15 Giugno 2015

I nostri campioni, la nostra storia: Michael Laudrup
di Stefano Greco

Ancora oggi, a quasi 30 anni di distanza, se gli nomini la Lazio Michael Laudrup perde il suo abituale sorriso, si incupisce, diventa quasi nervoso e cerca di cambiare immediatamente discorso. Qualche anno fa, un giornalista incaricato di scrivere la sua biografia, non riuscendo a tirargli fuori nulla sulla sua esperienza romana a causa del suo rifiuto assoluto di parlare dei due anni vissuti alla Lazio, è stato costretto a venire a Roma per raccogliere un po’ di informazioni, a contattare i compagni dell’epoca per capire che cosa può aver traumatizzato Michael Laudrup a tal punto da farlo diventare una sorta di cassaforte impossibile da aprire ogni volta che si prova a toccare l’argomento-Lazio.

Nato il 16 giugno del 1984 a Frederiksberg, una piccola cittadina oramai completamente inglobata nell'area urbana di Copenaghen, Michael Laudrup proviene da una famiglia di calciatori professionisti: suo padre Finn ha giocato in Nazionale dal 1967 al 1979. Lui, a soli 17 anni fa il suo esordio in seconda divisione nel KB Copenaghen  squadra allenata da suo padre. Dopo 14 partite e 3 reti, passa al Brøndby, la Juventus di Danimarca e fa in suo esordio in prima divisione segnando addirittura una doppietta. Nel 1982, a soli 18 anni, viene eletto miglior giocatore dell’anno in Danimarca e gli osservatori di mezza Europa cominciano a mettere gli occhi su questo biondino che riesce a viaggiare a velocità impossibile con il pallone incollato ai piedi.

Mario Astorri, convince Giampiero Boniperti ad acquistarlo, per la cifra record allora di un milione di dollari. Ma la Juventus ha già sotto contratto Boniek e Platinì e non lo può tesserare, però vuole vederlo crescere da vicino, vuole fargli fare esperienza in Italia per averlo poi pronto quando potrà finalmente tesserarlo. Giorgio Chinaglia si fa avanti, con un’offerta di 400 milioni di lire riesce ad ottenere il prestito biennale del piccolo fenomeno danese e, soprattutto, riesce a convincere sia i genitori che Michael, poco propensi a questa esperienza romana. Laudrup ha 19 anni appena compiuti e quando sbarca a Roma con Tina, la sua giovanissima compagna, i due sembrano una coppia di fidanzatini usciti dalla matita di Peynet. 

“Michelino”, come viene subito ribattezzato dai compagni, sembra un pesce fuor d’acqua. A Castel del Piano, in ritiro, conquista subito i tifosi con i suoi dribbling in velocità, con le sue giocate di classe, ma fuori dal campo ha l’aria spaesata di un giovane turista che si risveglia lontano da casa senza sapere dove sta. Fatica ad inserirsi, perché Morrone parla solo italiano e spagnolo, perché Chinaglia è impegnato a ristrutturare la società e tranne Renato Miele nessun compagno di squadra parla o capisce l’inglese. E lui, chiaramente, non conosce una sola parola d’italiano. In campo, però, le parole servono a poco, perché soprattutto con Giordano e D’Amico parla il linguaggio universale dei fuoriclasse. La Lazio gioca un calcio offensivo, in Italia in quella stagione un po’ tutti gli allenatori partono privilegiando gli schemi d’attacco e lo testimoniano i clamorosi risultati della prima giornata di campionato. L’Udinese di Zico vince 5-0 in trasferta in casa del Genoa, la Juventus vince addirittura 7-0 in casa con l’Ascoli, la Fiorentina batte 5-1 il Napoli, l’Avellino rifila un pesantissimo 4-0 al Milan e l’Inter perde in casa contro la Sampdoria. Morale, 33 gol in otto partite, una cosa mai vista in passato. La Lazio fa il suo esordio in casa del Verona di Bagnoli che chiude quel campionato al sesto posto, per poi vincere lo scudetto l’anno dopo. Pure l’impatto della Lazio è a dir poco traumatico. Dopo 55 minuti, la squadra di Morrone è sotto 4-0 al Bentegodi, ma a quel punto “Michelino” inizia il suo show personale. Praticamente da solo, semina il panico nella difesa veronese e come già aveva fatto con il Brøndby realizza una doppietta al suo esordio in serie A.

La settimana successiva, Laudrup conquista i tifosi della Lazio e si impone all’attenzione generale come uno dei migliori giocatori del campionato, alla stregua di Zico. Con la sua velocità, taglia a fette la difesa dell’Inter, consentendo a Giordano e Cupini di portare la Lazio sul 2-0. Al 90°, prende palla a ridosso dell’area laziale, salta un paio di avversari, poi si invola sotto la Monte Mario, irridendo in velocità il diretto avversario, entra in area, salta un altro difensore e poi batte imparabilmente Zenga. I tifosi della Lazio sognano ad occhi aperti, convinti che quell’angelo biondo sia arrivato come d’incanto per cancellare anni di delusioni, di umiliazioni e di patemi. Ma è solo un’illusione. Dopo una vittoria per 3-0 contro il Catania, la Lazio colleziona un solo punto nelle successive cinque giornate e con la squadra penultima in classifica Chinaglia prende la sofferta decisione di esonerare l’amico Giancarlo Morrone e di chiamare in panchina il meno spettacolare ma più concreto Paolo Carosi. Con l’arrivo del nuovo tecnico, Laudrup entra completamente in crisi. La squadra gioca più chiusa, lui dopo un inizio da sconosciuto è costretto a giocare con uno o due marcatori che lo seguono e lo picchiano per novanta minuti e quando Carosi impone alla squadra un ritiro fino al termine della stagione, va da Chinaglia e minaccia di tornare in Danimarca. “Long John”, forte del contratto biennale da 150 milioni di lire netti all’anno firmato dal giocatore e dell’appoggio di Boniperti che chiama Laudrup per rassicurarlo e invitarlo a tenere duro, riesce a trattenere “Michelino” a Roma. E il piccolo danese, con un gran finale di stagione, insieme a D’Amico e al rientrante Giordano mette la sua firma in calce alla salvezza conquistata dalla Lazio.

Chiusa la sua prima stagione italiana con 30 presenze, 8 gol segnati su azione e una dozzina di assist, durante l’estate Laudrup chiede di andare via, terrorizzato dall’idea di rivivere una stagione passata di ritiro in ritiro. Lo convincono a restare, ma lui non sa che il peggio deve ancora arrivare, che il duro Carosi è niente a confronto di Juan Carlos Lorenzo. Quando arriva, l’argentino pensando di scuoterlo comincia ad insultarlo durante gli allenamenti. Lo chiama“el danese del cazzo”lo rimprovera continuamente, impone regole incomprensibili, come il divieto di giocare a carte in aereo durante le trasferte, perché secondo lui porta male, visto che i giocatori del grande Manchester United stavano giocando a carte prima dell’incidente aereo che a Monaco di Baviera nel 1958 costo la vita a 8 giocatori dei Red Devils.

I risultati che non arrivano, portano anche ad un deterioramento dei rapporti tra i tifosi e Laudrup. Tutti sanno che lui è solo di passaggio, che comunque vadano le cose lui a fine stagione è destinato ad andare alla Juventus, quindi viene accusato di scarso impegno. Stessa cosa fanno i giornalisti e Laudrup, che oramai parla e capisce l’italiano, soffre nel leggere articoli al veleno su di lui. La tensione cresce e un giorno, all’uscita dal campo Maestrelli, un operaio che lavora al rifacimento delle tubature, quando lo vede uscire in perfetto slang romano gli dice: “A Michelino, ma quando cazzo lo segni un gol quest’anno?” La reazione di Laudrup è tanto repentina quanto violenta. Scende dalla macchina e brutto muso, si dirige verso l’operaio e gli dice: “E tu quando cazzo finire e tappare queste buche che è più di un mese che stare qui a lavorare?” Solo l’intervento di Arcadio Spinozzi e di altri compagni evita che la discussione si trasformi in vera e propria rissa, ma Laudrup si chiude definitivamente in se stesso, diventando una sorta di corpo estraneo all’interno della squadra. A fine stagione, il suo tabellino recita 30 presenze e un solo gol, il 25 novembre del 1984 all’Olimpico nel 3-2 al Como, in una delle due sole vittorie collezionate in tutto il campionato dalla squadra, che chiude il torneo ultima insieme alla Cremonese.

Laudrup a fine stagione passa alla Juventus e lì la sua carriera ha la prima svolta. In bianconero vince (segnando) a Tokio la Coppa Intercontinentale, poi lo scudetto, tutto nel primo anno. Resta a Torino quattro stagioni, poi nell’estate del 1989 va in Spagna, voluto fortemente da Johan Cruijff e acquistato a peso d’oro dal Barcellona. In blaugrana vince subito la Coppa di Spagna, poi quattro campionati consecutivi tra il 1990 e il 1994, due Supercoppa di Spagna, la prima Coppa dei Campioni della storia del Barcellona nella finale di Wembley contro la Sampdoria e una Supercoppa d’Europa. Viene eletto due volte miglior giocatore della Liga ma i continui screzi con Cruijff portano ad un clamoroso divorzio e un altrettanto clamoroso passaggio al Real Madrid, dove vince subito lo scudetto mettendo fine al ciclo del Barcellona. Nel 1992 litiga con l’allora ct danese Richard Møller Nielsen e rifiuta la convocazione agli Europei. Così, il miglior giocatore di tutti i tempi della nazionale danese, non festeggia il titolo conquistato nel 1992 agli Europei in Svezia dalla squadra guidata da suo fratello minore Brian.

Chiusa la carriera da giocatore nell’Ajax nel 1998, dopo i Mondiali in Francia diventa vice allenatore della nazionale danese, dove resta fino al 2002. Poi allena Brøndby, Getafe , Spartak Mosca, Maiorca e Swansee. Attualmente allena in Qatar il Lekhwiya Sports Club, la squadra dello sceicco Abdullah al Thani e proprio una settimana fa ha rinnovato il contratto da 4 milioni di euro netti a stagione fino al 30 giugno del 2016.




Accadde oggi 21.08

1916 Muore a Porpetto (UD) Florio Marsili, Pioniere
1949 Foligno, Stadio Comunale - Foligno-Lazio 0-7
1977 Varese - Varese-Lazio 2-1
1983 Catanzaro-Lazio 0-0
1988 Pescara-Lazio 2-1
1992 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Espanol di Barcelona 2-1
2000 Karlstad, - Karlstad-Lazio 1-5
2001 Roma, stadio Olimpico - Lazio-FC København 4-1
2004 Milano, stadio Giuseppe Meazza - Milan-Lazio 3-0
2005 Rieti, stadio Centro d'Italia - Rieti-Lazio 0-1

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 9/8/2019
 

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