28 Novembre 2019

Ciao Mau...
di Stefano Greco

“Sono sempre i migliori che partono, ci lasciano senza istruzioni, a riprogrammare i semafori, in cerca di sante ragioni…”. Parto da qui Mau, da un verso della canzone che Monia ha usato  qualche anno fa come colonna sonora per  questo video fantastico in cui, foto dopo foto, è racchiusa tutta la tua vita: “Fino all’ultimo attimo…”, come ripete Jovanotti in quel ritornello finale. Fino a quell’ultima surfata che Andrea si è tatuato sulla pelle.

https://www.youtube.com/watch?v=bTNFvFERTAk&feature=youtu.be

Vedendo questo filmato ieri, alla vigilia dell'ottavo anniversario del giorno in cui ci hai lasciato, mi è venuta voglia di scriverti, di raccontarti quello che è successo in questi 8 anni. Per prima cosa, però, devo farti una confessione: devo dirti che nonostante le lunghe chiacchierate fatte con Monia sull’argomento, sulla morte e sul dopo, io non l’ho trovata quella “santa ragione” in grado di farmi accettare quello che è successo. Perché, sai, alla morte di un amico non si è mai preparati, neanche quando sai che il suo destino è segnato, che quel male bastardo che lo ha nuovamente aggredito ha vinto in modo vile la sua partita. Lo sai, ma nonostante tutto non ti rassegni all’idea che possa succedere veramente, fino a quando non ti arriva quell’sms che mette la parola fine alle speranze e senti il cuore pesante e ferito, come se all’improvviso qualcuno lo avesse trafitto con mille aghi. “Maurizio è volato via”, c’era scritto in quel messaggio. Quattro parole per una sentenza, una riga per annunciare la vittoria di un destino crudele che si è accanito su dite e sulla tua famiglia. L’ho conservato quell’sms. Non ho avuto né la forza né il coraggio per cancellarlo, come non ho cancellato dalla rubrica del cellulare il tuo numero di telefono. E me ne sono accorto proprio oggi. Ho tenuto il tuo e quello di Francesco Billy Bilotta, di cui ho scritto proprio un paio di giorni fa. Due delle persone più importanti della mia vita extra famiglia che sono volate via presto, troppo presto.

Se è vero che c'è un dopo oltre il nostro passaggio su questa Terra, tu sai già tutto di quello che è successo in questi 96 mesi, ma per ricordarti oggi ho deciso di scriverti lo stesso per raccontarti un po' di cose, partendo chiaramente dai tuoi ragazzi. Andrea è cresciuto, tanto: è diventato uomo, oppure un “ometto” come ci dicevano quando da ragazzini iniziavamo a prendere le sembianze di un adulto. Ha coronato il suo sogno di diventare un calciatore professionista e sta vivendo forse la stagione più bella da quando ha iniziato a giocare seriamente ed è cresciuto in fretta ma forte. Sì, perché se riesci a sopravvivere al dolore di una poerdita così grande, la sofferenza ti rende più forte, ma spazza via in un colpo solo l’infanzia e il mondo dei giochi, per proiettarti bruscamente nel mondo dei grandi, in quella realtà fatta di persone a cui vuoi bene e che hai sempre creduto di poter avere al tuo fianco per sempre ma che, invece, all’improvviso spariscono. E tu lo sai bene, perché a te è successa la stessa cosa con papà prima e tua sorella dopo. All’inizio non capisci, all’inizio sei quasi arrabbiato con chi è volato via e ti ha abbandonato lì da solo a fare i conti con la dura realtà di non poter contare più su un abbraccio o su un consiglio per superare i tanti ostacoli che trovi sulla tua strada. E ti porti sulle spalle come un fardello la rabbia di chi darebbe qualsiasi cosa per una carezza. Ma Andrea ha capito, anche se gli sei mancato tanto in questi anni in cui tra mille problemi passo dopo passo provava  a coronare il suo sogno, il vostro sogno. Quello che avete condiviso in tante domeniche passate a girare per campi di calcio in terra battuta e in cui l’erba a volte era poco più di un miraggio. Non si è rassegnato al fatto che non ci sei più, ma ha capito che doveva andare avanti perché tanto non si poteva più tornare indietro. E lottando ha tracciato la sua strada, con sudore e sacrificio, proprio come gli hai insegnato tu. Lo ha fatto senza aspettarsi che le cose gli potessero piovere dal cielo solo perché si chiama Maestrelli e ha come zii due Materazzi. 

Anche Alessio è cresciuto. Pure lui è bello come il sole, non è più la piccola peste di una volta ma ha l’argento vivo addosso, con quello sguardo furbo di chi ti si mette in tasca con un sorriso e a cui perdoni tutto. Anche lui si è allontanato da casa come Andrea per provare a coronare il suo sogno e sono convinto che anche lui ce la farà, perché anche se sta prendendo le sembianze di un uomo è ancora giovane e quindi ha più tempo per sbagliare nel tentativo di imboccare la strada giusta. E la troverà prima o poi, perché fin da piccolo ha lo sguardo di un vincente.

Monia ultimamente ha ritrovato il sorriso, anche se in questi giorni è tesa, nervosa, come succede sempre in questo periodo. A fatica si è rifatta una vita, perché che ci piaccia o no la vita va avanti. Lo ha fatto senza cancellare nulla di quello che è stato, senza chiudere in un cassetto il passato come si fa con quelle vecchie foto che ti fanno star male quando le vedi ed allora le nascondi alla vista per non soffrire. Lei no, le ha tenute lì, ben in vista. Lei è stata brava, è stata forte, ma non ha fatto tesoro di quel tuo motto che avevi scelto come frase preferita su Facebook per presentarti agli altri: “Con il passare del tempo è importante essere sempre di più tolleranti e flessibili”. Ci ha provato, si è sforzata, ha provato a smussare certi spigoli e a farsi scivolare di più le cose addosso, ma l’indole è indole e non a caso si chiama Materazzi. E nessuno sa meglio di te che testa dura hanno a volte i Materazzi.

Ho lasciato per ultimo Massimo, perché fin dal primo momento è stato quello che mi preoccupava di più. Perché è risaputo quanto possa essere forte il legame che unisce due gemelli. E voi eravate due siamesi più che due gemelli. Come ho scritto il giorno in cui ci hai lasciato, tornando con la memoria a quando eravamo ragazzini in una Roma completamente diversa: “Dove stava uno stava l’altro, dove stavano loro nei paraggi c’erano il Maestro e Bob ad osservarli da lontano, a controllare che non facessero danni. A Tor di Quinto come dentro gli spogliatoi dell’Olimpico, dove scorrazzavano ridendo e scherzando insieme al figlio di Gigi Bezzi, facendo infuriare Umberto Lenzini. Erano identici Maurizio e Massimo, per tutti quasi indistinguibili. Per tutti, non per gli amici. Li avevo conosciuti come tutti i tifosi quando da ragazzino andavo a vedere gli allenamenti al campo di Tor di Quinto, poi eravamo diventati amici frequentando la casa di un grandissimo laziale, Sandro Petrucci (l’inventore dello Stellone), amico fraterno del Maestro. Siamo diventati amici poco prima della morte di Tommaso Maestrelli, della quale ricorre tra pochi giorni l’anniversario. Me li ricordo Massimo e Maurizio, accompagnati in quella chiesa stracolma di gente a Ponte Milvio, protetti da tutti forse perché avevano appena 13 anni e mezzo”.

Mi sembra ieri, invece è passata una vita, quasi 40 anni dal giorno di quel funerale. Ma torniamo a Massimo: ha perso il sorriso. Non significa che non sorride più, ma anche quando lo fa non è più il sorriso di una volta. Chi non lo conosce o chi lo conosce poco magari neanche se ne accorge, ma un amico di una vita non può non cogliere quel velo di tristezza o di nostalgia che c’è in ogni suo sorriso. E questo mi dispiace e mi fa male. Non gliel’ho mai detto, l’ho scritto ora, perché come ho sempre fatto nella mia vita le cose, certe cose, mi riesce più facile scriverle che dirle. So che non c’è rimedio, ma prova a parlarci tu, tramite quel filo invisibile ma indissolubile che vi ha sempre legati.

Come vedi, non ti ho parlato della Lazio, di quella passione che ci univa e che era sempre presente in ogni incontro, in ogni telefonata. Neanche un minimo accenno. Non te ne ho parlato, Mau, perché della nostra Lazio è rimasto poco o nulla, purtroppo: a volte, neanche il colore della maglia. Abbiamo vinto tre tofei da quando ci hai lasciato, la squadra è più forte e finalmente grazie alla presenza di Inzaghi, Peruzzi e Rocchi c'è un po' più Lazialità tra le mura di Formello. Ma c'è sempre un muro tra noi laziali di una volta e chi guida questa società. Un muro come quello di Berlino. Prima o poi cadrà e quel giorno ci sentiremo tutti finalmente liberi. Non più laziali, perché quello lo siamo sempre, ma sicuramente più felici di oggi. 

Ho finito e, come sempre, mi sono fatto prendere la mano e mi sono dilungato. D'altra parte, succedeva anche quando eravamo ragazzini e parlavamo di calcio, quindi anche da questo punto di vista non c'è nulla di nuovo. Come ogni anno, quindi, chiudo inviando un bacio verso quel cielo grigio che oggi rende cupo il paesaggio. Ciao Mau. Come scrivo sempre, CIAO e mai ADDIO, perché le persone care ce le portiamo sempre con noi ovunque andiamo. Nel cuore, nella mente e nell'anima...




Accadde oggi 13.12

1914 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Pro Roma 5-2
1942 Milano, stadio San Siro - Milano-Lazio 4-1
1959 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 0-5
1970 Foggia, stadio Pino Zaccheria - Foggia-Lazio 5-2
1992 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Inter 3-1
2009 Roma, Stadio Olimpico - Lazio-Genoa 1-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 16/10/2019
 

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