23 Marzo 2019

23.3.1980: il calcio finisce in manette
di Stefano Greco

Il 23 marzo del 1980, non è una ricorrenza da festeggiare, ma è una data che resterà per sempre impressa nella memoria di tutti: laziali e non. Perché il 23 marzo di 39 anni fa esplode il “Calcioscommesse”, il primo di tanti filoni di un “Totonero” (come si chiamava all’epoca) che non solo non è mai stato debellato, ma che si è allargato a macchia d’olio grazie a internet e alla possibilità di giocare online, in assoluta anonimità e di scommettere su qualsiasi cosa.

In quella piovosa domenica di fine marzo del 1980, è morta l’illusione del “calcio pulito” e dei risultati legati solo al merito, ovvero a quello che riuscivano a mettere in campo i giocatori e le squadre, perché è come se si fosse alzato all’improvviso il sipario su un mondo di cui in realtà tutti conoscevano l’esistenza: quello dei “taciti accordi” tra società per dividersi la posta senza correre rischi (specie a fine stagione e spesso e volentieri sanciti da strette di mani a braccia incrociate a segno di X prima dell’ingresso in campo…), quello dei presidenti che entravano negli spogliatoi per comunicare ai giocatori che quella partita “bisognava perderla perché c’erano tanti soldi in ballo da spartirsi in caso di sconfitta”, quello degli scambi di favori tra società o tra giocatori che caratterizzavano le ultime domeniche di campionato.

Quel mondo, era rimasto nascosto, sommerso, quasi fosse una leggenda tipo l’esistenza di Atlantide. Ma emerge in modo fragoroso e devastante, con l’arresto al termine degli incontri validi per la 24ª giornata del campionato quando la Guardia di Finanza entra negli spogliatoi di Roma, Milano, Pescara, Avellino, Palermo e Genova ed esegue 11 arresti: Stefano Pellegrini (Avellino), Sergio Girardi (Genoa), Massimo Cacciatori, Bruno Giordano, Lionello Manfredonia, Giuseppe Wilson (Lazio), Enrico Albertosi, Giorgio Morini (Milan), Guido Magherini (Palermo), Mauro Della Martira, Luciano Zecchini (Perugia). Tutti vengono trasferiti a Roma per essere interrogati, l’accusa è truffa aggravata e continuata. A Paolo Rossi (Perugia), Fernando Viola e Renzo Garlaschelli (Lazio) vengono notificati tre ordini di comparizione per concorso in truffa. Finisce in manette anche il presidente delMilan Felice Colombo mentre quello della Lazio, Umberto Lenzini (per nulla sfiorato né dall'inchiesta sportiva né da quella penale), alla notizia degli arresti dei suoi calciatori è colpito da un collasso. Alla fine, saranno una cinquantina i calciatori coinvolti.

Da settimane giravano voci di giocatori importanti implicati in un giro di scommesse clandestine, ma nessuno gli aveva dato più di tanto credito. Il mio ricordo di quella giornata è quello di milioni di italiani. Non ero andato a Pescara a vedere la Lazio, ero rimasto a casa e avevo seguito la partita tramite la radio, poi all’inizio di “90° minuto”, quelle immagini che sono come un pugno allo stomaco. Auto della Guardia di Finanza e della Polizia sulla pista in tartan dello stadio Olimpico, poliziotti e finanzieri che fanno irruzione negli spogliatoi di altri stadi e scattano addirittura le manette ai polsi dei campioni, degli idoli d’infanzia e di quelli che, come Bruno Giordano, hanno raccolto l’eredità di idoli del passato (Giorgio Chinaglia…) e stanno diventando eroi.

A Via de la Lungara ce sta ‘n gradino
chi nun salisce quelo nun è romano,
nun è romano e né trasteverino…

Quelle tre righe Bruno Giordano le conosce bene, perché a Trastevere sono qualcosa di più di un semplice detto popolare. Il gradino di Via della Lungara è quello che sta al civico numero 29, all’ingresso di un vecchio edificio del 1654 che, originariamente, ospitava un convento e che, dal 1881, fu convertito in prigione: il carcere di Regina Coeli. Bruno scende quello scalino a 22 anni, come tanti suoi amici d’infanzia e di quartiere, ma per motivi completamente diversi. È accusato di aver accettato di truccare partite in cambio di denaro. Così recita la denuncia presentata da Alvaro Trinca e Massimo Cruciani il primo marzo del 1980. Trinca è un ristoratore, Cruciani un commerciante di frutta, come si dice a Roma un “fruttarolo”. Davanti ai giudici sostengono di essere stati truffati da alcuni giocatori di calcio. Trinca e Cruciani vengono arrestati per gioco clandestino, perché all’epoca scommettere su qualcosa di diverso dal Totocalcio era reato. I giocatori finiscono in manette per “concorso in truffa aggravata”. Insomma, avrebbero promesso a Trinca e Cruciani di aggiustare i risultati di alcune partite in cambio di soldi, in modo da consentire ai due commercianti romani di scommettere sul sicuro. Trinca e Cruciani scommettono, ma molte di quelle partite dal risultato “sicuro” finiscono in modo diverso da come era stato concordato. I due chiedono indietro i soldi, secondo qualcuno ricattano prima i giocatori e poi le società: qualche club cede e paga per non essere coinvolto nello scandalo, altri no, e alla fine esplode la bomba che porta alle manette, al carcere, ad un processo sportivo e ad uno penale.

Ne processo sportivo, la Lazio viene prima assolta e poi condannata alla retrocessione in Serie B, mentre Giordano si ritrova con 18 mesi di squalifica, che alla fine diventano 3 anni e 6 mesi. Quasi l’ergastolo per un calciatore. In quello penale, che inizia il 13 giugno del 1980 e che si chiude il 23 dicembre 1980, dopo dieci ore e mezzo di camera di consiglio i giudici della quinta sezione penale del tribunale di Roma assolvono tutti i calciatori rinviati a giudizio per “concorso in truffa aggravata” perché “il fatto non sussiste”. Il pubblico ministero Ciro Monsurro aveva chiesto per 28 dei 38 imputati un totale di 42 anni e sei mesi di reclusione oltre a una serie di pene pecuniarie. E’ la fine di un incubo, ma solo in parte, perché in  realtà per la giustizia sportiva la non punibilità sancita dalla magistratura non significa innocenza. Le società hanno già pagato con penalizzazioni e retrocessioni, i calciatori continueranno a scontare le squalifiche sancite dalla Caf e che sono in appellabili. Questo è il racconto che mi ha fatto Bruno Giordano su quei giorni e quella vicenda, tratto da “Maledetto nove”.

“Sono sincero Stefano, mi conosci da una vita e sai che puoi guardarmi negli occhi e vedere che non mento se ti dico che a distanza di 35 anni ancora non c’ho capito niente di quella vicenda. E ti posso garantire su di me e sui miei figli, che io non ho preso soldi e non ho fatto niente di sbagliato. Forse qualcuno avrà messo anche il mio nome in mezzo, perché in quel momento io e Paolo Rossi eravamo i giocatori più importanti d’Italia e faceva comodo e notizia tirarci dentro, ma io so di essere a posto con la coscienza e di non aver sbagliato… però quella croce me la porterò dietro per tutta la vita. Anche se alla fine è stato dimostrato che le cose erano andate in modo diverso da come erano state presentate, tanto è vero che tutti noi siamo usciti puliti dal processo penale, assolti perché il fatto non sussisteva. Ne siamo usciti con la fedina penale pulita, ma essere innocenti per la Giustizia Ordinaria non valeva nulla per la Giustizia Sportiva. E la cosa assurda è che, oggi, con le accuse che allora ci hanno portato in carcere, non saremmo neanche finiti sotto processo. Non solo a livello penale, ma neanche sportivo. Visto che sono stati assolti giocatori e dirigenti nonostante delle intercettazioni che, comunque, lasciavano spazio a più di un dubbio. In assenza di certezze, però, ora se la sono cavata tutti o quasi. Nella mia vicenda, invece, c’era una persona che diceva una cosa, una che diceva l’esatto contrario: ed i giudici hanno deciso di credere a chi ci accusava, anche in assenza di prove. Così io, a 23 anni, mi sono ritrovato a stare fermo per due stagioni, a giocare solo partitelle di Calcio a 5 con gli amici e nei circoli, a livello amatoriale. Ho pagato un prezzo altissimo perché, oltre ai soldi persi, quella squalifica mi ha privato della possibilità di giocare un Europeo in casa e, soprattutto, di partecipare al Mondiale del 1982. Potevo diventare Campione del Mondo, perché facevo parte di quella Nazionale di Berazot. Invece, sono tornato a indossare la maglia azzurra ma non ho mai potuto partecipare a nessuna competizione internazionale”.

Dopo quasi 40 anni anni, sono ancora tante le ombre su quella vicenda. Il coinvolgimento e poi l'uscita di scena della Roma (si dice ancora che Dino Viola, al contrario di Lenzini, compresa subito la gravità della vicenda pagò per tenere buoni Trinca e Cruciani), ma soprattutto il coinvolgimento della la Juventus, chiamata in causa per una partita con il Bologna. Questa è la testimonianza diretta di Arcadio Spinozzi, tratta da “una vita da Lazio”, su quello che successe in occasione di Bologna-Juventus del 13 gennaio del 1980, partita finita nell’inchiesta e poi “magicamente scomparsa”… 

“Alla fine del 1979, un po’ ovunque nell’ambiente cominciarono a circolare delle strane voci su risultati di partite concordati preventivamente dai giocatori. Chiaramente se ne parlava anche nel nostro spogliatoio, a Bologna. Devo ammettere che per me non fu certo una sorpresa, perché fin dai tempi di Verona avevo capito che non era poi così difficile concordare il risultato di una partita: sia prima che durante l’incontro. Che qualcosa di quei “si dice” di cui si parlava tanto in quei giorni fosse vero, lo capii alla vigilia della partita casalinga con la Juventus, giocata nel girone di ritorno. Una partita che finì nell’occhio del ciclone, ma che poi uscì magicamente dall’inchiesta, sia da quella della Federcalcio che da quella della magistratura.

Il mercoledì precedente la sfida con la Juventus ci fu una riunione improvvisa a Casteldebole convocata dalla società. C’era la squadra al completo, lo staff tecnico e un dirigente. Ci fu riferito che dei non meglio precisati dirigenti del club bianconero avevano proposto alla società di pareggiare la partita. La Juventus, dopo anni di trionfi, stava vivendo una stagione difficilissima e veniva da tre sconfitte consecutive. Erano decenni che non accadeva. Un’altra sconfitta avrebbe avuto ripercussioni anche sulla nazionale, che stava preparando gli Europei che ci vedevano nelle vesti di padroni di casa. E di grandi favoriti, dopo la straordinaria prestazione offerta dalla squadra di Bearzot ai mondiali del 1978 in Argentina. Le critiche ricevute dalla stampa e alcune polemiche interne stavano mettendo sotto grande pressione la dirigenza della società torinese e avevano tolto serenità ai giocatori juventini che formavano l’ossatura base della nazionale azzurra.

La nostra posizione in classifica era discreta: pareggiando contro la Juventus (la vittoria allora valeva ancora due punti)avremmo potuto affrontare le gare successive con la massima serenità, senza l’assillo di fare risultato a tutti i costi per raggiungere l’obiettivo stagionale: la salvezza.

Allo stadio Dall’Ara di Bologna era previsto il tutto esaurito, come sempre succede quando da quelle parti arriva la Juventus. I biglietti erano andati letteralmente a ruba, nel giro di un paio di giorni. Non potevamo giocare novanta minuti davanti a tanta gente entusiasta, dando la sensazione di una sfida all’acqua di rose. L’accordo prevedeva di giocare una gara vera, ma con l’obiettivo di chiudere l’incontro in parità. Il patto, infatti, era che se una delle due squadre passava in vantaggio, si impegnava a ristabilire subito la parità agevolando la squadra avversaria. E questo doveva essere, fino alla mezzora circa della ripresa. Poi, nell’ultimo quarto d’ora, solo accademia, con azioni non accompagnate dagli uomini senza palla e comunque da non finalizzare, per evitare spiacevoli sorprese. La conferma che tutti i calciatori della Juventus fossero d’accordo l’avemmo già nei primi minuti della partita, quando ognuno di noi parlò con il rispettivo avversario: tutto questo non ci faceva comunque stare tranquilli. In campo c’era un’aria strana, forse anche per la presenza di alcuni giocatori bianconeri conosciuti nell’ambiente per la loro inaffidabilità. La partita finì 1-1, come concordato alla vigilia, con il risultato fissato da due clamorosi autogol. La nostra diffidenza iniziale trovò una giustificazione in quello che successe in campo durante i novanta minuti. Dopo la rete segnata dalla Juventus e causata da un autogol del nostro portiere Zinetti, infatti, ci furono momenti di grande concitazione in campo. L’inatteso quanto casuale vantaggio fece, diciamo così, perdere la memoria ad alcuni dei nostri avversari. In campo evitavano i nostri sguardi, all’improvviso non c’era più dialogo. Dalla panchina facevano finta di niente. Al loro arrogante mutismo si contrapponeva la nostra ira. Così, cominciarono a volare anche parole grosse e minacce nei confronti dei bianconeri.

L’autogol di Brio, impossibile e al tempo stesso clamoroso, ristabilì momentaneamente la pace in campo. Non era finita. A una manciata di secondi dalla fine della gara, mentre in campo si faceva solo accademia, Roberto Bettega si getta al centro per seguire l’azione defilata di Franco Causio. Sul cross del Barone, l’attaccante juventino si avventa in area di rigore. La palla filtra tra i difensori e Bettega, a porta pressoché sguarnita, calcia da pochi metri a botta sicura. Il suo marcatore, il nostro Albinelli, in un disperato tentativo di evitare il gol, allunga il braccio sulla linea di porta e colpisce il pallone che finisce oltre la traversa. L’arbitro, forse ingannato dalla rapidità di esecuzione, forse coperto da Bettega, non vede il clamoroso fallo. Bettega si avventa sul direttore di gara protestando in modo plateale; alle vibranti proteste dello juventino, segue un tentativo di aggressione da parte nostra nei suoi confronti, che continua, qualche istante dopo, nel buio del sottopassaggio, al rientro negli spogliatoi, dove succede un po’ di tutto.

Nonostante le testimonianze di alcuni addetti ai lavori, che ascoltarono tutti i colloqui tra noi giocatori e le panchine, Bologna-Juventus esce dall’inchiesta, come per incanto. Anche perché alcuni testimoni chiave non si presentano, in seguito, al processo sportivo: né davanti alla Disciplinare né davanti alla Caf. Le sentenze di primo grado del processo di Roma per il calcio-scommesse decretarono la squalifica di anni per tanti grandi campioni, tra i quali anche nazionali del calibro di Paolo Rossi, Giordano e Manfredonia. Qualcuno, dopo aver scontato la squalifica, tornò a calcare i campi di calcio; altri furono costretti a lasciare mestamente il palcoscenico dalla porta secondaria. Ma non erano certo più colpevoli di tanti altri chesapevano o avevano partecipato mala fecero franca. Il Milan fu retrocesso subito in serie B, la Lazio fu assolta in primo grado e retrocessa dalla Caf. Inattesa, quanto sorprendente, al ritorno dalla tournée in Canada, mi giunse la notizia: Bologna penalizzato di cinque punti in classifica, da scontare nel campionato successivo. Ma la penalizzazione non arrivò per quella famosa partita pareggiata con la Juventus, ma per un’altra, vinta in casa per 1-0 con l’Avellino. E l’Avellino tanto caro a Ciriaco De Mita, coinvolto in addirittura tre partite, prese solo 5 punti di penalizzazione...”.




Accadde oggi 27.06

1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Hungaria 3-2
1938 Nasce a Parma Pietro Adorni.
1987 Napoli, stadio San Paolo - Taranto-Lazio 1-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 24/5/2019
 

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