17 Dicembre 2011

I nostri personaggi, la nostra storia: Paolo Di Canio, il ribelle
di Stefano Greco

Quella di Paolo Di Canio, è una delle tante storie fantastiche e al tempo stesso maledette nei 111 anni di vita della Lazio. Una storia d’amore e di emozioni forti, ma anche di rotture e di polemiche infinite, provocate forse dal troppo amore. Una storia estrema, come la vita di questa tormentata società e come le idee del talentuoso ragazzo del Quarticciolo.
Paolo Di Canio è uno dei tanti figli di Volfango Patarca, responsabile per una vita del settore giovanile della Lazio e grandissimo scopritore e formatore di talenti. E’ Volfango a prendere sotto la sua ala quel ragazzo dal carattere difficile ma dal talento straordinario. Quella di Paolo Di Canio è una vita estrema, in tutti i sensi. Lui, nato il 9 luglio del 1968 e cresciuto al Quarticciolo, quartiere romano con profonde radici giallorosse, approda giovanissimo nella Primavera della Lazio dopo aver fatto tutta la trafila nel settore giovanile biancoceleste. A soli 17 anni, Gigi Simoni lo aggrega alla prima squadra, ma non lo fa esordire in serie B. L’anno successivo, Vincenzo D’Amico lascia la Lazio per andare a chiudere la carriera a Terni e convince i dirigenti della Ternana a chiedere in prestito Di Canio. La Lazio accetta e per Di Canio quel trasferimento segna una svolta nella sua carriera ma anche nella sua vita privata.
A 17 anni, affronta il primo campionato da professionista, gioca 27 partite e segna due reti, ma rischia di chiudere la carriera ancora prima di iniziare. A causa di una brutta infezione mal curata, ha un principio di cancrena alla gamba e viene operato d’urgenza dal professor Carfagni che per prima cosa si preoccupa di salvare la gamba e l’uomo, poi il calciatore. Durante la lunga inattività, a Terni conosce Elisabetta, la donna della sua vita, la madre delle sue splendide bambine. A Terni, Paolo decide di mettere radici, anche quando la stagione successiva torna alla Lazio, ma senza giocare neanche una partita. Dopo quasi un anno e mezzo di inattività, viene inserito da Giuseppe Materazzi nella rosa della Lazio appena tornata in serie A. All’inizio, è uno dei tanti, davanti a lui ci sono Ruben Sosa e Dezotti, ma anche Rizzolo, ultimo talento sfornato dal vivaio della Lazio. In silenzio, pur di restare alla Lazio, accetta anche di portare le borse agli allenamenti. Lui la Lazio ce l’ha nel sangue, è cresciuto in Curva, è andato per anni in trasferta con i tifosi. Un anno, a Bergamo, il massaggiatore della Lazio, andato sotto il settore dei tifosi biancocelesti per soccorrere un giocatore infortunato, tra quei ragazzi attaccati alla vetrata scorge proprio Paolo, salito a Bergamo all’insaputa di tutti. Suo compagno di trasferte è Poppy Sbardella, figlio dell’ex arbitro e direttore generale della Lazio. Quando non giocano la domenica con la Primavera (Poppy sta alla Fiorentina), si danno appuntamento da qualche parte e vanno al seguito della Lazio. Paolo, come dice qualcuno, è una testa calda. E’ di estrema destra, per sua stessa ammissione il suo idolo è Benito Mussolini e queste sue simpatie politiche gli creeranno grossi problemi nel corso della sua carriera. Ma molti di più gliene creerà il suo carattere ribelle, poco incline ad accettare qualsiasi tipo di compromesso. Odia la falsità, non resiste a dire sempre quello che pensa. E questo lo porta a scontrarsi con quasi tutti gli allenatori che trova sulla sua strada.
Estremo fuori, Paolo è estremo dentro il terreno di gioco, nel bene e nel male. Questo suo modo di essere lo porta ad essere imprevedibile nelle sue giocate, ubriacante e imprendibile quando decide di partire in velocità palla al piede. Il 28 agosto del 1988, la Lazio gioca al Flaminio contro il Campobasso una partita decisiva per passare il turno. L’incontro non si sblocca e Materazzi decide di affidarsi all’estro di Paolo Di Canio. Lo butta nella mischia all’inizio del secondo tempo e lui lo ripaga segnando il gol decisivo. Quel gol gli vale la conferma e la fiducia di Beppe Materazzi. La Lazio in campionato naviga in zone tranquille, ma tre sconfitte in quattro partite la fanno precipitare in piena zona-retrocessione, con il derby alle porte.
Il 15 gennaio si gioca in uno stadio Olimpico ridotto ad un cantiere a cielo aperto. La Curva Sud quasi non esiste, è solo uno spicchio in mezzo al vuoto, staccato dalla Tribuna Tevere, ma quel settore è stracolmo, come il resto dello stadio per una sfida attesa da più di tre anni. La partita è dura, Acerbis si prende con Giannini e quasi ci scappa la rissa. Al 25’, arriva l’episodio che fa entrare Paolo Di Canio nella storia. Arcerbis sulla sinistra serve Ruben Sosa, che quasi ad occhi chiusi mette un pallone al centro che taglia tutta la difesa e su quale si avventa Paolo Di Canio in corsa: gran botta di destro al volo e Tancredi è battuto. Sullo slancio, Paolo scavalca i tabelloni e punta diritto verso quello spicchio giallorosso, con l’indice alzato in segno di sfida, con lo stesso gesto che aveva reso famoso Chinaglia. E’ il suo primo gol in serie A, indimenticabile per lui e per i tifosi. Anche per quelli giallorossi, che da quel momento in poi gli rendono la vita impossibile, soprattutto nel suo quartiere, il Quarticciolo. La partita di ritorno, si trasforma in una sorta di caccia all’uomo e la preda è Paolo Di Canio, che incurante dei calci cerca di saltare e di umiliare gli avversari con i suoi dribbling.
Il gol nel derby non è l’unico acuto di quella stagione di Paolo Di Canio, ma è l’unica soddisfazione per i tifosi della Lazio. La stagione successiva, però, Di Canio esplode e con lui si trasforma anche la Lazio. Al Flaminio, in coppia con Ruben Sosa, gioca partite fantastiche, la più bella contro il Napoli di Maradona, umiliato dalla Lazio e dalle giocate del duo Di Canio-Sosa. Paolo segna 4 reti in quella stagione, la più bella e importante alla Juventus. Qualcosa tra lui e la Lazio, però, si spezza. Scottato dall’esperienza-Rizzolo, quando dopo aver rifiutato 5 miliardi dalla Sampdoria per il suo giovane e promettente attaccante si è ritrovato con un pugno di mosche in mano per le promesse poi non mantenute sul campo dal suo talentuoso giocatore, Calleri decide di non ripetere l’errore e cede per 7,6 miliardi Di Canio alla Juventus. Ma Paolo è un idolo dei tifosi, quindi inizia un lavoro sotterraneo per metterlo in cattiva luce, per far passare quella cessione come un tradimento. E Calleri riesce nel suo intento, al punto che al suo ritorno a Roma con la maglia della Juventus, Di Canio viene coperto di fischi e di insulti, etichettato come un mercenario. Un triste primato per Paolo, accolto allo stesso modo anche dai tifosi della Roma quando gioca all’Olimpico con la Juve.
A Torino, il ragazzo del Quarticciolo inizia il suo lungo girovagare per l’Italia e l’Europa. Nella Juventus litiga con il Trap e chiede di andare in esilio a Napoli, dove con Lippi allenatore gioca una stagione straordinaria trascinando una squadra mediocre in Europa. La sua partita più bella la gioca contro il Milan, segnando un gol straordinario. Quella prodezza convince Berlusconi a portarlo a Milano, ma anche in rossonero sono più spine che rose, perché entra subito in contrasto con Fabio Capello. Dopo due stagioni, decide di lasciare Milano e l’Italia, per volare nel Regno Unito, alla ricerca di un calcio più vero, di rapporti meno falsi. In Scozia, con la maglia del Celtic, viene nominato giocatore dell’anno e quel premio gli vale il biglietto d’ingresso nella Premier League. Lo acquista lo Sheffield Wednesday e con la maglia biancoblù gioca un primo anno straordinario, condito da 12 reti. Nel secondo, un attimo di follia gli costa una squalifica di 11 giornate, per una spinta all’arbitro Paul Allcock. Mentre i giornali inglesi lo fucilano e chiedono il suo allontanamento dalla Premier League, a dicembre del 1998 il West Ham decide di puntare su di lui. E l’aria di Londra lo rigenera. Grazie alla fiducia della società e all’ottimo rapporto che riesce ad instaurare con Harry Redknappe Glenn Roeder, che si alternano sulla panchina degli “hammers”, Paolo Di Canio diventa il vero leader del West Ham. Segna 51 reti in meno di 5 anni, con la sua esperienza aiuta giovani talenti come Joe Cole e Frank James Lampard, destinati a diventare le colonne del Chelsea miliardario di Roman Abramovic. A Londra, si trasforma anche da “diavolo” in “angelo”. Il 18 dicembre2000durante la partita Everton-West Ham, il portiere dei padroni di casa, Paul Gerrard, si avventura in un'uscita al limite dell'area ma le sue ginocchia cedono e cade su sé stesso: la palla schizza verso l'ala destra dove Trevor Sinclairmette al centro un cross per Di Canio che solo davanti alla porta vuota, vedendo l’avversario a terra, invece di battere indisturbato a rete, blocca il pallone con le mani e ferma l’azione. Un gesto clamoroso, anche perché arrivato al 90’ di una partita ferma sull’1-1. Il Goodison Parkgli tributa immediatamente una standing ovation da brividi. Quel gesto fa immediatamente il giro del Mondo e cancella l’immagine di quella caduta goffa di Paul Allcock. Paolo Di Canio riceve dalla FIFA il premio Fair Playe una lettera ufficiale di encomio firmata dal presidente Joseph Blatter.
Paolo diventa uno dei personaggi più famosi del calcio inglese e decide di raccontarsi una autobiografia, in cui non nasconde assolutamente nulla. Il libro diventa un best seller e grazie all’eco di quel gesto e delle sue imprese calcistiche si comincia a parlare di un possibile ritorno alla Lazio di Paolo Di Canio. Cragnotti, però, decide che il passato è passato e al posto di Paolo Di Canio la Lazio prende Karel Poborsky. Chiusa nel 2003 l’avventura con il West Ham, a causa della dolorosa retrocessione degli “hammers”, Paolo Di Canio pur di restare a Londra decide di accettare l’offerta di un club povero ma dal passato glorioso come il Charlton Athletic. Nel 2004, con la Lazio da rifondare, per ottenere il favore della piazza Lotito decide di riportare a Roma il figliol prodigo Paolo Di Canio. Il giorno del suo arrivo, a Formello si presentano 5000 tifosi, per un bagno di folla senza precedenti.
Di Canio decide di indossare i panni del leader e alla prima giornata di campionato, in casa della Sampdoria, quando Rosetti assegna il rigore alla Lazio Paolo strappa la palla di mano a Simone Inzaghi. I due vengono quasi alle mani, ma Di Canio non sente ragioni, va sul dischetto e segna quel gol che regala alla Lazio la vittoria e che sia lui che i tifosi laziali aspettavano da 14 anni. La settimana successiva, all’Olimpico, altro rigore a favore della Lazio, ma questa volta Paolo lascia il pallone e il gol a Simone Inzaghi. A Roma, Di Canio ritrova gli amici del passato e dentro la squadra crea un suo gruppo di fedelissimi, tra cui spicca Tommaso Rocchi.
Io Paolo l’ho conosciuto quando era ragazzo, in Curva, lo ritrovo a distanza di una vita, ma non è cambiato. Ha le stesse idee, lo stesso modo di portarle avanti senza preoccuparsi di quello che pensa la gente di lui e dei suoi atteggiamenti. Ne parliamo spesso a cena in quella prima stagione e l’anno dopo. E’ generoso e onesto come pochi altri, ma è anche di un integralismo che a volte può dare fastidio, soprattutto a chi non è abituato a dire quello che pensa e vive di compromessi.
Da quando è tornato in città, sul calendario suo e dei tifosi c’è segnata una sola data: 6 gennaio del 2005, il giorno del derby. La vigilia è carica di tensione e di polemiche a distanza, soprattutto con Francesco Totti. In campo Di Canio è accolto come il nemico di sempre e come avviene solo nei film o nelle favole, a distanza di 16 anni la storia si ripete. Lancio lungo di Liverani e Di Canio al volo di destro batte Pellizzoli, poi va ad esultare nuovamente sotto la Sud, ripetendo cento volte: “Io, sono stato io, sono stato ancora io”. Quel gol trasforma il derby in una sorta di bolgia. Frastornata, la Roma perde 3-1 e quando esce dal campo Di Canio alza le tre dita al cielo mostrandole alla Tribuna Monte Mario e soprattutto alla Curva Sud, mentre con l’altra mano si batte con il pugno il petto, come facevano i soldati dell’antica Roma. Il finale diventa ancora più rovente, quando dopo il fischio dell’arbitro Paolo rientra in campo per festeggiare una vittoria che attendeva da 16 anni. Sotto la Curva Nord e la Tevere, fa più volte il saluto romano e il gesto immortalato dai fotografi fa il giro del mondo. Finisce per la prima volta sotto inchiesta da parte della Federcalcio. La seconda volta, la stagione successiva, quando uscendo dal campo a Livorno ripete quel gesto mentre allo stadio regna un clima di guerra a causa della rivalità politica tra le due tifoserie. Quel gesto di Livorno, ripetuto per provocazione la settimana successiva contro la Juventus al momento dell’uscita dal campo, gli costa un turno di squalifica e una multa di 10.000 euro, ma anche la rottura del rapporto con il presidente della Lazio.
Sfidando tutto e tutti, infatti, Lotito decide di non rinnovare il contratto a Di Canio, nonostante i 14 gol segnati in due stagioni e la conquista di un posto-UEFA. Il divorzio si consuma tra insulti e polemiche, con alcuni ex compagni accusati di essere delle spie del presidente e soprattutto con Lotito e Delio Rossi: Per me Lotito e Delio Rossi sono sullo stesso piano: il primo è un tifoso romanista medio e mediocre travestito da laziale; il secondo è un bugiardo, falso e zerbino del presidente. Lotito è uno che dice di essere moralizzatore, ma di cosa? Solo parole, fatti zero. Dice sempre di essere regolare nel pagare i suoi dipendenti. E non è vero. A me, infatti, e non è la prima volta che accade, deve dare ancora due mesi di stipendio. E non sono l'unico a stare in questa situazione. A me, poi, che sento la Lazio dentro la pelle, dà fastidio che l’immagine della squadra che ho nel cuore, dopo il processo di Calciopoli, sia quella di una società che ruba. Ha tentato di stare al tavolo con i potenti, ma non ha raccolto nulla, facendo anche una pessima figura e ora sta litigando con i suoi stessi avvocati che lo consigliano di non andare al Tar. Sono fuori dalla Lazio perché ho sempre detto quello che pensavo e ho pagato sulla mia pelle, ma ne sono orgoglioso perché io sono uomo”.
E negli anni successivi, se possibile il rapporto si deteriora ulteriormente, non solo quello con Lotito. La battaglia di Paolo contro chi gestisce la società, infatti, nella sua nuova veste di opinionista televisivo lo porta a lanciare frecciate all’indirizzo della Lazio, di chi la allena e anche di alcuni giocatori. Si scontra con Reja, si scontra con Lotito sulla questione legata ai costi dell’acquisto di Zarate. Lotito lo minaccia di querela, ma le cifre date da Di Canio sono sbagliate ma semmai per difetto, quindi è Di Canio a querelare Lotito. Una battaglia continua, che si attenua un po’ solo quando Paolo accetta l’offerta dello Swindon Town e indossa i panni del manager, lasciando l’Italia e tornando a vivere nella “sua” Inghilterra per iniziare la sua nuova carriera da allenatore.
Per l’ennesima volta, quindi, il rapporto tra Paolo Di Canio e la Lazio si chiude in modo burrascoso, come tanti, troppi rapporti tra questa società e quelli che nel corso di 111 anni di storia sono stati di volta in volta i suoi uomini-simbolo. Perché non c’è mai niente di “normale” nella vita della Lazio. E forse anche questo è uno dei motivi che rendono questa società unica!




Accadde oggi 27.06

1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Hungaria 3-2
1938 Nasce a Parma Pietro Adorni.
1987 Napoli, stadio San Paolo - Taranto-Lazio 1-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 24/5/2019
 

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