01 Agosto 2012

Un taxi, destinazione paradiso: ciao Goffredo!
di Stefano Greco

Un sms di due righe, con una sentenza che anche se attesa è come un colpo al cuore, come l’ennesima picconata che manda in frantumi un altro pezzo di quel tuo mondo antico che piano-piano si sgretola. Goffredo Lucarelli, detto “Il tassinaro”, non c’è più! Lo sapevo che sarebbe successo, anche se sono  stato un po’ vigliacco e non ho avuto la forza o il coraggio di andarlo a trovare in ospedale per dargli un ultimo saluto, dalle informazioni che raccoglievo tutti i giorni sapevo che la speranza giorno dopo giorno stava lasciando il posto alla rassegnazione per un epilogo oramai inevitabile. Ma anche quando pensi di essere preparato, in realtà non lo sei e ti ritrovi a trattenere a stento le lacrime mentre ti rigiri tra le mani una vecchia foto a colori. Un’immagine di gioia e giovinezza, di volti sorridenti di ragazzi con una vita davanti che forti dei loro vent’anni si sentono quasi immortali. E ora, di alcuni di quei ragazzi ti è rimasto solo quel sorriso e un patrimonio di ricordi.

E’ difficile spiegare ai ragazzi di oggi chi era Goffredo Lucarelli, che cosa abbia rappresentato per quelli della mia generazione “il tassinaro”, il tifoso laziale più famoso e al tempo stesso più temuto e in alcuni casi odiato d’Italia. E’ stato un punto di riferimento per tanti, amato e odiato, perché aveva un carattere impossibile. Non credo che esista una sola persona a Roma che non abbia avuto almeno una volta in vita sua un problema con Goffredo: uno scontro verbale, una lite, oppure addirittura una scazzottata. Goffredo era fatto così, ascoltava solo se stesso, in alcuni casi era una sorta di dittatore, ma aveva un cuore enorme. In tanti si sono costruiti una carriera o si sono arricchiti grazie alla Lazio, lui no. Goffredo è rimasto genuino, fedele al suo personaggio, uno che i soldi li ha sempre spesi per seguire la Lazio in tutto il mondo, con una sciarpa in mano o con uno striscione sulle spalle. Goffredo è uno che non ha mai abbandonato una sola volta quelli che chiamava i “suoi ragazzi”, perché la lealtà e l’amicizia venivano prima di ogni cosa. Dei soldi e anche dell’incolumità personale.

In questo momento mi vengono in mente mille episodi di quegli anni. Penso a quando mi sono ritrovato da solo con lui a Pescara con mezza città che lo cercava per fargli la pelle e fidandomi di lui (mi viene da ridere a ripensarci), mi sono ritrovato nella curva del Pescara, proprio nella fossa dei leoni. Perché lui era così, convinto di sapere sempre tutto e di avere sempre ragione, anche quando aveva torto marcio. Ricordo il giorno della grande lite che portò alla scissione all’interno degli Eagles Supporters che portò alla nascita dei Viking. Ricordo le discussioni che fecero da contorno alla decisione di trasferirsi definitivamente in Curva Nord, trasformandola nella casa delle aquile, in una delle curve più famose del mondo. Mi ricordo la trasferta di Catania nel 1982, quando me lo vidi arrivare davanti ai cancelli del Cibali con un carro funebre che parcheggiò, con tanto di bara e di morto all’interno, vicino alla tribuna coperta, tra lo sguardo perplesso dei vigili che chiedendogli dove stava andando si sentirono rispondere: “Devo andà a Siracusa, ma gioca la Lazio, quindi me fermo a vedè la partita e poi riparto, tanto quello on c’ha fretta”. Anzi, “fletta”, perché per lui le “erre” erano un ostacolo insormontabile e si trasformavano inevitabilmente in “elle”. E noi, giovani e irriverenti, lo prendevamo in giro e lo chiamavamo “tle clocchette”, nomignolo che gli è rimasto appiccicato addosso dopo un’epica serata in una pizzeria passata a ridere fino a sentirsi male ripensando a quel suo ordine al cameriere che anche lui aveva trattenuto a stento una risata. Mi vengono in mente trasferte epiche in quei meravigliosi anni settanta e all’inizio degli anni ottanta. Ricordo quella trasferta a Pistoia in cui si improvvisò prete in pullman officiando un matrimonio tra “zombie” e una ragazza. Ricordo gli scherzi, le nottate passate in bianco in pullman per il terrore che ti infilasse una miccetta accesa tra le dita mentre dormivi. Se andava bene tra le dita…

Mi vengono in mente le riunione a via Simone de Saint Bon, mi ricordo Goffredo e le sue discussioni con Francesco Bilotta, Marco Saraz, Marco Gazzarini, Maciste, i fratelli Catena e quelle con Tonino di Vizio, Adriano Basaglia e Gino Camiglieri. Nomi che diranno poco o niente ai ragazzi di oggi, ma che per noi ragazzi all’epoca erano dei punti di riferimento. Ricordo le notti passate nei capannoni in periferia per preparare le coreografie dei derby, una in particolare, quella del “Ve mannamo in B” che copriva tutto il tabellone luminoso della Curva Nord che fece epoca. E proprio a quella domenica è legato uno degli aneddoti più divertenti. Aveva piovuto, quell’enorme tela era intrisa d’acqua, pesantissima e faticava a salire sopra il tebellone. Goffredo urlava, sbraitava, insultava e spintonava tutti vedendo settimane di lavoro buttate all’aria e pensando a tutti i soldi spesi per quella coreografia che rischiava di tramutarsi in un flop colossale. Poi, il lampo di genio. Insieme a un ragazzo che aveva fatto il marinaio, rimedia dei sassi, li lega alle cime e li lancia dall’altra parte, poi va dietro e comincia a tirare come un forsennato, insieme a tutti gli altri per far salire quell’enorme scritta che metro dopo metro copre l’intero tabellone, tra il boato della Curva Nord e il silenzio quasi irreale della Curva Sud. Ma è solo uno dei tanti episodi da stadio legati ad un personaggio estremo, in tutto, anche nel lavoro. Come quella volta in cui lasciò un cliente per strada sulla Roma-Fiumicino, perché salito sul suo taxi e vedendo gli adesivi della Lazio aveva iniziato a ironizzare un po’ troppo. E lui, senza pensarci troppo, si è fermato e lo ha fatto scendere, senza usare neanche le buone maniere.

Era fatto così Goffredo. In molti lo hanno considerato un esempio da seguire, altri li hanno sempre dipinto come una sorta di macchietta, come un personaggio da film comico degli anni settanta-ottanta. Io con lui ho sempre avuto problemi, perché avevamo visioni completamente diverse della vita e anche un modo diverso nell’affrontare le cose e certe situazioni, ma ci siamo sempre rispettati a vicenda, ci siamo sempre detti tutto in faccia, come fanno le persone vere. Come faceva lui quando affrontava D’Amico o Giordano, senza quella riverenza tipica dei tifosi che avvicinano i giocatori. L’unico che lo metteva in soggezione, era Giorgio Chinaglia. E non perché Goffredo era costretto a guardarlo dal basso verso l’alto o perché era l’unico che non temeva lo scontro con lui, anche fisico. Per Goffredo, Giorgio Chinaglia era tutto: era l’uomo della Provvidenza, era il gigante che aveva avuto il coraggio di affrontare e sfidare i romanisti come faceva lui ogni giorno della settimana e fuori dall’Olimpico prima di ogni derby. Insomma, per “il tassinaro” Long John era la Lazio. E quando Giorgio se n’è andato, qualcosa gli è morto dentro. E ora lo ha raggiunto, a bordo di quel suo taxi con destinazione Paradiso.

Ciao Goffredo. Anzi, ciao “tassinaro”.




Accadde oggi 19.12

1920 Roma, campo della Rondinella - Lazio-U.S. Romana 2-1
1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Atalanta 4-0
1948 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Modena 5-1
1954 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Napoli 2-1
1971 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Perugia 4-1
1982 Roma, stadio Olimpico – Lazio-Milan 2-2
1993 Lecce, stadio Via del Mare - Lecce-Lazio 1-2
1999 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Piacenza 2-0
2002 Empoli, stadio Carlo Castellani - Empoli-Lazio 1-2
2004 Udine, stadio Friuli - Udinese-Lazio 3-0
2007 Roma, Stadio Olimpico, Lazio-Napoli 2-1
2010 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Udinese 3-2

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 07/12/2018
 

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