05 Agosto 2019

Giuliano, per sempre bomber Fiorini!
di Stefano Greco

Foto di Marcello Geppetti

Fin da piccoli ci hanno insegnato ad immaginare gli angeli come delle creature perfette: luminosi, quasi sempre biondi e dai lineamenti delicati. Così, dalla notte dei tempi, li hanno sempre disegnati o dipinti, a partire dall’arcangelo Gabriele. Io un angelo l’ho conosciuto, ma era completamente diverso da come me lo avevano sempre descritto. Aveva i capelli perennemente scompigliati e gli occhi stanchi come quelli di chi ha tirato a fare tardi e aveva i lineamenti tutt’altro che perfetti e delicati. Ma, soprattutto, non aveva le ali e non volava: camminava, anzi, spesso e volentieri caracollava. Specie quando stava su quel prato verde con i calzini perennemente abbassati, l’andatura dinoccolata e quella maglia numero nove addosso sempre fuori dai calzoncini. Insomma, tutt’altro che perfetto e bello da vedere. Ma era veramente un angelo: perché aveva un cuore immenso ed era di una generosità fuori dal comune ma, soprattutto, perché ha fatto un vero e proprio miracolo. E il suo nome era, è e sarà sempre, Giuliano Fiorini.

Giuliano Fiorini nella sua carriera non ha vinto né coppe né scudetti, ma solo l’amore della gente per quello che ha fatto indossando, oltre a quella della Lazio, le maglie di Bologna, Rimini, Brescia, Foggia, Piacenza, Genoa, Sambenedettese, Venezia, Siena, Ternana e L’Aquila. Ovunque è andato, la gente lo ha amato, perché lui era uno di quelli che in campo davano tutto, anche quello che non avevano dentro, traendo forza a volte dall’orgoglio o dalla riconoscenza per andare oltre i limiti di un fisico da calcio d’altri tempi e di una tecnica che di certo non era sopraffina. Lo hanno amato ovunque, ma mai come a Roma, dove l’amore per lui ha sconfinato e ha superato le barriere del tempo.

Sì, perché, se parli di Fiorini si inumidiscono gli occhi dei tifosi di 50 anni come quelli di ragazzini di 20 anni che hanno imparato a conoscerlo e amarlo attraverso i racconti dei padri o dei nonni, oppure grazie ai libri o ai filmati. Quel gol al Vicenza, con i colori sbiaditi e l’audio tutt’altro che perfetto, è uno dei più cliccati su YouTube: più dei gol di Chinaglia, Giordano e Signori, più del fischio finale di Collina che ha regalato alla Lazio il secondo scudetto della sua storia. Perché nulla può essere paragonato a quel Lazio-Vicenza in termini di sofferenza ed emozioni.

Oggi sono 14 anni che ci ha lasciato, ma sembra ieri. Giuliano l’ho visto per l’ultima volta nell’inverno del 2004, a cena qui a Roma. Ha fatto un salto per salutare i vecchi amici. Ha la faccia stanca, gli occhi cerchiati di nero, l’andatura è sempre la solita, caracollante, come è quello di sempre quel sorriso beffardo perennemente stampato sul volto! “Sono stanco”, mi risponde quando gli chiedo come sta. Poi aggiunge, “ma non mi stancherò mai di vivere”. E giù la solita risata e una pacca sulla spalla. Ha vissuto a pieno la vita. In modo sregolato, è vero, ma era il suo modo. Perché Giuliano era un uomo vero, con mille difetti, come li hanno tutti gli uomini veri, ma era cristallino. Ti diceva sempre quello che pensava e, se sbagliava, sapeva chiedere scusa. Non è stato un esempio come stile di vita, ma lo è stato per la sua lealtà, la sua schiettezza e la sua grande voglia di vivere e di godersi la vita. Non sono mai riuscito a stargli dietro nel bere, perché io sono quasi astemio, ma ho sempre cercato di essere al suo livello nell’affrontare le avversità della vita, nel saper guardare la gente dritta negli occhi e nel saper essere leale, sempre e comunque. Soprattutto con chi leale non sa essere! E sono tanti. Purtroppo. Però non gli ho mai perdonato di non avermi detto nulla di quel brutto male. Ma non l’ha fatto solo con me, lo ha fatto con tanti che gli erano molto più amici di me. E quando l’ha fatto, oramai era troppo tardi.

Il filo si spezza il 5 agosto del 2005. La notizia corre veloce, da un capo all’altro dell’Italia. Io, quando ricevo l'sms di un amico e leggo: “Fiore non c’è più, è volato via”. Sono a Roma, con le borse pronte per andare a raggiungere la famiglia a Santa Severa. Ho appena finito di gettare le basi per il mio primo libro, Una vita da Lazio, scritto a quattro mani con Spinozzi, ex compagno di squadra di Giuliano alla Lazio. E tocca a me dare ad Arcadio la notizia, in una telefonata di lacrime vere. Perché quel 5 agosto ho sentito che mi era morto qualcosa dentro. Perché quando se ne va uno che consideri quasi invulnerabile, ad appena 47 anni, ti fermi a pensare, a riflettere sul fatto che siamo veramente tutti appesi ad un filo.

In pochi minuti decido così di non andare a Santa Severa, ma di prendere la macchina il giorno dopo per mettermi in viaggio, destinazione Bologna, andando contro corrente rispetto a chi imbocca l’autostrada per andare in vacanza. Il primo lancio di agenzia esce alle 17.03 del 5 agosto, ed è dell’Ansa. E, il quel titolo, c’è veramente tutto.

CALCIO: MORTO GIULIANO FIORINI, IL SALVATORE DELLA LAZIO

Nessun racconto potrà mai trasmettere le sensazioni provate in quei giorni, da quel maledetto sms che mi è arrivato quel venerdì e che mi ha gelato il sangue, al viaggio verso Bologna del sabato con in sottofondo With or without you, ascoltato mille volte. Un viaggio con gli occhi fissi sulla strada ma con la mente altrove, a rivisitare immagini di un passato che sai che non tornerà più. Ma che, comunque, non si cancellerà mai. Perché un uomo muore fisicamente, ma resta in vita almeno fino a quando una sola persona si ricorda di lui, di quello che ha fatto o ha detto. Questo mi hanno sempre detto, questo mi ha insegnato la vita. E io, a distanza di quattordici anni da quel 5 agosto, se penso a Giuliano mi vengono in mente le immagini in campo e quell’esultanza contro il Vicenza, l'emozione più grande provata in 52 anni di Lazio. Oppure ripenso alle serate passate in allegria davanti ad un bicchiere di vino, ad ascoltare storie di calcio o di vita. Voglio ricordare quell’andatura scanzonata e dinoccolata che aveva in campo e nella vita, con il sorriso sempre stampato sul volto, anche quando la fatica o il dolore tradivano con una piccola smorfia l’apparente serenità.

Il giorno del funerale, fuori dalla chiesa ci sono tante sciarpe e tante bandiere. Su una rete metallica, spicca uno stendardo biancoceleste con su scritto: “Ciao bomber. Quelli dei -9”. I figli di Giuliano escono in silenzio, avvolti dall’abbraccio di amici, parenti, ed ex compagni di squadra di “Fiore”. Quanti ricordi vedendo quella maglia con l’aquila blu stilizzata sul petto che Felice Pulici posa sulla bara, vedendo Mimmo Caso, Fabio Poli e, soprattutto, Angelo Gregucci, che in quella foto dell’esultanza di Fiorini dopo il gol al Vicenza sta dietro al bomber, con le braccia allargate a volo d’albatros. E poi Eugenio Fascetti, composto e silenzioso come sempre, ma che ha negli occhi la tristezza di un padre che ha appena perso un figlio adottivo. Tanta Lazio, ma anche tanti colori diversi, sciarpe mischiate nella folla con altre di colori diversi: tifoserie rivali unite nel dolore, a dimostrazione che il calcio può essere anche altro. E non dovrebbe servire una morte assurda come quella di Giuliano per comprenderlo.

Tina, la mamma di Fiorini, fuori dalla chiesa si avvicina ai tifosi e li ringrazia uno ad uno per essere saliti fino a Bologna. Un tifoso della Lazio, con le lacrime agli occhi, mentre Tina gli stringe la mano le dice: “A signò, ma grazie de che. Lui ha fatto tanto per noi, lui ci ha salvato, quindi siamo noi che ringraziamo lei per averci regalato un simile angelo”.

A distanza di 14i anni, mamma Tina ha ancora gli occhi lucidi ogni volta che parla di Giuliano. L’ho incontrata l’ultima volta a maggio del 2014, il giorno della presentazione di quel Memorial Fiorini che è andato in scena in quello chalet sopra lo stadio Olimpico il 26 maggio2014, in coincidenza con il primo anniversario del successo nel derby del 2013. Per un genitore è un qualcosa di innaturale sopravvivere ad un figlio, soprattutto se quel figlio vola via a soli 47 anni.

Mi sforzo di scrivere, per trovare il finale giusto per questo articolo, ma più scrivo e più mi rendo conto che le parole scivolano via, quasi senza senso. Mi torna in mente il giorno del funerale e penso che solo chi è stato lì quella mattina, a Bologna, porterà per sempre dentro di sé quel patrimonio di emozioni e di sensazioni. Impossibili da raccontare. Talmente forti da darti l’impressione che nel momento in cui hai visto uscire quella bara di legno chiaro, avvolta in sciarpe e bandiere, qualcosa ti si è rotto dentro. E quel dolore provato ti ha cambiato. Forse per sempre. E, se penso a Giuliano, mi viene in mente solo la parola: CIAO! Ciao Giuliano, per sempre Bomber Fiorini...




Accadde oggi 21.08

1916 Muore a Porpetto (UD) Florio Marsili, Pioniere
1949 Foligno, Stadio Comunale - Foligno-Lazio 0-7
1977 Varese - Varese-Lazio 2-1
1983 Catanzaro-Lazio 0-0
1988 Pescara-Lazio 2-1
1992 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Espanol di Barcelona 2-1
2000 Karlstad, - Karlstad-Lazio 1-5
2001 Roma, stadio Olimpico - Lazio-FC København 4-1
2004 Milano, stadio Giuseppe Meazza - Milan-Lazio 3-0
2005 Rieti, stadio Centro d'Italia - Rieti-Lazio 0-1

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 9/8/2019
 

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