘Non ci riesco, ci penso ancora. Che posso fare?’. E ogni domenica scendevo in campo felice ma con la morte nel cuore quando l’allenatore mi consegnava quella maglia numero 8. Perché Luciano era insostituibile e a volte mi sembrava di giocare anche per lui con quella maglia celeste con l’8 bianco cucito sulle spalle. Il suo numero, il nostro numero”. 




Accadde oggi 19.10

1919 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Audace 3-1
1930 Milano, stadio San Siro - Milan-Lazio 0-1
1941 Milano, stadio San Siro - Milano-Lazio 4-2
1947 Roma, stadio Nazionale - Lazio-Inter 1-0
1952 Genova, stadio Luigi Ferraris - Sampdoria-Lazio 1-2
1958 Ferrara, stadio Comunale - Spal-Lazio 0-3
1969 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 5-1
1975 Perugia, stadio Pian di Massiano - Perugia-Lazio 2-0
1999 Maribor, Stadion Ljudski Vrt - NK Maribor-Lazio 0-4
2003 Milano, stadio Giuseppe Meazza - Milan-Lazio 1-0
2008 Bologna, Stadio Dall'Ara - Bologna-Lazio 3-1

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 25/08/2017
 

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