05 Ottobre 2019

Un muro di bianco e di celeste...
di Stefano Greco

Chi ha vissuto dal vivo quella giornata, può capire già dalla foto di cosa parlo. Basta un’immagine per comprendere quanti e quali brividi si possono provare tornando con la mente a quel 5 ottobre del 2003, il giorno in cui abbiamo visto, in una partita “normale”, l’Olimpico che avevamo sempre sognato: un muro di bianco e di celeste, dalla Curva Nord alla… Curva Nord, passando per la Tevere, la Curva Maestrelli e anche alla Monte Mario. Una scena abituale se vai ad Anfield Road o all’Old Trafford, una cosa mai vista prima qui da noi: non solo in casa laziale e a Roma, ma in tutta Italia. Quasi 50.000 persone che indossavano tutte la stessa maglia, quella MAGLIA UNICA regalata alla società ai 41.507 abbonati di quel giorno, con gli altri 6000 paganti entrati all’Olimpico indossando comunque una maglia celeste di quegli anni d’oro.

Pioveva quella domenica, anzi, diluviava. Ricordo il tragitto con lo scooterone verso lo stadio sotto la pioggia ma con il sole nel cuore: anche se non si lottava per lo scudetto, anche se gli anni d’oro erano già alle spalle, anche se sapevamo bene (dopo un’estate in cui era stato sventato il fallimento solo grazie ai 120 milioni di euro versati dagli azionisti…) che il futuro era per noi nero come le nubi che incombevano quel giorno su Roma. Ma c’era la voglia e la gioia di esserci, c’era l’orgoglio di sentirsi popolo e partecipi della vita e del destino di quella società che abbiamo sempre amato come e, a volte, anche più della nostra vera famiglia. Non c’era bisogno di fare appelli in radio, oppure di regalare biglietti in cambio di un acquisto in un Lazio Style o di comunicati dal tono dittatoriale o di appelli da parte della società per arrivare a 30.000 spettatori: in quella stagione bastava sapere che quel giorno giocava la Lazio per attirarne comunque almeno 50.000 di laziali, tutte le sante domeniche.

Ecco, è tutto questo che mi manca, che manca a tutti quelli che in silenzio hanno deciso in questi quindici anni di abbandonare lo stadio o di staccarsi dal mondo Lazio. Ma sono convinto che manca anche a chi fa finta di niente, a chi dice che nulla è cambiato, a chi continua a dare del “gufo” a chi resta a casa oppure che per auto convincersi che è meglio così ripete “stamo più larghi” oppure dice in radio o scrive sui social “tifoso occasionale porti male”, salvo poi lamentarsi se l’occasionale resta tale e viene solo per le grandi sfide. È tutto questo che ci fa pensare con rimpianto a quel 5 ottobre del 2003. È tutto questo patrimonio di amore e di attaccamento ad una maglia e ad un ideale da parte di un intero popolo che non c’è più, perché in questi quindici anni si è lavorato in profondità per emarginare il tifoso, per alzare muri in cui chiudere società e squadra lasciando fuori tutti gli altri: dai giornalisti fino ai tifosi. Non sono a Roma e in casa Lazio, sia ben chiaro, ma nella Capitale e a Napoli più che da altre parti. E questo è il risultato…

La Lazio è la Lazio. È vero, è e sarà sempre così. Almeno per me. È il rapporto con la Lazio che è cambiato, per molti. E fino a quando regnerà certa gente a Formello (non solo Lotito, sia ben chiaro…), forse uno stadio come quello del 5 ottobre 2003 difficilmente riusciremo a rivederlo. Figuriamoci un Olimpico come quello del 12 maggio del 2014, quello del primo “Di padre in figlio”. E, forse, è giusto così. Perché (per colpa di tutti, sia chiaro…) non riusciamo ad essere più popolo; perché riusciamo ad insultare campioni e capitani del passato anche per una sciocchezza; perché continuiamo a bruciare idoli e bandiere con una caccia alle streghe che riporta alla mente i tempi dell’inquisizione. Perché basta accendere una radio o aprire un social per sentire o vedere gente che si insulta a distanza, in modo più o meno diretto, con attacchi a volte anche un po’ subdoli. E più andiamo avanti e peggio è. Nonostante i trofei vinti, nonostante i risultati sul campo di questa Lazio siano migliori di tante Lazio che non potevano neanche sognare di vincere ma che riuscivano comunque a riempire lo stadio. Perché eravamo popolo, perché nei momenti di difficoltà riuscivamo sempre a mettere tutto da parte e la Lazio al centro di tutto, al primo posto.

Oggi, invece, purtroppo non è più così. E quell’Olimpico di giovedì sera fa male, anche a chi come me ha scelto di non andare più. Magari qualcuno gode nel vedere quegli spalti deserti, io no. Perché oramai è palese che la battaglia per lo stadio vuoto l’abbiamo persa. Per mille motivi. Quindi è inutile pensare o sperare che qualcuno possa cedere o mollare perché si ritrova in coppa con un teatro quasi deserto.

Il problema vero è che le situazioni sono talmente incancrenite che non sappiamo più come uscire da questo incubo. Guardiamo il cielo, speriamo e preghiamo che accada qualcosa. Guadiamo il sole di questa giornata che fa onore alle “ottobrate romane” e sapendo che domani resteremo comunque a casa o lontano dall’Olimpico o da dove gioca la Lazio, proviamo una stretta al cuore al pensiero che quel 5 ottobre, sotto la pioggia, sorridevamo mentre volavamo verso lo stadio indossando quella MAGLIA UNICA. Unica, come eravamo unici noi in quel periodo!




Accadde oggi 16.10

1921 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Vittoria 4-0
1927 Roma, stadio Nazionale - Lazio-Alessandria 0-1
1932 Milano, stadio Civico Arena - Ambrosiana-Lazio 1-2
1938 Bologna, stadio Littoriale - Bologna-Lazio 2-0
1949 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Roma 3-1
1953 Nasce a Briosco (MI) Giuliano Terraneo
1955 Roma, stadio Olimpico - Roma-Lazio 0-0
1983 Roma, stadio Olimpico - Lazio-NY Cosmos 3-1
1988 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Torino 1-1
1994 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Napoli 5-1
1999 Udine, stadio Friuli - Udinese-Lazio 0-3
2001 Roma, stadio Olimpico - Lazio-PSV Eindhoven 2-1
2005 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 1-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 16/10/2019
 

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