18 Aprile 2017

Ricatto d'amore
di Alessandro Agus

Direttore Scientifico Istituto Italiano di Studi Classici

Come siamo fortunati noi Laziali sciocchini… neanche immaginiamo quanto siamo fortunati! La dirigenza ha saputo costruire una rosa di livello (di quale livello non è importante specificarlo…un livello, scegliete quello che più vi fa comodo, non state sempre a borbottare!); le stesse menti illuminate hanno saputo scorgere sul lungomare di Salerno il grande talento di una perfetta guida per quella rosa, del livello che più vi piace (che quella guida sia capitata completamente a caso, per sbaglio e sia il frutto di una scelta da acqua alla gola, poi, è solo un dettaglio, o magari è la provvidenza!); i comunicatori e i cronisti di cose biancocelesti stanno sempre sul pezzo, non mancano un colpo, con perfetta equidistanza e schietta obiettività, raccontano le cose come stanno (che poi le cose stiano sempre come gli pare a loro è solo una licenza poetica di questi artisti della penna, mica altro!)… ma come siamo fortunati noi Laziali, adesso abbiamo anche la terza finale di coppa in cinque anni, caspita, quanta grazia!

Permettetemi di dubitare… o meglio, immaginate voi stessi un caldo pomeriggio dello scorso luglio a Villa San Sebastiano, dopo il cosiddetto caso Bielsa. Seduto a un tavolo sommerso di carte, in una stanza buia, nonostante fuori sia una giornata piena di luce, c'è messer Claudio, un signorotto sudato e agitato di mezza età, dalle forme un po' abbondanti e ineleganti; alle sue spalle, in piedi, con un'aria tirata, c'è un altissimo maggiordomo dall'espressione arcigna e severa, impettito, che tutti chiamano Igli.

Il primo dice a questi: “Ma allora sto loco è proprio scemo! Con questo grande progetto non vuole salire alla guida della nuova nave che stiamo allestendo?! E mo che famo?! Che se inventamo?!” Risponde allarmato allora il maggiordomo, chinandosi un po' verso il signore: “Claudii mi, quo nemo iustior!”… Che tradotto dal latino all’italiano significa: “Claudio mio, di cui nessun uomo è più giusto!”… Sì, perché talvolta, tra di loro, parlano in latino, così, per esercizio di virtù, “c'è maretta tra i sudditi, non capiscono, non possono elevarsi fino alle tue sublimi vette di speculazione e saggezza, abbi pietà di loro!”

Preso da un impeto tanto di superbia quanto di sdegno, ribatte allora il padrone: “Adesso je faccio vedé io! Prendo un giovanotto che ho visto lì dove c'ho casa al mare, tu me porti tre giovani di prospettiva e minimo minimo si arriva in finale di… come si chiama? Coppa d’Albania! Ah no scusa, Coppa Italia! Annamo annamo, famo famo!”

Ma vi sembra possibile? Ma qualcuno davvero pensa e vuol far credere che dietro questi risultati positivi e queste fortunate coincidenze ci sia davvero una qualche volontà progettuale della dirigenza? Insomma che questa dirigenza si sia fissata un qualsiasi obiettivo che non fosse quello di distrarre e sopire la contestazione? Tutto viene da una bolla di sapone e tutto finirà nella stessa bolla… Certo, i benpensanti osserveranno acutamente che è preferibile elevarsi fino alla lotta con una squadra di Bergamo per il quarto posto, invece che arenarsi nelle secche a metà del guado, cioè della classifica. Ma a quale caro prezzo paghiamo, a mio avviso, questi rari e fugaci momenti di tranquillità. E per quanto poco barattiamo una storia centenaria. La questione è il rispetto e l'onore della Lazialità: valori di per sé e per sempre incompatibili con il comportamento decennale della dirigenza. Invece, noi sciaguratamente preferiamo un bene minore presente alla possibilità di un bene maggiore futuro, e al ricordo di un bene che si è fatto tesoro della tradizione: per goderci qualche settimana ogni tanto, ci giochiamo tutto il futuro della Lazio!

La vera domanda è: cui prodest? A chi giova questo miope rifiuto di considerare le prospettive che ci attendono, nel caso in cui non ci dovessimo impegnare seriamente per il cambiamento? Questo rifiuto giova solo a chi, attraverso quel cambiamento, sarebbe allontanato dal comando; non è certo nell'interesse dei Laziali, non è certo fare il bene della Lazio continuare a sciropparsi certi personaggi come se, andati via quelli, il sole smettesse di sorgere!

Siamo “inguaribilmente ammalati di Lazio”, o abbiamo interesse solo per delle partite di calcio? Io la penso come il Generale Vaccaro, che con queste parole si oppose e sventò lo sciagurato progetto di fusione del 1927: “La Lazio non è una semplice squadra di calcio!”.

Non vedo una partita della Lazio dal 23 febbraio 2014, il giorno di Libera la Lazio, quando ero allo stadio con mia sorella e i miei più cari amici, come altre non so quante volte nella mia vita. E continuerò a non vederne nessuna (come non vedrò la terza finale di coppa in cinque anni) fino a quando non cambieranno le cose, ossia fino a quando non se ne andrà! Senza sperare in nessun se: se cambia, se prende, se compra, se dice, se fa, se se bla, bla, bla...

Sacrosanto era quel motto, quel grido di libertà e di dolore, perché noi siamo vittime, servi, siamo in ostaggio del più spietato e crudele dei ricatti. Un ricatto morale e subdolo, che non ha bisogno di usare violenza, ma che si serve solo degli strumenti della pressione psicologica: il ricatto d'amore.

Il presidente è in una posizione di favore: non solo perché ha il comando, non solo perché, attraverso il potere, addomestica o abbatte eventuali disturbatori, ma soprattutto perché noi siamo innamorati della Lazio, lui no! Per questo lui ha il vantaggio di poter calcolare freddamente e asetticamente tutto! In maniera lucidamente sadica, questo uomo sfrutta la passione, la trasforma in un gioco di manifestazione esteriore di obbedienza e fedeltà, in uno stanco rito, in una noiosa abitudine svuotata di qualunque nobile significato perché privo di contenuto ideale, come è diventato per troppi tifosi andare allo stadio. Il presidente riconosce un unico diritto-dovere al tifoso: sborsare soldi senza fiatare; il tifoso non può permettersi di sollevare un minimo dubbio sull'operato della società, altrimenti è un gufo e vuole il male della Lazio: perché la Lazio è solo la dirigenza, non deve essere altro.

Questo uomo capovolge la questione, sostenendo che, chi protesta, non ha ragione perché non ha sentimento, avendo scelto di abbandonare la cosa amata, cioè la Lazio. Questo uomo, vorrei dire in senso latino, è in-pius, cioè non si cura dell'amore: nella vita degli uomini, la noncuranza dell'amore è il più tremendo dei misfatti, perché si immagina di costruire un mondo fatto di odio, cioè di male che calpesta tutto e tutti.

Questo uomo ricatta il nostro amore perché lo fa sentire in colpa, e può fare questo proprio perché non ama la Lazio e non ama i Laziali. Per questo è pronto solo ad accusare, mai a chiedere scusa. Questo uomo ha la necessità, per mantenersi al comando, di invertire l'onere dell'accusa, per così dire: non è lui a doversi difendere per i mille e mille scempi, ma siamo noi a dover sostenere le pretestuose, spesso ridicole, accuse di estorsione, minaccia, sabotaggio.

Questo uomo sfrutta avidamente il nostro amore sincero: lo tiene in ostaggio e lo ricatta, sfruttando una caratteristica essenziale di ogni amore. L'amore si prende cura di chi ama. Questo uomo sostiene che se noi non ci prendiamo cura (cioè se non “cacciamo i soldi”, tradotto nell'unico linguaggio che egli comprende) di chi amiamo (cioè la Lazio), allora non amiamo veramente la Lazio.

Non può essere così, perché la cura dell'amore non è solo un’opera materiale, ma è prima di tutto un impegno dell’anima. E chi in questi tempi oscuri si impegna per il bene e la libertà della Lazio, quello ama la Lazio!

Questo uomo ci ricatta, e lo fa perché non ama la Lazio, tanto gioca sulla nostra pelle, non sulla propria; egli dice: “se la amate, dovete fare quello che dico io, perché la Lazio è mia”. Tradotto: “la Lazio sono io”.

No, no, e poi no! E cento volte ancora no! La Lazio non è semplicemente del proprietario, perché la Lazio, prima di tutto, è un ente morale, un patrimonio collettivo e della Città di Roma; la Lazio non è semplicemente il proprietario, perché la Lazio, prima di tutto, si incarna in chi la ama e non in chi la possiede: e l'amore è libertà, non possesso; l'amore è dedizione, non professione; l'amore è un dono, non un calcolo.

L'unica via per recuperare la libertà, quindi, è sottrarsi al ricatto. L'unica via è un sacrificio d'amore ancora più grande. I tifosi della Lazio devono decidere se sottostare al ricatto d'amore, oppure ribellarsi con coraggio e orgoglio, con ancora più amore. Altrimenti, un giorno, questo uomo, per qualche sua ragione privata, andrà via autonomamente, ma a quel punto sarà troppo tardi, perché ci saranno solo macerie: altro che nuove generazioni, altro che “di padre in figlio”.

Ma chi diceva: “nessuna resa nessun lamento… linea di condotta combattimento”!?!?




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Accadde oggi 20.08

1875 Nasce a Roma Luigi Bigiarelli, uno dei nove Fondatori della S.P. Lazio
1931 Roma, campo Rondinella - Lazio-Trastevere 12-0
1970 Cerveteri, comunale - Cerveteri-Lazio 0-9
1978 Roma, Stadio Olimpico - Lazio-Nazionale Militare 1-1
1991 Roma, - Lazio-Milan 0-2
1999 Roma, stadio Olimpico - Lazio-River Plate 1-1
2003 Terni, stadio Liberati - Ternana-Lazio 1-3
2006 Roma, stadio Flaminio - Lazio-Rende 4-0
2009 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Elfsborg 3-0

Video

Supercoppa Juve-Lazio 2-3
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 18/08/2017
 

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