17 Aprile 2017

Errare human est, ma bisogna ammetterlo!
di Stefano Greco

Quando riesci a staccare un po’ la spina e te ne stai un po’ solo con te stesso, piacevolmente immerso nei tuoi pensieri con il telefono rigorosamente spento, ritrovi quella tranquillità e quella serenità soffocate dal tran tran di tutti i giorni. E rifletti. Rivedi mentalmente il film degli ultimi mesi o degli ultimi anni e in quello stato di tranquillità riesci a distinguere le cose fatte bene da quelle fatte male. E ammettere di aver sbagliato. Già, perché non c’è nulla di male nel commettere qualche errore, anche se in un mondo che tende al perfetto e in cui tutti aspirano a raggiungere la perfezione, l’errore è visto come uno spauracchio, come un incubo da cui fuggire, come un qualcosa da nascondere o seppellire in fretta in caso di scivolone. Senza arrivare a citare sant’Agostino (anche se qualcuno quella frase l’attribuisce a Seneca e altri a Cicerone…) e il suo  “errare humanum est”, l’errore è un qualcosa di naturale: non esiste un antidoto contro l’errore, quindi nessuno è  “immune”. Tranne uno, perché io conosco solo una persona che negli ultimi 13-14 anni non ha mai detto, seriamente: “Ho sbagliato”. Perché per ogni regola c’è sempre un’eccezione e la nostra eccezione fa per lavoro il presidente della Lazio...

E se è vero come sostiene qualcuno che “sbagliare fortifica l’animo e aiuta a crescere”, da questo punto di vista credo di essere diventato una sorta di gigante e per giunta indistruttibile. Perché negli ultimi 14 anni di errori ne ho commessi tanti, a 360 gradi.

Ho sbagliato pronostici su eventi e risultati, giudizi su calciatori e situazioni, forse perché da persona pragmatica, che ama sognare ma che ha imparato dalla vita a restare sempre con i piedi per terra e a limitare il sogno alla notte, preferisco mettere l’illusione nel cassetto. Ho sbagliato quando ho pensato che uno con l’ingaggio di Klose non sarebbe arrivato alla Lazio (perché leggendo i bilanci non c’era margine…) e sono strafelice di essermi sbagliato, perché ho potuto veder giocare con la maglia della Lazio uno dei più grandi personaggi del calcio mondiale degli ultimi 20 anni. Ho sbagliato quando ho anticipato una “soffiata di mercato” che mi ha fatto un direttore generale di un club di Serie A importante (era difficile prevedere le dimissioni di Conte dalla Juventus, ma non è una scusa…) e sono felicissimo di essermi sbagliato, visto quello che ha poi fatto Candreva l’anno successivo con la maglia della Lazio. Ho sbagliato (come tutti i giornali nazionali ed esteri, sportivi e non) nel dare per fatto il passaggio di De Vrij al Manchester United, ma sono strafelice di essermi sbagliato, perché da prima che arrivasse lo considero uno dei migliori prospetti del mondo in quel ruolo, forse l’unico che per tecnica e per carisma in campo mi ricorda Nesta. Ho sbagliato a non dar retta a chi l’estate scorsa (pochissimi in realtà, anche se oggi sono migliaia a sentire o leggere quello che dicono o scrivono) diceva che la Lazio avrebbe disputato una grande stagione. E non posso che essere felice di essermi sbagliato, perché mi basta vedere il sorriso con cui mio figlio va il lunedì a scuola da qualche settimana a questa parte per vedere il sole anche se il sole è nascosto dalle nuvole.

Sentendo e leggendo in giro, però, a quanto pare sono l’unico che ha sbaglia. E questo mi fa sorridere, perché in tanti hanno scavato buche di notte per seppellire notizie di mercato, pronostici o previsioni sbagliate. Oggi tutti sapevano tutto da sempre e io sono felice: per loro, ma anche per me, perché al contrario loro io non aspiro alla perfezione e tantomeno a cavalcare onde per raccogliere sempre consensi. Preferisco essere “imperfetto”, ma vero. Perché sbagliare è bello, se il risultato del tuo errore è vedere tuo figlio felice e con lui tanta gente, tanti amici che hanno bisogno di sorridere e di vedere il Sole per dimenticare il nero e il buio della vita quotidiana. Ma ogni medaglia, ha una seconda faccia, spesso e volentieri nascosta… una sorta di lato oscuro della Luna, quello che non si vede e non si vedrà mai dalla Terra ma che esiste. Perché ci sono volte in cui l’errore non ha nulla di bello. Ed è capitato tante volte, troppe volte in questi anni…

Ad esempio, non mi sono pentito abbastanza di non essermi fatto i fatti miei nella primavera del 2004, quando ho messo in gioco la mia carriera e la mia vita perché c’era qualcuno che stava giocando sporco con la Lazio. C’era un’alternativa importante, ho fatto prevalere il cuore sulla ragione e ho sbagliato, perché nella vita vive bene chi non corre rischi, chi lascia fare agli altri e poi è sempre pronto a giudicare o a condannare a posteriori. Senza aver fatto nulla, senza aver rischiato nulla, senza essersi messo in gioco ma ergendosi poi però a giudice o a censore. Ho sbagliato a fidarmi di tanti “leccaculo” che mi chiamavano tutti i giorni e anche più volte al giorno in quel periodo e che poi non solo sono spariti, ma sono diventati nemici, forse i peggiori. E sono pure recidivo, perché a tanti di questi, a troppi, ho concesso una seconda o una terza chance, prendendolo in quel posto, ogni volta. Quasi sempre in occasione di una buona stagione della Lazio, quando tutti si ammorbidiscono o dimenticano addirittura quello che scrivevano o dicevano pochi mesi prima. I cavalcatori di onde, insomma…

Ho commesso l’errore di pensare che si potesse azzerare tutto, che si potesse mettere fine ad una guerra abbattendo trincee costruite ad arte in questi anni per difendere posizioni personali o territorio conquistato all’interno del mondo Lazio da comunicatori o affini. Mi sono messo in gioco, ho provato a riunire tutti per dar vita ad una casa comune (o a un qualcosa di simile), abbattendo il muro della divisione. L'ho fatto anche se in tanti mi dicevano che era una missione impossibile quanto quella di una pace duratura tra israeliani e palestinesi, ma ci ho provato lo stesso. Ho messo da parte tutto, ho cancellato mentalmente quello che era successo negli ultimi anni, insomma ho resettato e sono partito da zero. All’inizio grande entusiasmo, grandi adesioni, poi come spesso e volentieri succede (anche troppo spesso) in questo ambiente, alle parole non sono seguiti i fatti. E a distanza di tempo, siamo tornati bene o male allo stesso punto di partenza, con l’amarezza di aver sbagliato nel credere di poter costruire un qualcosa di diverso.

Sia ben chiaro, non ho nessun rimpianto, perché se credo in qualcosa la faccio, senza preoccuparmi delle possibilità di vittoria o di insuccesso e, tantomeno, delle conseguenze di eventuali errori. Non rimpiango nulla perché ci ho provato, perché ho fatto favori senza mai chiedere nulla in cambio e soprattutto senza aspettarmi per forza di cose un ritorno, ma da mesi e mesi ho deposto la mia ascia e oggi lo dico pubblicamente: perché ho capito di aver sbagliato, ma soprattutto perché non ne valeva proprio la pena e perché più che di un sogno si trattava (come mi aveva detto o scritto qualche amico vero nel mettermi in guardia) di pura utopia. Ma per come sono fatto e per come vedo io la vita, valeva comunque la pena provare: per non avere rimpianti e perché solo provando a fare le cose si può riuscire a realizzare qualcosa. E, soprattutto, perché solo facendo si sbaglia: a volte gli i tuoi errori li accogli con il sorriso sulle labbra, in altri casi quando vedi l’altra faccia della medaglia quegli errori ti lasciano solo l'amarezza per aver sbagliato nel giudicare alcune persone.

Ho perso ma non mi sento sconfitto, perché tutto questo fa parte della vita e so già che commetterò altri errori in futuro e, probabilmente, alcuni li farò sapendo già in partenza di sbagliare, rifiutandomi di dar retta a quella vocina che da dentro ti dice: “Non farlo”. Ma al contrario di chi si considera immune da errori o che li sotterra e ricorda solo le cose giuste fatte o dette, io se sbaglio la faccia ce la metto sempre e comunque. E non mi nascondo dietro niente o nessuno: MAI! Anzi, ce la metto ancora più volentieri se si tratta di dire “ho sbagliato” piuttosto che per vantarmi di averci preso. Perché è meglio sbagliare e sorridere dei propri errori perché vedi la felicità dipinta sul volto di un figlio o di un amico, piuttosto che vederli piangere perché ci hai preso. Io sono fatto così. E, che piaccia o no la cosa, non cambierò. Quindi, ad esempio, non tornerò allo stadio, anche se ho tanto amici che cercano di convincermi a fregarmene di tutto per tornare a passare le mie domeniche in quella che per una vita è stata molto più che una seconda casa. Non lo farò perché il calcio che amo io è morto e non resusciterà, probabilmente, neanche quando la Lazio cambierà proprietario. Perché sono cambiati i tempi e le condizioni. Ma questo è un altro discorso che merita più spazio e non può essere liquidato in poche battute. Quindi chiudo qui, con un FORZA LAZIO! Perché quello vale sempre e comunque, anche lontano dall’Olimpico!




Accadde oggi 19.10

1919 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Audace 3-1
1930 Milano, stadio San Siro - Milan-Lazio 0-1
1941 Milano, stadio San Siro - Milano-Lazio 4-2
1947 Roma, stadio Nazionale - Lazio-Inter 1-0
1952 Genova, stadio Luigi Ferraris - Sampdoria-Lazio 1-2
1958 Ferrara, stadio Comunale - Spal-Lazio 0-3
1969 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 5-1
1975 Perugia, stadio Pian di Massiano - Perugia-Lazio 2-0
1999 Maribor, Stadion Ljudski Vrt - NK Maribor-Lazio 0-4
2003 Milano, stadio Giuseppe Meazza - Milan-Lazio 1-0
2008 Bologna, Stadio Dall'Ara - Bologna-Lazio 3-1

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 25/08/2017
 

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