19 Dicembre 2015

19.12.1982: quando la Lazio faceva 70.000 spettatori in Serie B
di Stefano Greco

Metti una sera a cena, con Vincenzo D’Amico che all’improvviso prende il telefono in mano e si mette a parlare con Enrico Vella. All’improvviso, torni proiettato nel mondo-Lazio e si apre quell’album dei ricordi che puoi sfogliare ad occhi chiusi, arrivando a respirare profumi dimenticati, a provare brividi rivedendo mentalmente anni in cui lo Stadio Olimpico era pieno anche con una Lazio al terzo anno consecutivo di Serie B. Poi, passata da poco la mezzanotte, guardando l’orologio e vedendo sul datario che è il 19 dicembre ti arriva un flash che ti provoca un brivido: oggi è il giorno di Lazio-Milan, il giorno del record dei record. Sono passati esattamente 33 anni, ma è come se fosse successo ieri. E il fatto che tutto questo ti venga in mente proprio ora che l’Olimpico è deserto, che tra la gente da una parte e la società e la squadra dall’altra c’è un oceano di indifferenza, non è casuale. No, non lo è affatto. E allora, quella domenica va ricordata come si deve: con le parole, ma anche con immagini destinate a provocare più di un brivido a quelli della mia età, ma che dovrebbero far riflettere chi quell’era non l’ha vissuta…

https://www.youtube.com/watch?v=9qHTPIRfeac

La Lazio è al suo terzo anno consecutivo di Serie B in una stagione in cui la Roma si appresta a vincere lo scudetto, ma siamo un popolo, abbiamo ritrovato Giordano e Manfredonia, Casoni e Sbardella con pochissimi soldi hanno costruito una squadra che lotta e che è un lusso per il campionato cadetto e che oggi probabilmente lotterebbe per entrare in Europa League: senza stranieri, con tanti ragazzi cresciuti in casa e per questo ancora più amati dalla gente. Siamo alla fine degli anni di piombo, l’Italia è campione del Mondo e quel successo ha rimarginato la ferita del primo calcio scommesse della storia, riportando l’entusiasmo di una volta: un’euforia che contagia tutti, soprattutto i tifosi che tornano in massa a riempire gli stadi. Olimpico in testa. In quel campionato di B, la Lazio viaggia ad una media di quasi 40.000 spettatori a partita, è prima in classifica con 23 punti (la vittoria valeva ancora 2 punti) in 14 giornate, ed è reduce da 7 vittorie consecutive e una serie interrotta la settimana prima da uno 0-0 con qualche brivido in casa della Reggiana. E con Nando Orsi che non subisce gol da oltre 700 minuti, ad un passo dal record di Felice Pulici. Il Milan di Franco Baresi, appena retrocesso in Serie B (per la seconda volta in 3 anni e per la prima volta sul campo) è secondo in classifica staccato di due punti e sogna l’aggancio. Siamo quasi al tramonto degli Anni di Piombo, lo Stato sta per vincere la sua guerra contro il terrorismo, il calcio italiano ha riaperto le frontiere e sono sbarcati nel “Bel paese” (già, così eravamo considerati allora) tutti o quasi i giocatori più forti del mondo: Platini, Falcao, Cerezo, Boniek, Ruud Krol, mentre stanno per arrivare Zico, Junior, Rummenigge, Briegel. Da noi sono arrivati Enrico Vella, Ambu, Podavini e ci sembra già un mercato di lusso. Quella sfida con il Milan, abbonati compresi, attira all’Olimpico quasi 70.000 spettatori (sì, avete letto bene, non ci sono errori di battuta…) per un incasso di oltre 630 milioni: record per la Lazio, record dei record per la Serie B sia per le presenze sugli spalti per la cifra entrata nelle casse della società. E ora, provate a fermarvi un attimo a riflettere: Serie B, quasi 70.000 spettatori e record d’incassi. Perché? Perché quella era una Lazio povera, che nuotava per non affondare e non affogava perché aveva come giubbotto di salvataggio proprio la gente. Perché a via Col di Lana le porte della società erano aperte a tutti, perché la D’Amico aveva chiesto di tornare dal Torino alla Lazio e la società aveva fatto uno sforzo economico immane per esaudire il desiderio del “capitano” e il sogno dei tifosi di vedere Vincenzino indossare nuovamente la maglia della Lazio. Un ritorno festeggiato da migliaia di tifosi che sotto la sede portano Vincenzo D’Amico in trionfo, come un eroe. Poteva succedere, anzi, accadeva perché c’era quella Lazialità che oggi sembra persa, svanita… E c’era perché esisteva tanta Lazio all’interno della Lazio e questo la gente lo respirava, questo portava tutti a non pretendere la Luna, ad accontentarsi di vedere ragazzi cresciuti in casa arrivare ad indossare la maglia della prima squadra e ogni esordio era festeggiato come un battesimo, come l’ingresso in famiglia di un nuovo figlio. Non è retorica, è realtà. La realtà di allenamenti con 8-10.000 spettatori a Tor di Quinto e il traffico paralizzato per una partitella in famiglia giocata di mercoledì o giovedì pomeriggio. Perché consideravamo la Lazio un qualcosa di nostro e volevamo esserci: sempre.

Quel giorno all’Olimpico non c’è un posto libero, è pieno anche il parterre della Monte Mario e la gente sta attaccata anche alle vetrate che separano i settori dello stadio perché vedere bene la partita è secondario, la cosa importante è esserci. Quando le squadre entrano in campo, la Curva Nord viene avvolta da una nube di fumo squarciata dal rosso acceso delle torce ed ha un aspetto quasi spettrale. Quella nebbia artificiale si estende a tutto il resto dello stadio e se guardate bene le prime immagini del servizio della Rai sembra di stare a Milano e non a Roma, allo stadio di San Siro con una nebbia abituale per quel periodo dell’anno e non a Roma, in una splendida giornata di sole che si rivela solo nelle immagini successive.

Ogni giocata della Lazio è accompagnata da un boato, ogni azione del Milan è un brivido che sale su per la schiena. Orsi fa un miracolo, Vella e Spinozzi salvano un gol già fatto, ma il Milan si appresta a tornare negli spogliatoi forte del vantaggio firmato Oscar Damiani, l’attaccante maledetto che indossando la maglia del Napoli dieci anni prima aveva mandato in frantumi il sogno-scudetto della Lazio di Chinaglia e Maestrelli proprio all’ultimo minuto dell’ultima partita di campionato. Ma c’è una punizione al limite dell’area sotto la Curva Nord: silenzio irreale, come se il tempo si fosse fermato e la Terra avesse smesso di girare, poi la breve rincorsa, il tocco di destro, il pallone a scacchi bianchi e neri che supera la barriera e dopo aver sfiorato il palo va a morire il rete alla sinistra del portiere: imprendibile. E’ il mondo-Lazio esplode, in uno di quei boati che a distanza di anni ti fanno venire ancora la pelle d’oca rivedendo le immagini o chiudendo gli occhi. La Curva Nord sembra un mare in tempesta, con la gente che fluttua in quell’abbraccio senza fine.

Nel secondo tempo, la sofferenza. Il Milan è più forte e si vede. Ogni pallone che piove in area per la testa dello squalo Joe Jordan (attaccante scozzese senza denti centrali persi in uno scontro di gioco e costretto a indossare una dentiera che lo fa somigliare ad uno squalo…) è un brivido, poi sull’ennesimo cross è il più basso in campo a segnare di testa e a battere Orsi per la seconda volta: ancora lui, ancora l’attaccante maledetto. Doppietta di Damiani. Sembra finita, la Lazio ha quasi smesso di crederci ma quando Agnolin sta per fischiare la fine ecco il miracolo, il tocco divino dello “stellone” che arriva puntuale per non rovinare una domenica di festa e per consegnare alla storia quella partita. Vella consuma le ultime energie per portare il pallone verso l’area milanista seminando un paio di avversari, libera D’Amico sul filo del fuorigioco, Vincenzo scatta (sembra uno scherzo, ma anche Vincenzo scattava…) e di destro colpisce in pieno la traversa… Una beffa? No, una magia, perché sul rimpallo successivo la sfera capita nuovamente a D’Amico che di sinistro e senza pensarci un attimo colpisce al volo e scarica il pallone alle spalle di Nuciari siglando il 2-2 finale. Altro boato, abbracci, gente che si rotola a terra e al triplice fischio finale è festa grande: abbracci in campo, cori, lacrime. E’ solo un pareggio, ma viene festeggiato come la conquista di un trofeo. La Lazio va alla sosta di Natale prima in classifica e chiuderà il girone d’andata conquistando il titolo simbolico di Campione d’Inverno.

Quella stagione si chiuderà con la promozione conquistata all’ultima giornata grazie ad un altro 2-2 sul campo della Cavese, con il ritorno di Chinaglia che a giugno acquista la società e diventa presidente. Ma questa è un’altra storia... dal sapore di Lazio e che solo i laziali possono ricordare e capire. Perché basta essere laziali per comprendere che se l'Olimpico oggi è vuoto e la Lazialità sembra dispersa, svanita, non è per colpa dei prefetti o a causa dei risultati...




Accadde oggi 19.12

1920 Roma, campo della Rondinella - Lazio-U.S. Romana 2-1
1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Atalanta 4-0
1948 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Modena 5-1
1954 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Napoli 2-1
1971 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Perugia 4-1
1982 Roma, stadio Olimpico – Lazio-Milan 2-2
1993 Lecce, stadio Via del Mare - Lecce-Lazio 1-2
1999 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Piacenza 2-0
2002 Empoli, stadio Carlo Castellani - Empoli-Lazio 1-2
2004 Udine, stadio Friuli - Udinese-Lazio 3-0
2007 Roma, Stadio Olimpico, Lazio-Napoli 2-1
2010 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Udinese 3-2

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 07/12/2018
 

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