27 Novembre 2019

Auguri "Mancio", uomo del destino...
di Stefano Greco

Roberto Mancini è un timido, un introverso, uno di quelli che stanno sempre sulla difensiva e che rischiano di apparire scostanti, presuntuosi, antipatici a prima vista. Quindi, uno destinato a dividere, soprattutto i tifosi, tra chi li ama alla follia e chi non li sopporta o addirittura li odia e li aspetta al varco, per sfruttare il minimo errore per dire: “Ve lo avevo detto che era uno stro…”.

Ecco, da questo punto di vista, Roberto Mancini è l’antitesi di Vincenzo D’Amico, uno che non puoi non amare a prima vista su un campo di calcio e dei quali ti innamori perdutamente e per sempre quando poi hai la fortuna di conoscerlo e frequentarlo fuori dal rettangolo o una volta che ha appeso gli scarpini al chiodo. Io amo alla follia Vincenzo D’Amico, ma calcisticamente parlando ho amato alla follia anche Roberto Mancini: e l’ho amato anche da allenatore. Perché la “cotta” per il Mancio me la sono presa quando l’ho visto giocare per la prima volta, al tempo del calcio in bianco e nero, ed ho ancora impressa nella mente l’immagine di quel ragazzino sfrontato che a 16 anni ha esordito in Serie A con la tranquillità e la personalità di un veterano. Un talento mai espresso fino in fondo, uno di quelli tutto genio e sregolatezza alla Vincenzo D’Amico che, pur avendo fatto e vinto tantissimo, ti lasciano come un senso di incompiuto: perché hanno fatto tanto ma dentro di te hai l’impressione che potevano fare e vincere molto di più. Uno di quelli che restano sempre giovani anche se hanno i capelli ingrigiti o imbiancati. E mi fa impressione pensare che oggi possa spegnere 55 candeline sulla torta della vita.

Quando nel 2010 ho scritto il libro su “Tutti gli uomini (e una donna) che hanno fatto grande la SS Lazio”, mi sono reso conto che un solo personaggio nella storia biancoceleste è riuscito a vincere con questa squadra almeno un trofeo sia da giocatore che da allenatore: Roberto Mancini. Ora, con Simone Inzaghi, sono diventati due... Raccontare la storia del “Mancio” non è facile, almeno per me. Da tifoso, come ho scritto prima, l’ho amato alla follia come giocatore prima e come allenatore poi. Da giornalista, con lui non sono mai riuscito ad impostare un rapporto sereno, soprattutto quando è passato dal campo alla panchina. Lui era troppo abituato ad avere intorno un gran numero di “cortigiani” o di “servi sciocchi”, quindi pur avendo molti amici in comune non ci siamo mai frequentati e lui non mi ha mai perdonato il mio modo di essere che mi porta a dire sempre quello che penso; ma anche a rendere pubblico quello che altri preferiscono non dire per non correre il rischio di compromettere certi rapporti di amicizia che, in realtà, non sono  poi così solidi e soprattutto “veri”. A lui dava fastidio il fatto che io venissi sempre a sapere quello che succedeva dentro lo spogliatoio e, in modo particolare, che non avessi nessun timore a rivelarlo parlando in radio o nei servizi che facevo all’epoca per La7. È stato così per la lite furiosa con Peruzzi (che gli rimproverava di essersi fatto triplicare l’ingaggio di allenatore da Geronzi nel momento in cui aveva chiesto a tutta la squadra di rinunciare a dei soldi e a firmare il piano-Baraldi), è stato così soprattutto quando, dopo la sconfitta di Praga che costò alla Lazio l’eliminazione dalla Champions League 2003-2004, dissi senza problemi che lui aveva perso il controllo della squadra. O meglio, che il rapporto tra lui e una parte della squadra era, diciamo così, compromesso. Era vero, me lo avevano detto 4-5 giocatori amici, ma lui questa rivelazione non me l’ha mai perdonata e se l’è legata al dito. Pochi giorni dopo, mentre ero nella Club House di  Formello ospite di una convention organizzata dalla Canon con lui presente in sala, mi fece mandare un bigliettino (che ancora conservo) da Laura Zaccheo, addetto stampa della Lazio e sua amica personale, rifiutando però poi un confronto faccia a faccia per chiarire il perché di quella frase che scrisse e che tengo per me. Il confronto, duro, c’è stato lo stesso, ma qualche giorno dopo: quando sono entrato negli spogliatoi di Formello per affrontarlo, per ribadirgli che mai e poi mai avrei fatto decidere a lui o a chiunque altro (giocatore, allenatore, dirigente o presidente non faceva differenza per me) che cosa potevo o non potevo dire. E che, piuttosto che accettare una cosa del genere, avrei smesso di fare quel lavoro.

Dopo quel duro confronto, i rapporti sono leggermente migliorati, anche se non sono mai stati idilliaci. Ma nonostante questo, per me Roberto Mancini resta uno dei più grandi giocatori che ho visto giocare con la maglia della Lazio. Uno che, per certi versi, con il suo arrivo a Roma al seguito di Eriksson ha cambiato la storia della Lazio. E uno dei migliori allenatori nella storia di questo club, anche se è stato appena due anni sulla panchina biancoceleste. Per me, la squadra del primo anno di Mancini allenatore ha giocato il più bel calcio che ho visto giocare alla Lazio. Un mix perfetto tra il modello tutto spettacolo zemaniano e quello più pragmatico di Eriksson. E sono ancora convinto, a distanza di più di tre lustri, che senza le cessioni di Nesta e Crespo arrivate come un fulmine quel maledetto 30 agosto del 2002, in quella stagione la Lazio avrebbe vinto il suo terzo scudetto. Sul campo...

Quando a giugno del 1997 Roberto Mancini ha firmato il contratto con la Lazio, preferendola all’Inter di Moratti e di Ronaldo, per me e per molti tifosi della Lazio quel giorno è stato una sorta di Natale anticipato. Quella firma, unita a quella di Eriksson, mi convinse del fatto che il tanto sospirato salto di qualità era oramai vicino. Il  “Mancio”, nonostante i 32 anni e le 15 stagioni da professionista sulle spalle, si presentò come solo i grandi sanno fare. Il 31 agosto del 1997, all’esordio all’Olimpico contro il Napoli, Roberto Mancini ci mise poco più di un’ora per rompere il ghiaccio e per dimostrare a tutti che non era venuto a Roma per svernare o per “rubare” un ultimo contratto, ma per chiudere alla grande una carriera già straordinaria. Quel giorno, l’Olimpico era pieno, ma sullo stadio aleggiava una malinconia difficile da scacciare. Prima dell’inizio, infatti, c’era stato un minuto di silenzio in memoria di Tonino Di Vizio, presidente dei Lazio Club, che per me e quelli della mia generazione è stato una sorta di secondo padre, almeno dentro quello stadio. È stato lui, Tonino, a dare il via a quel movimento che ha portato alla nascita degli Eagles Supporters; è stato lui a crescere tanti che, come me, in quegli anni si sono staccati dai genitori o dai parenti per andare a vivere da soli la loro avventura di tifosi: in Curva.

Come tutti i fuoriclasse, “Mancio” quel giorno non segna un gol banale, ma una splendida rete di testa che decide la partita e regala alla Lazio tre punti importanti e, soprattutto, la consapevolezza di avere un giocatore in grado di tirare fuori in qualsiasi momento dal suo cilindro magico la prodezza che serve per risolvere le situazioni più difficili. Ed è quello che fa la sera del 1° novembre, segnando il suo primo gol nel derby romano. Con la Lazio in dieci e Signori in panchina, Mancini indossa i panni del leader e regala una perla destinata a restare nella storia, uno di quei gol che non ti stanchi mai di rivedere per quanto sono belli. Al primo minuto del secondo tempo parte palla al piede poco dopo centrocampo, finta di andare verso sinistra, poi con un improvviso cambio di marcia punta verso il centro, si infila tra Tommasi e Servidei, poi di collo esterno mette il pallone sotto l’incrocio dei pali alla sinistra di Konsel. Quel gol sblocca la Lazio e dà il via alla goleada ma, soprattutto, apre la strada al primo di quattro successi consecutivi nel derby.

https://www.youtube.com/watch?v=I7HDMjJ5xGY

Con la Roma il “Mancio” sembra avere una sorta di conto personale aperto, perché nel derby di Coppa Italia del 6 gennaio firma il gol del 3-1 con un pallonetto da fuori area. Segna tanti gol in quella stagione, tutti bellissimi. Stupendo il suo primo sigillo in Coppa Uefa contro il Rotor Volgograd, con un destro al volo su lancio perfetto di Gigi Casiraghi. In quella annata segna e fa segnare, come nella finale di Coppa Italia con il Milan, quando regala una serata di gloria anche a Guerino Gottardi. Alla fine sono 9 le reti del “Mancio” nella sua prima stagione in biancoceleste: tutte belle, tutte importanti per alzare al cielo il primo trofeo. Ma il bello deve ancora arrivare, perché quella Coppa Italia non è un punto di arrivo, ma la prima puntata di una storia meravigliosa.

A fine agosto del 1998, a Torino nella finale di Supercoppa con la Juventus non segna, ma regala un assist di tacco a Nedved, poi fa il bis consegnando a tempo scaduto a Sergio Conceicao il pallone per il gol che consegna alla Lazio il secondo trofeo in quattro mesi. Oramai si è ambientato, i suoi figli scorrazzano per Formello indossando uno la maglia della Sampdoria e l’altro quella della Lazio. Roberto Mancini nella sua seconda stagione laziale dà il meglio di sé, anche grazie all’arrivo di Bobo Vieri e, soprattutto, di Sinisa Mihajlović. L’intesa tra lui e il serbo è fantastica. Basta uno sguardo e il “Mancio” come per magia si fa trovare nel punto esatto in cui Sinisa piazza il pallone: su calcio d’angolo, su punizione o con un lancio di 40 metri, fa poca differenza. Il 29 novembre, la coppia Mihajlović-Mancini dà spettacolo. Con la Roma appena passata in vantaggio, Sinisa pesca con un lancio di 40 metri Mancini nell’area giallorossa: senza neanche guardare né il suo marcatore né il portiere, Roberto segue la parabola disegnata da quel pallone che sembra telecomandato, si coordina e al volo di sinistro calcia a fil di palo battendo Chimenti. Dopo pochi minuti, la “coppia” concede il bis, per un gol ancora più bello: Sinisa da sotto la Monte Mario batte una punizione, ma invece che cercare la porta tira teso a mezza altezza verso Mancini che gli va incontro e di tacco tocca il pallone quanto basta per spedirlo alle spalle di Chimenti, che non fa neanche in tempo ad accorgersi di quello che è successo. Un caso? Assolutamente no. Un mese e mezzo dopo, infatti, Mancini e Mihajlović concedono il bis, per quello che viene ancora oggi considerato uno dei gol più belli nella storia della Lazio e, forse, del calcio italiano.

A Parma, il 17 gennaio 1999, su calcio d’angolo di Mihajlović, Mancini va verso il pallone e con un colpo di tacco manda la sfera sotto l’incrocio dei pali, con Buffon immobile. Mancio corre verso Sinisa, raggiunto di corsa da Bobo Vieri che con gli occhi sgranati lo abbraccia e gli grida: “Cosa hai fatto, cosa hai fatto!”.

https://www.youtube.com/watch?v=EBzyMdOm4MI

In questa stagione non si contano le “perle” che regala Mancini. Per la causa, a fine campionato si inventa anche centrocampista. Fa di tutto pur di coronare il sogno di vincere il suo secondo scudetto. Nonostante i suoi 12 gol, invece, quello scudetto prende la strada di Milano. Nonostante il successo in Coppa delle Coppe, vorrebbe mollare, ma Cragnotti ed Eriksson lo convincono ad andare avanti un altro anno. L’arrivo di Veròn e Simeone gli consente di tornare a giocare alle spalle delle punte, per avere più libertà e sfruttare le sue immense doti di uomo assist. A Montecarlo, nel primo appuntamento ufficiale della stagione, è suo l’assist di testa che consente a Marcelo Salas di segnare il gol che vale la conquista della Supercoppa Europea contro il Manchester United. In campo è una sorta di allenatore, il vero vice di Sven-Göran Eriksson. In Coppa Italia gioca una partita strepitosa a Torino contro la Juventus, trascinando la squadra ad una rimonta impensabile. Sotto per 3-0 la Lazio chiude sul 3-2, con un suo gol che grazie al 2-1 firmato da Simeone al ritorno risulta decisivo per la qualificazione. In Champions League, nonostante il turnover operato da Eriksson, gioca 10 partite. Ma il suo sogno di mettere le mani su quel trofeo che gli è sfuggito per un soffio a Wembley nella finale con il Barcellona, sfuma contro un’altra squadra spagnola, il Valencia. Destino. Per la prima volta nella sua carriera, non segna neanche un gol in campionato. Potrebbe farlo l’ultima giornata in occasione di Lazio-Reggina, nel giorno del suo addio al calcio giocato, ma sceglie di lasciare la vetrina e la gloria dal dischetto a Juan Sebastiàn Veròn e a Simone Inzaghi. Se ne va tra gli applausi del pubblico quando lo scudetto è ancora una chimera. La Nord lo chiama, l’amico di sempre Attilio Lombardo se lo carica sulle spalle e lo porta fino a sotto la Curva. Una passerella trionfale che precede di poco l’apoteosi, il sogno che diventa realtà grazie a quel gol di Calori e alla vittoria del Perugia con la Juventus. Chiude la sua carriera così, conquistando scudetto e Coppa Italia.

A fine stagione si toglie la maglia da gioco per indossare giacca e cravatta, e diventa a tutti gli effetti il vice di Sven-Göran Eriksson. E vince subito una Supercoppa Italiana. Quando a gennaio arriva il divorzio tra Eriksson e la Lazio, Roberto Mancini è convinto di meritare una chance. Ma Sergio Cragnotti sceglie di puntare sull’esperienza di Zoff e lui va via sbattendo la porta. Va in Inghilterra, nel Leicester, per indossare nuovamente per sole 4 partite gli scarpini. Poi dice definitivamente basta. A Firenze è Cecchi Gori a concedergli una chance da primo allenatore e lui lo ripaga conquistando la Coppa Italia. Torna a Roma per ricostruire la Lazio dopo la stagione tutta da dimenticare firmata Zaccheroni. In poche settimane, riesce a trasformare il gruppo. La squadra gioca un gran calcio, impressiona tutti e in un’intervista che faccio a Marcello Lippi a Sportilia, in occasione del raduno degli arbitri, l’allenatore della Juventus mi dice: “Occhio, perché se non vendono Nesta e Crespo, secondo me la Lazio vince lo scudetto”.

I problemi economici, però, costringono Cragnotti a cedere sia l’uno che l’altro, proprio nell’ultimo giorno di mercato. La botta per l’ambiente è da KO ma Mancini, aiutato da Mihajlovic, Simeone e Peruzzi, riesce a fare gruppo, a far stipulare alla squadra una sorta di patto d’acciaio. La sua Lazio dà spettacolo fin dalla prima giornata, gioca partite indimenticabili, soprattutto in trasferta. Il 1° dicembre, a Piacenza, in un nebbione mai visto, sotto di due gol la squadra reagisce: raggiunge il pareggio, segna altri due gol annullati da Farina, ma proprio allo scadere conquista con Corradi una vittoria che riporta la Lazio in vetta alla classifica. La settimana successiva, contro l’Inter, assisto alla mezz’ora più bella nella storia della Lazio. La Banda-Mancini segna 3 gol con un Claudio Lopez trasformato dalla cura del “Mancio”. La Lazio balla sulle note di “Asereje” per festeggiare i gol, poi commette l’errore di considerare chiusa la pratica e la partita si chiude con un incredibile 3-3. Ma la settimana successiva la Lazio conquista un’altra vittoria-spettacolo a Torino contro la Juventus, nonostante l’arbitraggio scandaloso di Pellegrino. L’addio burrascoso di Cragnotti, gli stipendi che non arrivano e una crisi societaria che rischia di portare la Lazio verso il fallimento, condizionano il finale di stagione. Nonostante tutto, Mancini porta la Lazio in Champions League e ad un passo dalla finale di Coppa Uefa, con la squadra che si arrende solo in semifinale davanti al Porto di José Mourinho, l’allenatore destinato a vincere tutto e a diventare una sorta di incubo per Mancini.

L’anno successivo è travagliato, come la vita della società. Nonostante i mille problemi e le voci sempre più ricorrenti di un suo divorzio dalla Lazio e di una fuga a Milano alla corte di Moratti, Mancini riesce a confezionare un altro piccolo miracolo, portando la squadra ad alzare la quarta Coppa Italia della sua storia, la terza nell’era-Mancini. Il matrimonio finisce lì, con una firma per l’Inter che in molti non gli perdonano e che non gli hanno perdonato a distanza di anni, una sorta di “tradimento”. Ma l’accoglienza che gli hanno riservato il 12 maggio 2014 i 65.000 dell’Olimpico in occasione della prima edizione dell’evento “Di padre in figlio”, dimostra che quella tra Roberto Mancini e la Lazio potrebbe essere una sorta storia incompiuta e con un finale ancora tutto da scrivere.

Se è così ce lo dirà solo il tempo. Intanto, ora per lui c'è un'altra sfida da vincere, riportare la Nazionale al vertice del calcio Mondiale. C'è un europeo alle porte da giocare in gran parte in Italia e poi il Mondiale del 2022 in Qatar. Dopo, chissà...

AUGURI MANCIO e… grazie per le emozioni che ci hai regalato!




Accadde oggi 13.12

1914 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Pro Roma 5-2
1942 Milano, stadio San Siro - Milano-Lazio 4-1
1959 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 0-5
1970 Foggia, stadio Pino Zaccheria - Foggia-Lazio 5-2
1992 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Inter 3-1
2009 Roma, Stadio Olimpico - Lazio-Genoa 1-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 16/10/2019
 

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