22 Maggio 2020

Il Flaminio e le 15000 firme dimenticate
di Stefano Greco

Un calcio ai sogni e al cuore. Pensando a quello che è stato, pensando a quello che poteva essere e non è per colpa di tanti, vedere lo Stadio Flaminio ridotto così, in stato di completo abbandono, fa male, mette tristezza e al tempo stesso rabbia. Qualche giorno fa sono passato davanti a quello che è sempre stato lo stadio dei miei sogni e della mia infanzia: vedendo da fuori come è ridotto e sapendo che dentro la situazione è ancora peggiore, ho provato una fitta al cuore. Per me che sono nato sopra quella collina dei Parioli che sovrasta lo stadio e che poi sono cresciuto in quel quartiere Flaminio, in una casa quasi a metà strada tra i due stadi, forse è ancora più doloroso che per tanti altri vedere quellìimpianto chiuso, sventrato all'interno dai vandali, con il cemento che giorno dopo giorno marcisce e con le erbacce che la fanno da padrone. Fa male pensare che l’ultimo evento sportivo disputato dentro quell’impianto risale a 9 anni fa, alla finale dei playoff promozione tra l’Atletico Roma e la Juve Stabia, giocata al Flaminio tra mille deroghe e in un impianto chiuso per metà perché già a giugno del 2011 l’impianto già non era più a norma e le curve erano pericolanti.

In un paese in cui tutto è difficile, il Flaminio forse è l’emblema della follia e di come la burocrazia possa far andare in malora qualsiasi cosa, anche uno stadio che è considerato “monumento” ma che al momento è solo un rudere o quasi. Per colpa delle decine di vincoli che gravano sullo stadio costruito da Nervi per le Olimpiadi del 1960 e che da anni bloccano ogni tentativo di ridar vita a quell’impianto fantastico. Marcisce a causa del fatto che questo stadio ha un padrone certo a cui non interessa e troppi padroni che lo hanno gestito o che vorrebbero gestirlo, ma alla fine nessuno muove un dito e tira fuori un euro per gestirlo veramente e sfruttarne le potenzialità. Come quel gruppo misterioso che mesi fa è salito alla ribalta delle cronache proponendo la costruzione di un centro sportivo vicino a Saxa Rubra con il Flaminio incluso nel progetto, con l'impianto destinato ad ospitare il museo della Laizo e eventi. Ma non più legati al calcio e allo sport.

Della Stadio Flaminio ci si ricorda alla viglia delle elezioni per criticare la giunta precedente. Succede regolarmente, succederà anche alla vigilia della scadenza del mandato della Raggi, quando qualcuno tirerà fuori la situazione disastrosa dell’impianti sportivi a Roma di un patrimonio immenso mandato in rovina e di cui questo stadio è l’emblema, ma solo la punta dell’iceberg. Già, perché anche il Palazzetto dello Sport di Viale Tiziano è chiuso da due anni per una ristrutturazione mai iniziata.

In questi anni, in tanti sono entrati dentro il Flaminio a farsi delle foto promettendo in caso di elezione di risolvere il problema, qualcuno se n'è uscito con l’idea di darlo ad un euro a Lotito per farlo diventare la casa della Lazio (impossibile, poi spiegherò il perché…), qualcun altro lo ha proposto alla Roma come alternativa a Tor di Valle e, infinine, c'è stato chi ha tifato per farlo tornare nelle mani del Coni. Tutti parlano del Flaminio, ma mi chiedo: con quale diritto dopo aver fatto finta di niente mentre quello stadio andava a pezzi tra rimpalli di responsabilità? Perché nessuno ha fatto nulla quando nel 2009 in poche settimane con ORGOGLIO LAZIALE e il Sodalizio raccogliemmo qualcosa come 15.000 firme, consegnate poi alla Polverini e Alemanno, per chiedere che il Flamino diventasse la casa della Lazio?

Nessuno fece nulla. Alemanno al Comune e Zingaretti in Provincia fecero promesse cadute nel vuoto; la Polverini, quella che per acchiappare voti si arrampicò pure sulla vetrata della Nord promettendo qualunque cosa (anche di mettere in disparte Lotito), quando gli arrivarono sul tavolo quelle 15.000 firme le girò all’allora assessore allo Sport della regione, Fabiana Santini, come se fossero una patata bollente di cui sbarazzarsi. Lo so, perché lavoravo nello staff della Santini in quel periodo (sono durato 40 giorni, poi ho capito che non faceva per me quel mondo…) e quando ho posto il problema la risposta è stata: “Lotito è un amico, mica possiamo metterlo in difficoltà…”. Così quel libro con le 15.000 firme finì al macero, insieme alle promesse elettorali della Polverini. Quindi, vedendo e sentendo tanti politici, candidati alla guida della Regione, a sindaco o ad un posto nel governo cittadino che usano (o hanno usato) il Flaminio per avere un titolo sui giornali, mi viene quasi il voltastomaco. Eprovo una fitta ripensando alle ore passate su quei tavoli improvvisati per far firmare quei tifosi dellaLazio che sognavano di vedere la Lazio tornare nella sua vecchia casa, ristrutturata, rimodernata.Un piccolo gioiello da 42.000 posti che avrebbe cosentito alla squadra di giocare in unasorta di fossa dei leoni. Ma poi torno alla realtà, ovvero al fatto che questo stadio non interessa a nessuno e per questo nessuno muove realmente un dito per salvare il Flaminio.

Perché per restituire quello stadio alla città servono i soldi, non gli slogan, le chiacchiere o le promesse elettorali che svaniscono il giorno dopo il voto. Come mi ha detto un giorno l’ex delegato allo Sport del Comune di Roma, Alessandro Cochi, gestire il Flaminio costa “700.000 euro all’anno di piccola manutenzione, senza mettere in conto i circa 10/15 milioni di euro che si devono spendere per adeguare le strutture e per la loro messa a norma”. Soldi che il Comune di Roma, proprietario dell’impianto, non ha; soldi che il Coni, che ha gestito l’impianto, non ha voluto tirar fuori; soldi che la Federazione Italiana Rugby, a cui era stato assegnato l’impianto, non ha voluto spendere, visto che al momento decisivo ha preferito trasferirsi in una casa più accogliente, più grande e redditizia dall’altra parte del Tevere, spostando il “Sei Nazioni” all’Olimpico. Soldi che non ha investito neanche la Federcalcio, quando lo stadio Flaminio per bocca del Consigliere Federale Lotito doveva diventare“lo stadio di tutte le nazionali”. Mai successo, chiaramente.

Un delitto, verrebbe quasi da dire un omicidio. Perché in un paese dove si parla di costruire impianti moderni, più piccoli e nei quali si può vivere da vicino lo spettacolo calcistico, sul modello degli stadi inglesi e tedeschi, per colpa dell’ottusità di chi fa calcio a Roma e di vincoli assurdi che per tutelare un monumento ne decretano praticamente l’abbandono e la morte, il Flaminio è ridotto come vedete nella foto, con erbacce alte un metro e alberelli che crescono sugli spalti. Mentre potrebbe diventare uno stadio fantastico, un catino da 42.000 posti ideale per diventare la nuova casa della Lazio e la sede del museo della Polisportiva. Invece no.

Il progetto di ristrutturazione e di ampliamento dell’impianto, realizzato dallo “Studio Shesa” su incarico dalla Federazione Italiana Rugby, giace da tempo in un cassetto. Nel pieno rispetto dei vincoli esistenti, il progetto prevede un secondo anello sulle due curve e sulla tribuna scoperta, sorretto da torri avveniristiche e di bassissimo impatto ambientale. I costi della realizzazione del progetto variano tra i 35 e i 40 milioni di euro, ma il problema è: chi mette i soldi? Il Comune di Roma, proprietario dell’impianto, ha approvato durante il governo Alemanno quel progetto e la stessa cosa ha fatto il Coni, ma alla fine nessuno ha voluto tirare fuori soldi per un impianto che, assegnato alla FIR per farlo diventare la casa italiana della palla ovale, la Federazione Italiana Rugby ha abbandonato quando ha capito che senza spendere un solo euro poteva avere a disposizione un impianto che le consentiva di incassare quasi i doppio di quello che avrebbe incassato allo Stadio Flaminio. E senza costi di gestione. E così, quel progetto giace da anni in un cassetto e il Flaminio va in rovina, anche per colpa dei vincoli.

Sì, perché diciamocelo chiaramente, la vera soluzione sarebbe sempre quella di buttare giù l’impianto per costruirne uno ex novo, concedendo alla famiglia Nervi di mettere la firma sul nuovo progetto per riconoscenza verso chi aveva ristrutturato il vecchio Stadio che era stato per anni la casa della Lazio e teatro dei Mondiali del 1934 con il nome di “Stadio del Partito Nazionale Fascista”. Prima di diventare Flaminio, infatti, quello stadio di nomi ne ha avuti tanti. Con il nome di Stadio del Partito Nazional Fascista è stato la casa della Lazio prima della Guerra, poi dopo la ristrutturazione e il cambio di quel nome voluto da Mussolini, lo “Stadio Torino” (in memoria della squadra scomparsa nella tragedia di Superga), è stato anche la casa della Roma che non aveva più il vecchi campo Testaccio. Abbandonato sia dalla Roma che dalla Lazio dopo la costruzione dello Stadio Olimpico, l'impianto è stato completamente ristrutturato dall’ingegner Pier Luigi Nervi che per i giochi di Roma 1960 lo ha trasformato in quello che è ancora oggi, lo Stadio Flaminio: bello, ma fuori dai tempi, quindi purtroppo inutile e destinato all’abbandono.

L’abbattimento del vecchio impianto e la costruzione del nuovo, sfruttando tutta l’area, completerebbe l’ammodernamento del quartiere iniziato con la costruzione dell’Auditorium e poi del “MAXI”, salverebbe il Flaminio. Un impianto moderno, avrebbe lo stesso impatto ambientale dell’attuale, ma costi di gestione molto più bassi, perché grazie all’istallazione di pannelli fotovoltaici sulla copertura, potrebbe produrre l’energia necessaria per l’impianto ma anche per parte del quartiere, con grande risparmio per tutti gli abitanti della zona. Uno stadio da 42.000 con negozi, bar, ristorante e museo, piazzato a poco più di 2 chilometri da piazza del Popolo e collegato da una metropolitana di superficie (già esistente) alla stazione Metro di piazzale Flaminio, farebbe del nuovo stadio un impianto moderno, utilizzabile 365 giorni all’anno e che come avviene in tutte le città del mondo potrebbe diventare ben presto una meta per una parte dei milioni di turisti che visitano ogni anno la Capitale.

Ma da questo orecchio non ci sente nessuno, tanto meno Claudio Lotito, perché non c’è profumo di business personale in questa soluzione. Per lui esiste solo ed esclusivamente il progetto dello stadio sulla Tiberina, su quei terreni di proprietà della famiglia Mezzaroma su cui gravano molti più vincoli del Flaminio. Non fosse altro perché si tratta di terreni non edificabili: agricoli, a rischio esondazione e con vincoli archeologici. Ma nel paese dell’assurdo in cui viviamo, Lotito dopo 15 anni spera ancora di tenere in piedi l’ipotesi-Tiberina, mentre non ha mai preso in considerazione l’ipotesi-Flaminio. Ovvero uno stadio moderno e al centro della città: come succede a Madrid e a Barcellona, oppure a Londra o in Germania. Perché nessuno in Europa ha costruito un nuovo quartiere o un piccolo paese intorno ad un nuovo stadio per realizzare un business, mentre il sogno di Lotito è solo quello. Per business personale e della famiglia Mezzaroma. E basta cliccare sul link qui sotto e leggere l’articolo per capire il perché e quanti milioni di euro ballano…

http://www.sslaziofans.it/contenuto.php?idContenuto=27877

La Polisportiva Lazio,  per bocca del suo presidente Antonio Buccioni, in questi anni ha chiesto al Comune la possibilità di gestire lo stadio Flaminio: ma è un sogno, perché la Polisportiva non ha i soldi né per realizzare i lavori che servono né quelli per una gestione ordinaria che si aggirano sul milione di euro all’anno. Quindi, la richiesta rischia di restare lettera morta. Come il sogno di tutti o quasi i tifosi laziali di poter tornare nella casa madre, nello stadio in cui è nato il grande calcio a Roma nei primi anni del secolo scorso. E la colpa è un po’ di tutti, nessuno escluso: dal presidente della Lazio al presidente del Coni, passando per la Federcalcio e le istituzioni, con in testa almeno tre sindaci e un commissario straordinario. Tutti aspettano. Soprattutto il Coni, che si sarebbe preso gratis il Flaminio solo in caso di assegnazione a Roma dei giochi Olimpici del 2024. Già, perché a quel punto il conto lo pagherebbe Roma 2024 e a fine giochi si sarebbe ritrovato uno stadio moderno a costo zero, un patrimonio al costo simbolico di 1 euro. E forse è proprio questo lo scopo, il motivo per cui nessuno è mai sceso seriamente in campo per salvare il Flamino dall’abbandono: avere lo stadio e tutta quell'area gratis o quasi.

Un giorno, forse accadrà e qualcuno farà la sua bella speculazione. Ma il sogno dei tifosi della Lazio, che in passato hanno chiesto a gran voce di riavere quella casa, per riallacciare quel cordone ombelicale che lega il mondo Lazio a quello stadio che oggi assomiglia ad una casa straordinariamente bella ma abbandonata, è destinato a restare tale. Un bel sogno, irrealizzabile. 




Accadde oggi 07.08

1957 Nasce a Pescate (LC) Roberto Tavola
1990 Trossingen - Trossingen-Lazio 0-7
1991 Saint Vincent - Lazio-Cecoslovacchia 1-1 - Memorial Pier Cesare Baretti
1992 Bayer Leverkusen-Lazio 2-1
1999 Cadiz, - Betis Sevilla-Lazio 2-2 (6-4 dcr)
2004 Manchester - Manchester City-Lazio 3-1
2005 Fiuggi, Fiuggi-Lazio 0-11
2009 Muore a Treviglio (BG) Orlando Rozzoni
2010 Fiuggi - Stadio Campo i Prati - Triangolare Lazio-Latina-Sora

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Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 05/06/2020
 

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