27 Febbraio 2017

La Lazio che vorrei...
di Stefano Greco

In altri tempi, oggi avrei avuto già i crampi allo stomaco per la tensione in vista del derby. In altri tempi. Come in altri tempi mai e poi mai avrei pensato di poter rimpiangere un giorno Gianmarco Calleri. Durante questi 50 anni di Lazio (dal quel Lazio-Lecco del 12 febbraio del 1967…), ne ho viste veramente di tutti i colori, ma mai il buio di questi giorni. E non è una questione di risultati, non lo è mai stata almeno per me. A volte preferirei tornare ai giorni bui dell’estate del 1986 piuttosto che continuare a vivere in questo limbo. Sì, perché io non sono uno che sogna un cavaliere bianco che scaccia le tenebre o che si illude di vedere la Lazio nelle mani in un emiro in grado di coronare con vagonate di milioni di euro tutti i sogni chiusi in un cassetto, come è successo ai tifosi del Manchester City o a quelli del PSG. No, io mi accontenterei di dover ripartire anche da zero, ma con qualcuno che ha un’idea e ideali veri, uno in grado di fare tabula rasa di questi ultimi dodici anni e mezzo. E quando dico tabula rasa, metto dentro tutto e tutti, anche il sottoscritto. Per questo ho parlato di Gianmarco Calleri all’inizio, perché quando è arrivato in quella torrida estate del 1986 non si è presentato con sorrisi e strette di mano, ma ha raso al suolo tutto ed è ripartito da zero. Anche nel rapporto con i tifosi. E non sono state rose e fiori, vi assicuro, ma tutti noi abbiamo accettato quel nuovo stato di cose, perché Calleri e suo fratello Giorgio hanno dato (fin dal primo giorno e nonostante l’aspetto e i modi burberi) l’impressione di avere le idee chiare e di avere veramente a cuore le sorti della Lazio. E per il bene della Lazio, quando ha capito che non poteva essere lui a far fare a questa società quel salto di qualità invocato dai tifosi, si è guardato in giro e ha passato la mano, consegnando la Lazio a Sergio Cragnotti, l'uomo che ha tramutato in realtà anche i sogni più proibiti cullati per quasi 100 anni.

Quando la realtà è talmente brutta e lontana dai tuoi desideri, quindi, spesso i sogni sono un rifugio naturale: una coperta invisibile in cui avvolgersi per sentirti al caldo e protetti, un mantello che ci fa sentire quasi invulnerabili al male e allo schifo che ci circonda. Mai come in questo momento, quindi, il sogno è il rifugio per molti tifosi: soprattutto per chi non si accontenta e per chi non si limita a guardarsi indietro e a pensare a come eravamo, come società, squadra e tifosi. E non parlo tanto e solo dell’era d’oro di Cragnotti e degli anni dei grandi trionfi, ma anche di anni di una Lazio povera di campioni ma ricca di sentimento, di cuore, capace di regalare emozioni scolpite in modo indelebile nella memoria, come le scritte nella roccia. Questa notte, dopo l’ennesima domenica di scontri verbali, di discussioni e di delusioni legate a certi rapporti, in attesa di essere rapito dal sonno ho sognato ad occhi aperti disegnando mentalmente nel buio la “Lazio che vorrei”.

La Lazio che vorrei, avrebbe al suo vertice un personaggio che non dovrebbe essere per forza di cose un riccone cinese, oppure un Abramovic o uno sceicco alla Mansur, ma che dovrebbe avere il sorriso contagioso di Ugo Longo, l’umanità di Umberto Lenzini, le capacità manageriali di Sergio Cragnotti e la classe del laziale perfetto incarnata da Gian Chiarion Casoni.

La Lazio che vorrei, non starebbe perennemente in guerra con il mondo, a partire dalla sua gente per finire con tutti gli uomini di potere del calcio e dello sport italiano. Perché la storia insegna che le guerre non uniscono ma dividono e, soprattutto, non portano mai da nessuna parte. Ma anche perché ci sono altri modi per farsi rispettare che non usare sempre l’arma delle minacce, delle querele e dei processi che poi regolarmente si perdono: perché spesso sono fondati sul nulla o perché vengono messi in piedi solo per appagare l’egocentrismo di un personaggio che si è convinto di essere il centro dell’Universo. E non solo di quello laziale.

La Lazio che vorrei, quindi, farebbe di tutto per riavvicinarsi alla sua gente, per ricucire gli strappi, per far sparire le crepe diventate nel corso di questi anni prima dei solchi e ora una sorta di Gran Canyon. Il capo, sarebbe il primo a cerca di spazzare via le mille fazioni in cui è diviso da anni quello che una volta chiamavamo con orgoglio il “popolo laziale”. E l’uomo alla guida della Lazio che vorrei lo farebbe sul serio: con atti concreti e senza troppe parole, senza dover  sbandierare progetti che sono solo la facciata di un palazzo vuoto all’interno e senza fondamenta, come quelli che si usano nei set cinematografici. E per farlo, l’uomo alla guida della Lazio che vorrei partirebbe riportando tanta Lazio dentro la Lazio, soprattutto per insegnare a chi arriva in questa società che cosa è stata e che cosa è la Lazio. Quell’entità che in questi 117 anni di storia è stata ed è molto più di una società di calcio dalla vita travagliata e con storie incredibili da raccontare.

La Lazio che vorrei giocherebbe con uno sponsor sulla maglia, oppure in assenza di uno sponsor in grado di portare milioni e milioni di euro giocherebbe tutte le domeniche usando quello spazio vuoto sulla maglia per lanciare un messaggio importante, approfittando della vetrina mediatica che ti garantisce il calcio e un campionato trasmesso in tutto il mondo. La Lazio che vorrei su quella maglia ci metterebbe ad esempio il logo della Fondazione Gabriele Sandri, oppure una scritta semplice del tipo: “Mai più 11 novembre”, in modo da ricordare per sempre l’assurda morte di un ragazzo assassinato perché ha avuto la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato: e che in quel posto ci stava solo perché stava andando a vedere la Lazio. Perché al posto di Gabriele ci poteva essere chiunque. Un amico, un fratello, un figlio. E la Lazio che vorrei ogni estate giocherebbe il “Memorial Gabriele Sandri” affrontando in amichevole l’Inter, con gran parte dell’incasso devoluto alla Fondazione.

La Lazio che vorrei, ricorderebbe con affetto tutti i suoi figli scomparsi e non si allenerebbe in un centro sportivo senza nome, ma in un impianto dedicato ad esempio a Bob Lovati, uno degli uomini che hanno contribuito a far diventare leggendaria la storia ultracentenaria di questa società e che è stato subito dimenticato da chi guida questa società, salvo poi decidere di intestargli una Academy presentata in pompa magna e di cui non si ha traccia dopo quasi 3 anni dalla posa (simbolica) della prima pietra. Il grande viale del centro sportivo, porterebbe il nome di Tommaso e Maurizio Maestrelli, del “maestro” e di suo figlio scomparso qualche anno fa in circostanze altrettanto tragiche e che con il suo gemello Massimo è stato uno dei simboli di quella Lazio del 1974 pur senza mai aver indossato la maglia biancoceleste come calciatore. E la Lazio che vorrei, in quel centro sportivo avrebbe una sala stampa intitolata alla memoria di Andrea Pesciarelli, che di questa Lazio era tifoso, che in quella sala-stampa di Formello ci ha passato per lavoro centinaia di ore: ridendo e scherzando con i colleghi, senza mai alzare la voce e senza mai fare una polemica, amato da tutti.

La Lazio che vorrei, la domenica non giocherebbe allo stadio Olimpico, ma dall’altra parte del Tevere, dove si è fatta la storia della Lazio. In un catino ultramoderno da 42.000 posti e di sua proprietà, con bar, ristoranti e negozi, sorto sulle ceneri di quel vecchio impianto che nel corso del tempo si è chiamato Stadio del Partito Nazionale Fascista, poi Stadio Torino e infine Stadio Flaminio. Lo stadio di Piola e di centinaia di giocatori che con le loro imprese hanno fatto la storia di questa società. Lo stadio che tutti i tifosi biancocelesti sentono un po’ loro e che vorrebbero come casa. Uno stadio in grado di fare la differenza come la fa la “Bombonera” a Buenos Aires, con le tribune che vibrano quando la gente salta e canta. E in quello stadio i vari settori avrebbero i nomi di grandi del passato: la tribuna d’Onore Umberto Lenzini, la Tribuna Giorgio Chinaglia, la Tribuna Luciano Re Cecconi, la curva Maestrelli e la Curva Nord intitolata a Gabriele Sandri o a Vincenzo Paparelli. E ogni domenica, ospiterebbe un campione del passato per ricordare alla gente chi ha scritto veramente la storia della Lazio

La Lazio che vorrei non avrebbe bisogno di scrivere sulla maglia di essere nata prima di qualcun altro, perché ripetere all’infinito quello che è scritto nei libri di storia non serve, se non per tentare di arruffianarsi qualcuno. Perché che siamo nati prima degli altri è scritto a caratteri cubitali nei libri e nel codice di iscrizione alla Federcalcio e questo nessuno lo può cambiare: perché non si può modificare a proprio piacimento la storia.

La Lazio che vorrei, inviterebbe lo sponsor tecnico ad ascoltare i desideri della gente prima di disegnare la maglia, magari chiedendo proprio ai tifosi di proporre dei bozzetti e comunque riproponendo ogni anno almeno una maglia con quell’aquila sul petto che tutti ci hanno invidiato e ci invidiano, perché speciale, da tutti i punti di vista. Comunque, sceglierebbe sempre una maglia nel rispetto dei colori e delle tradizioni, senza le macchie, le strisce o i ghirigori vari che nel corso di questi anni l’hanno resa a volte inguardabile o quasi. O quantomeno amata solo perché era la maglia della Lazio, ma lontana anni luce da quello che è sempre stata la Lazio.

La Lazio che vorrei, insomma, sarebbe questo e tanto altro ancora. Solo un sogno quindi. O, forse, solo una speranza legata al futuro. Ma sperare in un futuro migliore e diverso, non significa staccarsi dalla realtà. E non significa certo rinnegare la propria storia o l’amore per quei colori che ti hanno rapito il cuore da bambino. Significa solo provare a lottare perché questo futuro in qualche modo diventi realtà, portando un piccolo contributo per fa sì che ci sia veramente questo cambiamento.

Per questo sogno una Lazio diversa anni luce da quella attuale, per questo, nonostante tutto e tutti, al contrario di tanti non mi rassegno a questo presente e non mi faccio andare bene qualsiasi cosa: perché “a Lazio è a Lazio”, non è e non sarà mai il mio motto...




Aspettando lo sponsor da:

PERSI: 40.733.000 €

Accadde oggi 20.08

1875 Nasce a Roma Luigi Bigiarelli, uno dei nove Fondatori della S.P. Lazio
1931 Roma, campo Rondinella - Lazio-Trastevere 12-0
1970 Cerveteri, comunale - Cerveteri-Lazio 0-9
1978 Roma, Stadio Olimpico - Lazio-Nazionale Militare 1-1
1991 Roma, - Lazio-Milan 0-2
1999 Roma, stadio Olimpico - Lazio-River Plate 1-1
2003 Terni, stadio Liberati - Ternana-Lazio 1-3
2006 Roma, stadio Flaminio - Lazio-Rende 4-0
2009 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Elfsborg 3-0

Video

Supercoppa Juve-Lazio 2-3
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 18/08/2017
 

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