06 Aprile 2017

Il "the day after" del rosicone...
di Stefano Greco

Non l’hanno presa bene. Anzi, vedendo ieri la città deserta o quasi e silenziosa come non accadeva da tempo, facendo zapping il giorno dopo (verrebbe da scrivere The Day after, vista l'entità del disastro) tra le trasmissioni radiofoniche e televisive e incontrando amici romanisti che all’improvviso parlano di tutto meno che di calcio, verrebbe da dire che l’hanno presa male: anzi, malissimo. E per dirla proprio alla romana: stanno rosicando…

Rosicare, dal latino rōdĕre, termine regionale che significa “rodersi”, consumarsi per la gelosia, per l’invidia. Esempio: i tifosi hanno rosicato perché la squadra avversaria ha vinto”.

Rosicone, termine dialettale che deriva da Rosicare usato prettamente nel centro Italia per indicare colui che si “rode” della fortuna o del successo altrui.

A Roma cosa significa “rosicare” e chi sono i “rosiconi”lo sappiamo bene, ma per dare una definizione esatta del termine ho deciso di usare il vocabolario per eccellenza, quello della Treccani. Il “rosicone” è quello che non accetta mai la sconfitta, quello che cerca di vincere anche quando perde e se proprio non ci riesce, allora tenta in qualche modo di svilire a parole il successo dell’avversario o il valore di chi lo ha sconfitto. Il “rosicone” è quello che è talmente pieno di se stesso e totalmente incapace di accettare la sconfitta che vuole, quasi pretende, di poter essere martello anche quando è destinato ad essere solo ed esclusivamente incudine. Il “rosicone”, infine, è quello che rende più piacevole e più gustoso il sapore del successo. Che a “rosicare” siano i tifosi sconfitti, al punto che vengono presi come esempio anche dal vocabolario della Treccani, è normale, quasi scontato. Perché loro sono le vittime di certi tonfi, gli attori passivi delle vicende sportive, impossibilitati a determinare il risultato del campo e quindi il loro  “rosicare”  è giustificato, quasi legittimo. Ma che a “rosicare” siano gli attori “attivi” delle vicende sportive, quelli che potrebbe cambiare le sorti ma che raramente ci riescono e quindi alla fine  “rosicano”,   quanto e più della volpe che non riesce ad arrivare all’uva e quindi dice che è acerba, fa sorridere… ma se la cosa si ripete ciclicamente mette anche un po’ tristezza. Perché a Roma si dice che “a chi tocca nun se ‘ngrugna”, quindi che bisogna incassare. E in silenzio, soprattutto quando la botta è grossa come quella ieri. Non tremenda come quella del 26 maggio, sia chiaro, ma quando ad onta si aggiunge onta la sconfitta è talmente grave da diventare quasi una macchia indelebile, una sorta di tatuaggio che ti resta impresso sulla pelle come un marchio. Ma c’è chi romano si professa, anzi si auto elegge anche “king of Rome” (solo perché qualcuno gli ha messo il nome Roma e quindi si considera padrone o simbolo di questa città) ma che ha ereditato poco della saggezza popolare di questa città antica che, nel tempo, ha coniato tanti proverbi per quelli che “rosicano”. E questi sono quelli che oggi stanno vivendo quasi uno piscodramma.

Perché usando solo ed esclusivamente i proverbi romani, per rispondere a chi per l’ennesima volta non solo non accetta il verdetto del campo ma che nel tentativo di sminuire sia il successo che il valore dell’avversario dice di esser stato sconfitto da qualcuno che è “niente”, si potrebbe rispondere che: “A chi jè rode er culo, jè puzza er dito de merda”. È greve e non è il massimo dell’eleganza, lo so, così come so bene che è poco giornalistico questo detto, ma è romano e rende benissimo l’idea. Oppure, per chi non sapendo cosa dire o cosa rispondere e che invece di restare in silenzio e incassare continua con le solite tiritere degli “11 anni de B” o dei “laziali burini”, si potrebbe rispolverare il vecchio detto: “Nun è villano chi a la villa nasce, ma è villano chi de villania se pasce”. Ed è dedicato, de core, a tutti voi che da sempre ci augurate tutte le sciagure possibili e immaginabili, a voi che dite che “stamo a pensà sempre a voi”, ma che in realtà non fate altro che pensare voi a noi perché siamo per voi un incubo, come i fantasmi che tormentano la notte della vigilia di Natale di Ebenezer Scrooge, facendogli rivivere il film della sua vita.

Già, perché voi siete quelli che ripetete che da decenni dominate in città, ma poi se uno va a spulciare sugli almanacchi o negli albi d’oro delle varie coppe, ci si chiede con quali basi si possa sostenere una tesi del genere. Perché a meno che non si considerino trofei anche i secondi posti, mettendo sullo stesso gradino del podio chi vince l’oro e chi vince l’argento (cosa che succede solo al momento della foto ricordo, per avere memoria di chi ha vinto e ha sentito suonare l’inno e di chi è rimasto a guardare e ad ascoltare l’altrui musica), dove sarebbe questo vostro dominio da 20 anni a questa parte? Parliamo di due decenni, di quattro lustri, non di pochi giorni… Vent’anni con uno scudetto a testa; 5 Coppa Italia vinte dalla Lazio (in 6 finali) e 2 vinte dalla Roma (in 7 finali); 3 Supercoppa d’Italia vinte dalla Lazio (in 6 finali) e 2 vinte dalla Roma (in 7 finali); 1 Coppa delle Coppe e 1 Supercoppa d’Europa (con una finale Uefa persa) vinte dalla Lazio con ZERO trofei vinti fuori dai confini nazionali dalla Roma e ZERO finali europee giocate.

“Vabbé, ma dentro ce so gli anni d’oro de Cragnotti”, potrebbe dire qualcuno per svilire i numeri dell’ultimo ventennio. Vero, ma ci sono anche gli anni d’oro (a livello di soldi spesi) di Sensi e 20 dei 24 anni dell’era del “divin pupone”. E ci sono anche 13 anni (su 20…) dell’era del presidente più odiato nella storia della Lazio, quello che non ha messo un solo euro di tasca sua per rinforzare la Lazio. Bene, anche lui dal 2004 a oggi ha vinto gli stessi trofei della Roma: 2 Coppa Italia e 1 Supercoppa d’Italia. Può non far piacere a tanti (su entrambe le sponde del Tevere) ma i numeri sono numeri…

Quindi, in molti casi conviene restare zitti, incassare e portare a casa, piuttosto che parlare e peggiorare la situazione. Altrimenti si rischia di sentirsi rispondere che: “a vorte pure ‘e purci c’hanno ‘a tosse”.

Perché se è vero che “chi mena pe pprimo mena du’ vorte”, è altrettanto vero che bisogna sta attenti a menà prima con le parole, perché se poi le cose vanno male tu tiri una pietra e ti torna indietro un macigno. Vale per quelli come Osvaldo che per non essere da meno del capitano mostrano le magliette “v’ho purgato anch’io” dopo aver segnato il gol del momentaneo vantaggio e poi il derby lo perdono all’ultimo secondo dell’ultimo minuto di recupero. Oppure vale per quelli come Nainggolan che non essendo romani e non avendo la saggezza romana ed essendo “ignoranti” (nel senso che ignorano), non sanno che a Roma si dice che “La gatta frettolosa se piscia sui piedi”. Oppure che “bisogna ‘sta attenti a sputà per aria, perché poi te torna”. E anche se a Roma splende il sole, da ieri su qualcuno piove…

Quindi, un consiglio. Agitarsi tanto è inutile, perché come si dice a Roma “a incazzasse se fanno du fatiche”, perché “Se t’encazzi e poi te scazzi è tutto un cazzo che t’encazzi”. Saggezza popolare, filosofia di vita che non tutti sanno apprezzare e, soprattutto, che in pochi applicano. Sia su un fronte che sull’altro, sia ben chiaro, perché la vita è una ruota che gira, sempre. Quindi perché dire oggi come fa qualcuno di esser stati battuti da una squadra scarsa, da un avversario che è “niente”? Si rischia di fare la stessa fine del ciclope Polifemo, accecato da Ulisse che gli aveva detto di chiamarsi “nessuno”. E quando cieco e dolorante viene raggiunto dagli altri ciclopi, quando racconta di essere stato ferito da “nessuno”, i suoi pari pensano che sia ubriaco, lo deridono e lo abbandonano al suo dolore. Una persona intelligente, per attenuare il peso della sconfitta deve rendere omaggio all’avversario che l’ha piegato, soprattutto se non ha nulla a cui appigliarsi: neanche ad rigore negato, ad un gol annullato ingiustamente, oppure ad un gol decisivo segnato dall’avversario in modo irregolare o alla Dea bendata che gli ha voltato le spalle. Non c’è stato niente di tutto questo. Zero assoluto. Al punto che i tifosi sono avvelenati con la squadra, con i soldati che hanno permesso il “sacco di Roma”. Perché sempre restando in tema di proverbi, se è vero che a Roma si dice che “Sordato che fugge è bbono pe n’antra battaija”, qui l’aria che tira non è poi così salubre per tanti  “sordati” che vestono la divisa giallorossa e che in queste due sfide hanno combattuto poco e pure male. E quindi ora so tutti sotto processo per diserzione. Tutti, a partire dal loro comandante, l’allenatore.

E per chiuderla alla Roma, verrebbe da dire a chi a Roma fa comunicazione o che pompa a dismisura una squadra facendo finta che l’altra neanche esista, che “Le bucje cjanno sempre le gambe corte”. E de bucje, sulla Roma e sul valore di questa squadra, ve n’hanno dette, scritte e raccontate sempre tante. E voi ce siete cascati in pieno, per l’ennesima volta. Quindi, non si può non chiudere con un proverbio romano: “chi stupido nasce, stupido ha da morì”. Decidete voi chi è lo stupido o chi è più stupido in questo piccolo racconto.




Accadde oggi 12.12

1887 Nasce a Roma Alfredo Torchio
1920 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Fortitudo
1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Torino 6-0
1948 Milano, Stadio di San Siro - Milan-Lazio 3-0
1954 Novara, stadio Comunale - Novara-Lazio 2-1
1971 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Catania 1-0
1973 Cesena, stadio La Fiorita, Cesena-Lazio 2-1
1982 Reggio Emilia, stadio Mirabello – Reggiana-Lazio 0-0
1993 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Juventus 3-1
1995 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Inter 0-1
1999 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 2-0
2000 Udine, stadio Friuli - Udinese-Lazio 4-1
2002 Roma, stadio Olimpico - Lazio-SK Sturm Graz 0-1
2010 Torino, stadio Olimpico - Juventus-Lazio 2-1

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 1/12/2017
 

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