14 Luglio 2012

Petkovic, Zarate e Lotito, i tre nodi della Lazio
di Stefano Greco

Si dice che “chi nasce tondo, non può morire quadrato”. Questo proverbio, usato spesso e volentieri in modo dispregiativo, per far capire che una persona nella vita non può cambiare la sua natura, è un po’ l’emblema della nuova stagione della Lazio, perché si adatta alla perfezione a tre personaggi chiave, fondamentali almeno in questo momento, per i destini di questa società. Petkovic, Zarate e Lotito.

Mai come questa volta, il destino della Lazio è nelle loro mani. L’ho detto fin dal primo giorno e non mi stancherò di ripeterlo. A me Vlado Petkovic sta simpatico, a pelle mi piace e mi trasmette sensazioni positive, ma al tempo stesso mi terrorizza. E’ difficile da spiegare, però ci provo. Anche se ero piccolo, ho provato le stesse sensazioni quando alla Lazio è arrivato Tommaso Maestrelli. Sono uno zemaniano della prima ora, ho spinto per l’arrivo di un Roberto Mancini senza esperienza sulla panchina della Lazio. Sono uno, quindi, che non si spaventa quando c’è da fare un salto nel buio, sono uno che in un calcio in cui si vive solo di risultati riesce a mettere ancora il gusto per il gioco davanti a tutto. Durante la gestione-Reja, ho ripetuto fino alla noia che avrei barattato volentieri quel quinto e quel quarto posto in cambio di due annate senza Europa ma vedendo una squadra giocare a calcio, un gruppo in grado di rischiare e divertire. La noia provata nel veder giocare la Lazio in queste ultime due stagioni, è un qualcosa che non avevo mai provato in quasi 45 anni vissuti al fianco di questa squadra. Neanche negli anni più bui. Petkovic, da questo punto di vista, potrebbe essere come un lampo in una notte. E’ uno che ama il gioco, che a parole va all’assalto e predica un calcio in cui l’obiettivo è tentare di aggredire e di segnare un gol più degli altri, invece di preoccuparsi di non subirne. Il problema è che se alla vigilia dei 50 anni calcisticamente è rimasto sempre confinato nella terra dei 26 cantoni (tanti sono i piccoli stati che compongono la federazione elvetica), un motivo ci sarà. Gente come Eriksson e Mourinho, ad esempio, pur avendo iniziato ad allenare in campionati minori, fin da giovani hanno dimostrato di avere qualità fuori dal comune e sono sbarcati in campionati importanti. Quindi, o Vlado Petkovic è stato molto sfortunato, oppure la Svizzera è il suo habitat naturale, visto che come ha varcato quei confini è andato incontro ad un’avventura disastrosa in Turchia alla guida del Samsunspor Kulùbù. E qui mi torna in mente il detto “chi nasce tondo non può morire quadrato”, quella frase che cerco di scacciare quando lo sento parlare in conferenza stampa, quando racconta la Lazio che verrà. “Che Dio ce la mandi buona”, credo che sia la frase giusta per chiudere la parte dedicata a Petkovic.

“Chi nasce tondo non può morire quadrato”, uno come Mauro Zarate ce l’ha tatuato più nel cervello che sulla pelle. Questo ragazzo ha delle doti tecniche fuori dal comune, non è un fuoriclasse, ma ha colpi eccezionali in grado di trasformare una buona squadra in una grande squadra, insomma di far fare se non da solo quasi alla Lazio il tanto atteso salto di qualità. Provate a tornare indietro con la memoria e ad immaginare il Mauro Zarate della prima stagione al fianco del Miro Klose visto lo scorso anno. Roba da palati fini, oppure come si dice oggi: “tanta roba”. Forse anche troppa per quello a cui siamo abituati da quasi otto anni. Il problema di Zarate, è sempre stato la testa, ma anche le persone di cui si circonda. Di chance ne ha avute e ne ha fallite tante. E come ha detto qualche giorno fa Fascetti, uno che ha allenato e ha fatto rigar dritto Cassano, non può esser stata sempre colpa degli allenatori che ha trovato sulla sua strada.  Un anno fa Zarate si è presentato in ritiro con una zavorra di 8 chili e la sua esperienza alla Lazio è finita ancora prima di nascere. Forse, come diceva Fascetti, in questi mesi Maurito finalmente si è guardato allo specchio, si è guardato dentro e ha fatto un esame di coscienza. E’ arrivato sì con un giorno di ritardo, ma tirato a lucido dal punto di vista fisico, voglioso e sorridente come lo si era visto solo il primo anno. E in tanti, Petkovic in testa, si stanno chiedendo se non sia il caso di concedergli un’altra chance, se investire in altri ruoli quei soldi che erano stati destinati per acquistare un attaccante. Per questo motivo, già oggi la Lazio farà un primo passo verso Maurito, aspettando che Zarate faccia altrettanto. Perché il problema non è solo comportamentale, ma anche e soprattutto economico. Tra soldi per l’ingaggio e commissioni da versare in Inghilterra sul contro della Pluriel Limited (3 milioni di euro il 30 giugno di ogni anno fino al 2014), Zarate costa alla Lazio molto più di Miro Klose, senza poi considerare i 23,2 milioni di euro spesi tra prestito oneroso e acquisto del cartellino. Cifre da capogiro, mai ripagate sul campo dal talento di Haedo. La Lazio ha dato e ora chiede qualcosa in cambi. Propone di spalmare gli ultimi due anni d’ingaggio allungando il contratto fino al 2016, con dei bonus legati al rendimento. Della serie: se torni quello del primo anno, guadagni gli stessi soldi che ti garantisce il contratto attuale, ma se fallisci noi limitiamo il danno. Una proposta più che ragionevole, ora tocca al giocatore e al suo clan decidere che cosa fare, se investire sul cambiamento di Zarate o restare aggrappati ad un contratto milionario convinti anche loro che “chi nasce tondo, non può morire quadrato”.

 E arriviamo a quello che da otto anni a questa parte è il problema più grosso, ovvero Claudio Lotito. La prossima settimana, inizierà la nona stagione da presidente. Un anniversario che non  festeggiano neanche a casa sua, visto che da anni quel ramo della famiglia Mezzaroma con cui è imparentato spinge affinché lasci la Lazio, soprattutto ora che ha un’alternativa chiamata Salernitana. Ma lui resta attaccato a questa società, quasi per dispetto, fregandosene di essere odiato dalla stragrande maggioranza e sopportato solo per mancanza di alternative dagli altri. In tanti hanno provato a credere in un suo cambiamento e a raccontare questa favola alla gente, ma Lotito non perde mai occasione per dimostrare che chi ha inventato quel proverbio “chi nasce tondo non può morire quadrato”, quando lo ha fatto ha pensato proprio a lui. La sua boria, come l’arroganza, la strafottenza e l’ignoranza sono sempre le stesse, anzi, se possibile è anche peggiorato in questi ultimi anni, perché a tutto questo si è aggiunto una sorta di delirio di onnipotenza. Oramai stravolge la realtà dei fatti, si rimangia cose dette pubblicamente tentando di far passare per fesso l’interlocutore, continua a trattare chiunque senza il minimo rispetto. Che si tratti di Abete o di un giornalista pubblicista, di Petrucci o di Sportitalia o di SKY, per lui non fa nessuna differenza. Almeno così vuol far credere, perché poi la realtà è diversa. Quelli come Lotito da sempre sono abituati a fare i forti e gli arroganti con chi china la testa, ma quando qualcuno mostra i muscoli (come hanno fatto ad esempio il Coni e Petrucci), il nostro sbraita e si agita in pubblico, ma poi scodinzola in privato e scende a patti o addirittura cede su tutta la linea, come ha fatto con la vicenda-Olimpico.

L’ultima perla ieri, quando invitato e annunciato come ospite d’onore, non si è proprio presentato e pure senza avvertire alla trasmissione sul calciomercato in onda su Sportitalia. Se poi qualcuno ancora si chiede come mai la Lazio è malvista oppure quasi oscurata dai media, la risposta ce l’ha sotto gli occhi ed è da ricercare anche e soprattutto nei comportamenti di chi la gestisce da otto lunghi anni. E visto che nel caso di Lotito non c’è proprio nessuna possibilità di cambiamento e visto che è nato tondo (anche fisicamente) e non può morire quadrato, non resta che pregare e sperare. Sperare in qualcosa o in qualcuno che possa cambiare in qualche modo questo presente e quindi il futuro. Perché con Lotito alla guida di questa società per la Lazio non ci sarà pace. Nonostante i tentativi di qualche comunicatore, nonostante la clamorosa retromarcia annunciata dalla Curva Nord pronta a seppellire l’ascia e a stringere la mano alla società e a chi la guida, l’ambiente è troppo lacerato per ipotizzare una qualsivoglia ricucitura dei rapporti. E questo è probabilmente l’handicap maggiore di questa Lazio, il vero peso che rischia di far affondare tutto. Più dei dubbi sulle qualità di Petkovic e sulla possibilità di Mauro Zarate di tornare quello ammirato il primo anno.

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2008 Auronzo di Cadore, stadio Rodolfo Zandegiacomo - Padova-Lazio 0-3
2009 Auronzo di Cadore, stadio Rodolfo Zandegiacomo - Lazio-Spal Cordovado 13-0

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