30 Giugno 2019

Cristian, 3281 volte GRAZIE!
di Stefano Greco

Il 30 giugno del 2015, Cristian Ledesma ha vissuto l’ultimo dei suoi 3281 giorni di Lazio. Lo ha fatto senza affanno, senza aspettare vicino al telefono una chiamata che sapeva che non sarebbe mai arrivata. Né quella per essere convocato a Formello o a Villa San Sebastiano per rinnovare in extremis il contratto in scadenza né quella per un semplice “grazie di tutto e buona fortuna”. Perché nella Lazio queste cose non succedono, perché da decenni (anche da prima dell'avvento di Lotito...)  da questo punto di vista la Lazio è una società maledetta, incapace di chiudere con una stretta di mano, un sorriso e una pacca sulle spalle i rapporti con quei giocatori che in campo hanno contribuito a scrivere la storia di questa società. Succede sempre con Lotito, ma succedeva anche con i suoi predecessori: basta pensare ai divorzi con Giordano e Manfredonia, basta pensare al modo in cui si è chiuso il rapporto tra la Lazio e Vincenzo D’Amico, basta ricordare i nomi di Nesta, Nedved, Veron, tutti giocatori usciti tra i fischi o accolti da fischi e insulti quando sono tornati a giocare all’Olimpico. Per colpa della società, ma anche per colpa di noi tifosi laziali, che amiamo con la stessa intensità con cui odiamo e che passiamo dall’amore all’indifferenza o addirittura all’odio con la stessa rapidità di un battito di ciglia. E Cristian Daniel Ledesma, non è stato l’eccezione che conferma la regola…

Cristian è arrivato a Roma il 6 luglio del 2006, in un’estate torrida e non solo dal punto di vista climatico. L’annuncio del suo acquisto è arrivato in un giovedì incastrato tra la vittoria dell’Italia di Lippi nella semifinale con la Germania e la finale con la Francia della domenica successiva. È arrivato con la Lazio sotto processo, coinvolta nello scandalo di Calciopoli a causa di alcune telefonate di Lotito con i vertici della Federcalcio. E una settimana dopo essere sbarcato a Roma in quella Lazio che aveva scelto come trampolino di lancio per la sua carriera, si è ritrovato addirittura in Serie B, per poi ritrovare la Serie A appena due settimane dopo. Ma in quegli undici giorni, al contrario di altri che hannop aspettato il verdetto di secondo grado prima di decidere se restare o fare le valigie, Cristian non ha mai tentennato. La Lazio lo ha scelto (su pressione di Delio Rossi) per affidargli le chiavi del centrocampo e lui ha sposato la Lazio. E non è stato un matrimonio d’interesse, ma una scelta di cuore, fin dall’inizio. Perché lui è fatto così: mette il cuore in qualsiasi cosa, sul rettangolo di gioco come fuori dal campo di calcio. Perché lui non ha avuto un’infanzia facile ma è stato fortunato e grazie al calcio è riuscito a dare una svolta alla sua vita, però non ha mai dimenticato gli anni di stenti e di difficoltà, il trasferimento con la famiglia da Buenos Aires a Puerto Madryn in Patagonia, ai confini del mondo, in cerca di fortuna. Quindi, aiutare il prossimo è diventata la sua seconda missione, dopo quella di sfondare nel calcio.

Quello in Patagonia è il primo dei “viaggi della speranza” di Cristian Daniel Ledesma. Il secondo lo ha intrapreso a 14 anni, quando da Puerto Madryn è tornato a Buenos Aires, per indossare la maglia del Boca Juniors. Il terzo lo ha portato in Italia, a Lecce. Non ancora diciannovenne, nel 2001 durante un torneo in Svizzera giocato con la maglia del Boca Cristian viene scoperto da Pantaleo Corvino che lo prende e lo spedisce con la Primavera. Nella sua prima stagione in Salento, vince lo scudetto Primavera e fa il suo esordio in Serie A. Ma, soprattutto, a Lecce conosce Marta, la donna della sua vita.È un colpo di fulmine, di quelli che si vedono nei film o che si raccontano nelle favole, ma questa è una storia vera. A 21 anni Cristian decide di mettere su famiglia e di scegliere lo status di italiano. Sposa Marta e l’Italia e da quel doppio matrimonio arriva Alice, la figlia che gli cambia la vita.

“Alice e Marta sono state due raggi di sole nella mia vita, avere un figlio ti fa vedere tutto sotto una luce diversa e di colpo capisci che niente è più importante di loro. Alla Lazio, la sera del gol alla Roma nel mio primo derby scoprimmo di aspettare Daniel, il nostro secondo bambino che è una forza della natura. Evidentemente quel gol che è il mio ricordo più bello con la maglia biancoceleste c'entra qualcosa anche col carattere del mio bambino…”.

Il giorno di cui parla Cristian è il 10 dicembre del 2006, una data che resterà per sempre impressa nella sua memoria e in quella di tutti i laziali. La Roma che punta allo scudetto affronta una Lazio appena resuscitata dopo l’incubo della retrocessione in Serie B a tavolino. Sulla carta non c’è partita, invece il bello del calcio sta proprio nel fatto che non c’è proprio nulla di scontato. È l’anno in cui impazza “Pirati dei caraibi” e Cristian Daniel Ledesma si trucca da Johnny Depp, indossa i panni di Jack Sparrow e spara un colpo di sinistro che batte Doni e affonda la Roma…

https://www.youtube.com/watch?v=7_PYBg-Wj5c

È la notte del trionfo imprevisto, del tuffo di Delio Rossi nel fontanone del Gianicolo, dell’annuncio da parte di Marta dell’arrivo del secondo figlio. Ma è, soprattutto, la notte in cui Cristian Daniel Ledesma prende definitivamente in mano le chiavi del centrocampo della Lazio. E non le molla più. Neanche quando dopo aver portato insieme ai compagni la squadra in Champions League e ad alzare al cielo la Coppa Italia nella finale con la Sampdoria, Lotito decide di chiudergli in faccia la porta del mondo Lazio per relegarlo in uno stanzino. Viene messo fuori rosa, escluso dalla lista dell’Europa League, con Ballardini che indossa i panni del secondino eseguendo gli ordini che arrivano dall’alto. Cristian ha il contratto in scadenza, non chiede cifre folli ma solo il giusto riconoscimento per quello che ha fatto in quei primi tre anni di Lazio quando ha sposato la causa e ha accettato quel tetto massimo di 500.000 di ingaggio quando altrove poteva andare a guadagnare molto di più. Ma viene dipinto come un mercenario, come un traditore pronto a pugnalare alle spalle la società che lo ha lanciato per firmare con l’Inter. Ma non è così e la verità che si nasconde dietro quella menzogna messa in giro ad arte la scopro quasi per caso.

È il 28 novembre del 2009, un freddo sabato d’inverno. I giocatori della Lazio sono in ritiro a Formello in vista della partita con il Bologna mentre lui, Cristian Ledesma, a piazza della Libertà spinge una carrozzina diretto a piazza del Popolo, mimetizzato tra la folla e in marcia verso il centro per gli acquisti natalizi in compagnia della moglie Marta e dei suoi figli. Lotito, con la complicità di Ballardini, lo ha estromesso dal mondo-Lazio, lo ha messo ai margini del gruppo insieme a Pandev. Allenamenti a parte e in orari e in campi assurdi, ma soprattutto niente calcio giocato: insomma, una vera e propria prigione per uno abituato a giocare sempre, anche in condizioni fisiche precarie. Io sto lì a piazza della Libertà insieme ad altri a raccogliere le firme per le petizioni a favore dello Stadio Flaminio e contro chi gestisce da anni questa società. È l'inizio del LIBERA LA LAZIO e lui quando vede l’enorme bandiera del Sodalizio e qualche sciarpa si è avvicina in silenzio. Scherzando qualcuno gli dice: “Cristian, firmi pure tu?”, lui accenna un sorriso, poi risponde: “Magari potessi farlo. Ma il mio sogno è quello di firmare a vita per la Lazio”. Restiamo tutti di sasso, perché in quei giorni Ledesma viene descritto come un traditore della causa che pretende mari e monti per rinnovare il contratto, come un giocatore che sta cercando la rottura per svincolarsi in anticipo e per andare all’Inter o alla Juventus, come un mercenario: invece, la realtà è completamente diversa.

Cristian, spinto anche e soprattutto dalla moglie Marta, ha deciso che Roma è la sua casa e che quella della Lazio è più una seconda pelle che una semplice maglia da indossare la domenica in campo. Ma chiede solo il giusto per restare. Tiene duro e alla fine vince la sua battaglia: rinnova per cinque anni il contratto alle cifre che Lotito aveva definito folli durante l’estate del 2009 e lo fa senza neanche fissare una clausola rescissoria per liberarsi senza problemi in caso di una grande offerta. Non lo fa, perché lui e la sua famiglia hanno sposato Roma e la Lazio. 

Ma quella firma segna anche la fine del suo rapporto con la Lazio, perché qualcuno all’interno della società non gli perdonerà mai quella ribellione. Vince un’altra Coppa Italia, accetta qualsiasi scelta da parte degli allenatori che si succedono sulla panchina della Lazio, indossa per 318 volte la maglia biancoceleste e sale al settimo posto nella classifica dei giocatori con più presenze dietro Favalli, Wilson, Negro, Puccinelli, Marchegiani e D’Amico. E ora anche dietro a Radu, arrivato un anno dopo.Timbra il cartellino per l’ultima volta il 31 maggio del 2015, a Napoli. Pioli lo manda in campo per condurre la nave in porto e lui lo fa da comandante vero: riesce a dare tranquillità e geometrie a una squadra che dopo esser stata sopra per 2-0 si ritrova sul 2-2 e rischia di affondare sotto i colpi di Higuain. Invece il colpo lo assesta lui: da il via al contropiede che porta al gol di Onazi che chiude la pratica e poi firma l’assist per il gol del definitivo 4-2 realizzato da Miro Klose. In campo e a Formello tutti festeggiano il traguardo raggiunto. Festeggia pure lui, anche se sa che non c’è più la Lazio nel suo futuro, perché la società non ha neanche abbozzato una trattativa per il rinnovo di quel contratto che scade il 30 giugno. Festeggia perché Roma è oramai la sua città (ha aperto un Adidas Store nel 2012) e la Lazio gli è entrata nel cuore, come dimostra con il suo discorso d’addio ai tifosi.

“Grazie per tutto l’affetto che mi avete dimostrato in questi nove anni. Sono stati anni intensi e quindi valgono per quindici. Ho provato emozioni forti qui a Roma indossando la maglia della Lazio e i tifosi sono stati il libro che mi ha consentito di conoscere, imparare e amare la storia biancoceleste. Mi hanno raccontato e insegnato la storia di questa società e di questa maglia: una storia fatta di lotte, di sudore, di sofferenze ma anche di gioie. E mi hanno insegnato anche il vero significato del NON MOLLARE MAI. E di questo non li ringrazierò mai abbastanza”.

Già, la “gratitudine”, quella parola che dalle parti di Formello oramai ha perso qualsiasi significato, anzi, che viene considerata un termine proibito, quasi tabù. Basta vedere quello che sta succedendo con Radu e, stando a certe voci, che rischia di succedere anche con Lulic. Perché provare riconoscenza verso qualcuno, significa avere dei sentimenti, un legame forte con l’ambiente e la gente. E queste, nel mondo Lazio, sono cose considerate pericolose. E chi viene “contagiato”, deve essere allontanato. In silenzio, come si fa con i malati o con quei parenti scomodi che si nascondono in una stanza chiusa a doppia mandata quando arrivano gli ospiti. Per questo Cristian si è messo l’animo in pace da tempo e ha passato le ultime ore da laziale sfogliando le 3281 pagine del libro in cui è raccontata tutta la sua avventura in biancoceleste, senza aspettare quella telefonata che non sarebbe mai arrivata, perché a remare contro era anche Stefano Pioli. Da quel giorno Cristian ha iniziato a vagare: Brasile, Grecia, Svizzera, poi l'avventura tragicomica a Piacenza. Dal 1 luglio del 2015 è un ex. Per me che lo incontro regolarmente nello studio di Salvatore Flaminio ("el mago" come lo chiama lui perché lo ha rimesso in piedi in 15 giorni da un'operazione al menisco per consentirgli di giocare la finale del 26 maggio...), ma anche per tanti laziali, lui è sempre “Patagonia Express”: il capitano con la faccia da indio che sentirà per sempre la maglia della Lazio come una seconda pelle. 




Accadde oggi 19.07

1982 Nasce a Roma Diego Favazza
2001 Riscone di Brunico - Lazio-Olympiakos Nicosia 1-0
2004 Sendai - Vegalta-Lazio 2-2
2006 Unterchutzen - Steierselektion-Lazio 0-5
2008 Auronzo di Cadore, stadio Rodolfo Zandegiacomo - Lazio-Auronzo 7-0

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Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 12/7/2019
 

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