26 Novembre 2020

Il "mio" Maradona, il più grande di tutti
di Marco Giordano

Non sono mai riuscito a vedere mio padre calcare un campo di calcio e non ho mai potuto ammirare il campione che è stato. Quindi, per me è e sarà per sempre e semplicemente il mio papà e mi fa strano vedere persone che quando lo incontrano hanno l’espressione di chi si trova davanti un mito, di gente solitamente sciolta che davanti a lui diventa impacciata. Ma, forse, ragionandoci su c’è una persona che per la notorietà ed il segno che ha lasciato nel mondo del calcio dovrebbe incutere in me la stessa soggezione, quasi l’azzeramento della salivazione. Ma questo non può succedere quando quella persona è una sorta di  zio acquisito, uno di casa, anche se il suo nome è Diego Armando Maradona. Uno zio che ora è volato via...

L’amicizia tra papà e Diego è nata molto prima della loro avventura a Napoli. Si erano incrociati solo a livello di Nazionale, giocavano uno in Spagna e l’altro in Italia, quindi non c’era amicizia, ma solo stima reciproca a distanza, quella che scatta naturale tra fenomeni che giocano in ruoli diversi, quindi non sono in concorrenza come lo possono essere ad esempio oggi Messi e Cristiano Ronaldo. Nella stagione 1983-1984, quando papà si ruppe il malleolo ed il perone in quella disgraziata trasferta di Ascoli, a casa nostra arrivò un telegramma: era firmato Maradona. Poche righe con le quali Diego augurava a papà di tornare presto e più forte di prima. Perché Maradona aveva subito un infortunio simile il 24 settembre del 1983 ed era rimasto particolarmente toccato vedendo la scena del fallo di Bogoni ad Ascoli, molto simile a quella del fallaccio che gli aveva fatto Goikoetxea in quella sfida tra il Barcellona e l’Atletico Bilbao. Papà lo ha conservato tra le cose preziose della sua carriera quel telegramma e da quel girono tra lui e Diego è nato un legame fortissimo, che aveva come base la stima reciproca tra campioni. Un legame talmente forte, che alla fine di quella stagione Maradona fece carte false per convincere Ferlaino a portare papà a Napoli, riuscendo dove aveva fallito un anno prima, quando non era a portarlo a Barcellona dopo la promozione in Serie A ottenuta con la Lazio nella stagione del suo ritorno al calcio giocato dopo la lunga squalifica. Papà non se la sentì neanche quella volta di lasciare la Lazio, ma quel matrimonio sportivo tra Giordano e Maradona fu rinviato solo di un anno, perché nell’estate del 1985 papà fu ceduto da Chinaglia al Napoli.

A quella terza chiamata di Diego da Napoli, papà non ha potuto dire di no e così ha potuto raccontare a me di aver giocato al fianco del più grande di tutti, forse al più grande di tutti i tempi. Delle gesta di Maradona in campo c’è poco da raccontare, perché ci sono i filmati a mostrare a tutti chi è stato e che cosa ha fatto Diego. Ma un conto è averlo visto da fuori, un altro aver giocato al suo fianco. Per questo papà quando apre l’album dei ricordi e mi parla di Maradona e delle sue giocate usa parole diverse da quelle che usa per descrivere qualsiasi altro compagno di squadra: perché Diego non era solo un giocatore. Parlando di Maradona, però, papà mi ha confessato che Diego le cose più incredibili le faceva in allenamento, quando poteva dare libero sfogo alla sua fantasia, liberare il suo estro. Dei numeri difficili anche solo da pensare o da immaginare che lui invece rendeva semplici: e mentre mi racconta di quegli allenamenti, sottolinea sempre il fatto che, al contrario di quello che si pensa o che si racconta in giro di un Maradona pigro e indolente, Diego si allenava alla grande. Poteva saltare qualche mercoledì mattina, perché si sa che in assenza di impegni di coppa il mercoledì mattina si fatica più del solito: e allora, in quei casi invece di Diego si vedeva arrivare solo la sua controfigura. Ma quando c’era un appuntamento importante in vista, Maradona ci arrivava al massimo della forma fisica. Che poi, ad essere onesti, a quei tempi se saltavi un allenamento su venti eri considerato uno sfaticato o uno che si allenava poco, mentre adesso ci sono giocatori che, quasi per contratto, durante la settimana passano una o più sedute di allenamento in palestra senza mai allenarsi con il gruppo e la domenica sono regolarmente in campo. E magari sono considerati dei professionisti esemplari.

L’intesa in campo tra Diego e papà era naturale, perché parlavano il linguaggio dei campioni, quello fatto più di sguardi che di parole. Ma c’era lo stesso feeling anche fuori dal campo, perché nella vita di tutti i giorni erano inseparabili. La musica, la buona cucina, ma forse quello che li accomunava più di qualsiasi altra cosa era il fatto che avevano avuto un'infanzia simile, passata entrambi nei quartieri popolari di una grande città, a giocare in strada, tra vicoli a volte malfamati dove i meno bravi prendono poi brutte strade ed i più fortunati hanno una chance che gli consente di uscire da quell’ambiente e quindi di salvarsi. E a loro due era successo proprio questo: grazie alla Lazio e all’Argentinos Juniors, sono riusciti a farsi strada nel mondo del calcio e pur partendo uno da Buenos Aires e uno da Roma, grazie alla magia del calcio dopo aver fatto percorsi diversi alla fine i loro destini si sono incrociati e si sono trovati uno a fianco dell’altro, pronti a vincere contro chiunque.

Mio padre mi ha sempre parlato di Diego, spesso e volentieri lo ha fatto con gli occhi più che con le parole. Ma quando ha usato le parole, mi ha raccontato sempre di un uomo generoso, altruista come nessun altro che ha incontrato nella sua vita, di un amico vero più che di un semplice compagno di squadra. E non sono solo parole, visto che l’amicizia tra papà e Diego è durata più di 35 anni e non è mai stata scalfita dalla distanza.

Papà mi ha raccontato una volta che nei primi mesi a Napoli lui e mamma vivevano in albergo e che proprio in quel periodo papà ebbe un incidente di gioco e si ruppe la clavicola. Impossibilitato a muoversi e quindi ad allenarsi, chiese alla società il permesso di poter tornare a Roma per usufruire di tutte quelle comodità che ha una casa rispetto ad un Hotel. Ma prima della risposta del Napoli, arrivò la proposta di Diego: “Bruno, vieni a vivere a casa mia, così passiamo la tua convalescenza insieme e ci conosciamo meglio. Ti lascio la mia camera da letto, io e Claudia ci spostiamo nella stanza degli ospiti”.

In quei mesi, papà e Bruno hanno gettato le basi per la conquista dello scudetto del 1987, il primo della storia del Napoli. Quel trionfo, indimenticabile perché ottenuto in una città che vive di pane e calcio e che aspettava da decenni quell’evento, ha fatto entrare di diritto Giordano e Maradona nella storia del Napoli e del calcio italiano. Ma fuori dal campo, in quel periodo si cementò ulteriormente il rapporto papà e Diego ma anche quello tra mamma e Claudia, perché a distanza di pochi mesi siamo nati io e Dalma Nera. Anzi, prima lei e poi io.

Diego era un grande fuori, nella vita di tutti i giorni, ma era immenso in campo. Così grande da riuscire a sfidare a volte anche le leggi della fisica. Come in occasione di un gol segnato alla Sampdoria, di cui papà mi ha parlato così tante volte che mi sembra di averlo vissuto in prima persona. Papà aveva visto fare a Diego delle cose incredibili, quindi difficilmente si stupiva o restava a bocca aperta, ma il gesto tecnico di quel giorno aveva reso possibile anche l’impossibile. Al punto che papà, che aveva assistito da pochi metri a quell’impresa, voleva capire come aveva fatto Diego a fare quello che lui gli aveva visto fare, arrivando su una palla impossibile da raggiungere. Così, durante l’intervallo si è avvicinato a Maradona e, seduti uno vicino all’altro nello spogliatoio gli ha detto: “Mo me devi dì come hai fatto…”. Diego gli ha sorriso e gli ha risposto: “Ho segnato con la mano”. Lo ha confessato a papà, ma non lo ha mai ammesso pubblicamente.  Un tocco d’artista, al punto che tutt'ora e pur sapendo come sono andate le cose, riguardando il filmato di quel gol segnato a Napoli il primo marzo 1987 risulta impossibile anche per me notare quel tocco di mano. Al contrario di quanto era successo pochi mesi prima in Messico, in quella sfida con l’Inghilterra.

https://www.youtube.com/watch?v=rhkLpWbXVqE

Un genio in campo e un uomo con un cuore enorme fuori, sempre pronto ad aiutare chi aveva bisogno e senza mai pubblicizzare i suoi gesti. Come quando, ogni Natale, a Napoli riempiva un camion di regali e li faceva recapitare a più bambini possibile nei quartieri più poveri della città. 

Anche io, nel mio piccolo, ho sempre toccato con mano la sua generosità, ma al tempo stesso la sua semplicità e la sua grandissima umanità e pazienza con i bambini, che erano la sua passione. Come, ad esempio, quando all’età di tre anni ospite a casa di Diego avevo iniziato a fare i capricci perché volevo giocare assolutamente con il pallone della finale dei mondiali del 1986 che Diego teneva tra i suoi trofei: papà cercava di farmi capire in tutti i modi che non si poteva, ma io insistevo. E Diego, sorridendo, si è alzato, ha preso il pallone dalla bacheca e si è messo a giocare con me: più per vedermi sorridere felice che per farmi smettere di piagnucolare.

Sarebbe troppo facile dire solo cose positive su Diego, ma aver la fortuna di conoscerlo ti fa comprendere meglio anche la dimensione umana di un simile personaggio. Maradona fuori dal campo è stato ed è un uomo con le debolezze che lui non ha mai nascosto: ha sempre ammesso i suoi errori, ribadendo però che tutto quello che ha fatto di sbagliato si è sempre ritorto solo su contro di lui, senza mai gravare su altri. E che è sempre stato lui a pagare in prima persona il conto dei suoi errori e delle sue debolezze. Penso che il fardello più pesante per Diego sia sempre stato il fatto che ogni suo errore venisse ingigantito dalla responsabilità che lui aveva di essere un esempio per tutti quelli che lo amavano e lo prendevano come modello.

Un uomo dal cuore enorme, forse troppo buono per la sua fama e per il suo successo che, da sempre, attira come una calamita falsi amici e gente pronta ad approfittarsi del fatto di essere considerata “amica del campione”. Mi ricordo bene quello che successe un inverno di tanti anni fa a Roma. Diego era sempre a cena da noi perché partecipava ad un programma televisivo italiano: ogni volta che gli chiedevo se poteva passare un amico a conoscerlo, lui mi rispondeva di invitare chiunque volessi. Ho sempre avuto l'impressione che Diego forse non si rendesse conto esattamente di chi fosse, del fatto che c'era gente disposta a fare qualsiasi cosa per conoscerlo o per raccontare agli altri di averlo conosciuto: come tanti miei amici. Lui diceva di sì a tutti, così ci ritrovavamo in giardino a giocare a torello con il mio cane in mezzo che a turno prendeva la palla a tutti, ma mai a lui, neanche una volta per sbaglio, mai. La sensazione della sua grandezza l'ho avuta a Napoli per l'addio al calcio di Ciro Ferrara. Eravamo tutti ospiti nello stesso hotel e la mattina presi l’ascensore insieme a Fabio Cannavaro e a suo figlio, che all’epoca avrà avuto 3 anni. Io avevo una grande ammirazione per Cannavaro, perché era il capitano della Nazionale, un campione che guardavo in silenzio e quasi con soggezione, ma quando siamo arrivati davanti alla stanza di Maradona, all’improvviso sono cambiate le gerarchie. Diego ci ha aperto la porta, con il sigaro in bocca e con addosso  una canotta da Basket (la sua seconda grande passione…) perché stava vedendo una partita della Nba. Ci siamo seduti tutti su un divano davanti alla tv e ho notato subito che Cannavaro, guardando Diego, era più in estasi di quanto non lo fossi stato io qualche minuto primo salendo in ascensore con lui.

Quando Diego è andato a vivere a Dubai, papà ogni volta che poteva andava a trovarlo e passavano le giornate guardando partite, cantando le canzoni di Massimo Ranieri e di Renato Zero, ridendo mentre ricordavano episodi di quando giocavano a Napoli. E Diego faceva la stessa cosa, perché appena passava a Roma veniva a casa nostra. La loro è stata un’amicizia sana, pura, svincolata da qualsiasi tipo di interesse, visto che tranne l’esperienza a Napoli da compagni di quadra, papà e Diego non hanno mai lavorato insieme.

Io, per una questione di età e perché siamo cresciuti insieme, sono molto legato a Dalma, la figlia maggiore di Diego. Proprio con lei ho percepito per la prima e unica volta il disagio misto ad imbarazzo nel rapportarmi con il più grande calciatore di tutti i tempi. Eravamo a Roma a ballare in un locale e, ad un certo punto, si è sparsa la voce che stavo lì con la figlia di Maradona. Il DJ, immagino per gentilezza, ha urlato il mio nome chiamandomi "Bomber", come tutti chiamano da sempre mio padre. E io, ragazzo che ha giocato al massimo in C, mi sono ritrovato imbarazzatissimo a rispondere alla figlia di Diego Armando Maradona, a spiegarle che cosa volesse dire “Bomber” e perché mi chiamavano così. Lei mi ha sorriso, per amicizia e perché per fortuna non mi ha mai visto giocare…

Questo è il mio Diego, il più grande di tutti i tempi. Il campione e lo zio che ieri è volato via, per sempre...





Accadde oggi 23.01

1921 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Audace 2-0
1927 Taranto, - Audace Taranto-Lazio 1-3
1938 Genova, stadio Luigi Ferraris - Genova 1893-Lazio 2-1
1949 Milano, Stadio di San Siro - Inter-Lazio 1-0
1955 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Triestina 1-1
1972 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Genoa 2-0
1974 Roma, stadio Olimpico, Lazio-Juventus 0-0
1983 Roma, stadio Olimpico – Lazio-Cavese 1-1
1994 Parma, stadio Ennio Tardini – Parma-Lazio 2-0
2005 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Sampdoria 1-2
2011 Bologna, stadio Renato Dall'Ara - Bologna-Lazio 3-1

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 15/1/2021
 

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