08 Agosto 2011

I nostri personaggi, la nostra storia: Bruno Giordano
di Stefano Greco

E’ difficile parlare o scrivere di un amico, di un giocatore che hai visto nascere, crescere e poi volare via, lasciando tanti ricordi e altrettanti rimpianti per quello che poteva essere e non è stato. Mille volte mi sono chiesto che cosa sarebbe stato Bruno Giordano in una Lazio diversa, con una società vera alle spalle, tipo quella di Cragnotti. Forse, sarebbe diventato il più grande di tutti i tempi, al pari di Silvio Piola. Bruno non aveva né la carica agonistica né la personalità di Chinaglia, ma raramente in vita mia ho visto un giocatore dotato di altrettanta classe e al tempo stesso di potenza, uno capace di segnare da trenta metri senza neanche far vedere il pallone al portiere o di segnare facendo un pallonetto all’avversario e poi di seguito uno ad un certo Dino Zoff, senza mai far toccare terra al pallone. Durante Italia ’90, nel corso di un’intervista Johan Cruijff mi dice: “L’unico giocatore nel quale mi sono riconosciuto, tra i tanti eredi che mi hanno affibbiato, è stato Bruno Giordano. L’ho visto giocare per la prima volta il 5 novembre del 1975, a Barcellona, in Coppa Uefa. Noi vincemmo facile, ma lui a 19 anni fece delle cose che solo i grandi giocatori sanno fare a quell’età. E ha continuato a farle per tutta la carriera. Un attaccante straordinario, il prototipo dell’attaccante moderno”.
Nato il 13 agosto del 1956 a Roma, nel quartiere popolare per eccellenza di Trastevere, Bruno viene scoperto quasi per caso quando ha 13 anni da una leggenda del calcio laziale, Enrique “Flacco” Flamini, che convince i dirigenti dell’epoca a tesserarlo pagandolo 30.000 lire in contanti e 10 palloni. Fa tutta la trafila nelle giovanili insieme a Lionello Manfredonia, di cui diventa anche più che semplice amico. Sono diversi, ma diventano inseparabili e con le loro imprese fanno la fortuna della Primavera allenata da Paolo Carosi. All’inizio, Bruno gioca all’ala destra, perché al centro c’è Apuzzo, un clone grezzo di Giorgio Chinaglia. Dotato di una grandissima tecnica, Bruno riesce a saltare gli avversari come birilli. E’ bellissimo in quegli anni andare a vedere le partite della “Primavera”, soprattutto i derby, con Giordano, Manfredonia, Agostinelli e Di Chiara da una parte, Conti e Di Bartolomei dall’altra. Grande calcio, grandi talenti sfornati da un settore giovanile che è il fiore all’occhiello della Lazio ma anche della Roma. Al Flaminio, per quelle partite si arriva a contare anche 15-20.000 spettatori. Al derby del 1976, semifinale scudetto giocata all’Olimpico, sono stracolme Monte Mario e Tevere, ma le società sono  costrette ad aprire anche le curve. Cose d’altri tempi, d’altro calcio.
Il 5 ottobre del 1975, vado a Genova a vedere la prima di campionato del dopo-Maestrelli. La partita non offre grandi emozioni, ci apprestiamo ad uscire dallo stadio per evitare la ressa, ma proprio all’ultimo minuto, sotto la curva dei tifosi della Sampdoria, Brignani sulla destra lascia partire un tiro-cross, sulla corta respinta della difesa si avventa Bruno Giordano che da limite dell’area di destro fa partire un diagonale che non lascia scampo a Cacciatori. Il pallone s’insacca a fil di palo alla destra del portiere, con Giordano che si mette le mani in faccia e piangendo va verso la panchina, rincorso, agguantato e sommerso dai compagni di squadra. Un gol da predestinato. Il primo in serie A, proprio nel giorno dell’esordio.
In quella stagione, dopo la fuga di Giorgio Chinaglia negli Stati Uniti,   nelle ultime tre giornate di campionato Tommaso Maestrelli si affida proprio a Giordano per tirare fuori la Lazio dai guai. E Bruno lo ripaga della fiducia. Segna un gol bello ma purtroppo inutile a Firenze, uno più importante la domenica successiva nel 4-0 all’Olimpico contro il Milan, poi segna il gol decisivo per la salvezza all’ultima giornata a Como. Cinque reti in 14 partite a soli 19 anni e sulle spalle quella maglia numero nove che gli ha lasciato come pesante eredità Giorgio Chinaglia. Ma Bruno non è spaventato. L’anno successivo parte alla grande. Due gol nelle prime due giornate a Juventus e Fiorentina, poi arriva il giorno del derby, in una domenica di grande gioia ma anche di grandissimo dolore. Il 28 novembre del 1976 l’Olimpico è pieno fino all’inverosimile, la Lazio gioca in casa, ma è una vigilia tristissima: Tommaso Maestrelli è in fin di vita, ricoverato alla Paideia. I giocatori scendono in campo con la morte nel cuore e la Lazio combina ben poco. Quasi alla fine del primo tempo, la magia: sotto la Curva Nord, spostato verso la Monte Mario, poco dentro l’area Bruno aggancia di destro un pallone che sta andando fuori e inizia un balletto accanto alla linea di fondo; gli si fa incontro Sandreani, Giordano lo disorienta con un paio di finte verso il centro, poi va sulla linea di fondo e da posizione quasi impossibile batte di destro mandando il pallone sotto la traversa, con Paolo Conti incredulo, beffato nonostante l’uscita alla disperata. Giordano corre verso la curva per festeggiare il suo primo gol nel derby. Bruno crea, Pulici conserva. La Lazio vince il derby poi la squadra corre in clinica per l’ultimo saluto al “maestro”. La domenica dopo a San Siro, dopo la rete interista firmata da Marini è ancora una volta Giordano a segnare il gol del pareggio, con tutto lo stadio in piedi ad applaudire la prodezza di Bruno che corre con le dita puntate verso il cielo, per una dedica a chi lo ha lanciato nel grande calcio. Per Giordano è una grande stagione, va per la prima volta in carriera in doppia cifra e con 10 reti trascina la Lazio al quinto posto in classifica. Quello successivo, con Vinicio prima e Lovati poi, è l’anno della definitiva consacrazione. Segna 4 gol in altrettante partite in Coppa Uefa e 12 in campionato, e diventa un punto fermo della Nazionale Under 21. L’esordio con la nazionale maggiore arriva come un regalo anticipato di Natale. Il 21 dicembre del 1978, l’Italia di Bearzot reduce dal quarto posto ai Mondiali d’Argentina ospita la Spagna all’Olimpico. Al 27’ Graziani si infortuna e Bearzot vara la nuova coppia-gol del calcio italiano, mandando in campo Giordano al fianco di Pablito Rossi. E dopo una manciata di minuti, Giordano confeziona e Rossi realizza il gol della vittoria.
Per Bruno è un periodo magico, trasforma in oro tutto quello che tocca e lui, laziale nell’animo, sogna di ripercorrere le gesta di Piola e del suo grande idolo, Giorgio Chinaglia. Ma Gigi Martini, più esperto, un giorno lo avvicina e gli dice: “Bruno, dammi retta, appena puoi cambia squadra. Questa è Roma, la tua città, questa è la Lazio, la tua squadra del cuore nella quale sei nato e ti sei affermato. Amico mio, scappa appena puoi, perché qui non sarai mai nessuno e la gente finirà per odiarti e ti si rivolterà contro alle prime avversità”.
Le parole di Martini sono sagge e purtroppo profetiche, ma Bruno scrolla le spalle. Si sente invulnerabile, ha raggiunto la Nazionale e a suon di gol nella stagione ’78-’79 conquista anche il titolo di capocannoniere del campionato, impresa riuscita a due soli laziali in passato: Silvio Piola e Giorgio Chinaglia. Le 19 reti segnate, però, non consentono alla Lazio di andare oltre un anonimo ottavo posto in classifica, ma quella successiva è e deve diventare la stagione della svolta, per la Lazio ma anche per lui. L’Italia organizza gli Europei di calcio e Giordano ha un posto assicurato, anche se per conquistare una maglia da titolare deve battere la concorrenza di Bettega, di Graziani e di “spillo” Altobelli. Ma Bruno parte fortissimo, segnando 5 gol nelle prime sei giornate. Nonostante il trauma del derby in cui il 28 ottobre 1979 perde la vita Vincenzo Paparelli, a Capodanno la Lazio è terza in classifica, a due soli punti dal Milan, secondo. E il 6 gennaio, c’è proprio Milan-Lazio. La Lazio perde in malo modo, Giordano segna, ma all’apparenza è una partita come tante altre, con la squadra di Lovati incapace di fare il salto di qualità, di spiccare il volo cogliendo la grande occasione. In realtà, quella partita è l’inizio della fine. Dopo qualche settimana cominciano i primi sussurri, poi le voci diventano sempre più ricorrenti e la Lazio perde tranquillità e posizioni in classifica. Il 23 marzo, a Pescara, Bruno Giordano viene arrestato e portato in manette nel carcere di Regina Coeli, a due passi da dove è nato e cresciuto. A Roma anticamente si diceva che non si era veramente romani fino a quando non si salivano gli scalini e si varcavano le porte di Regina Coeli. Bruno la varca quella soglia, ma senza orgoglio, anzi, solo con la morte nel cuore di chi in un attimo ha visto andare in frantumi tutti i suoi sogni.
Dopo il carcere arriva il processo sportivo, la lunga squalifica, la retrocessione in serie B della Lazio, i fischi e gli insulti dei tifosi durante le partitelle infrasettimanali a Tor di Quinto contro la prima squadra. A Giordano, in quei giorni, tornano alla mente le parole di Gigi Martini. Bruno era già stato venduto al Milan, ma la squalifica fa saltare tutto e a Milano viene spedito un altro giovane talento della Primavera, Mauro Tassotti. Bruno resta, Dino Viola lo corteggia durante la squalifica, ma lui non se la sente di passare alla Roma, nonostante il voltafaccia di tanti tifosi e di alcuni dirigenti. Quando il 1° agosto arriva la “grazia”, torna in campo con la voglia di spaccare il mondo. Accetta di ripartire dalla serie B con la Lazio, segna 18 gol, vince la classifica dei cannonieri e riporta la squadra in serie A. Il gol più bello lo segna a Catania, quando con un esterno destro a giro disegna una traiettoria impossibile, strappando applausi a scena aperta. Quando a maggio si sparge la voce dell’arrivo di Chinaglia alla guida della società, Bruno è raggiante. Giorgio è il suo idolo d’infanzia, con lui presidente sogna una Lazio diversa. Invece, è solo un’illusione. La stagione inizia alla grande, con il ritorno in Nazionale e il gol segnato a Bari contro la Grecia, il 5 ottobre 1983. Ma il ritorno in serie A è una sofferenza, per la squadra e per lui, che il 31 dicembre del 1983, colpito alle spalle da un intervento assassino di Bogoni si frattura una gamba. La diagnosi di Ziaco non lascia scampo: stagione finita. Ma Bruno non si vuole arrendere. La Lazio sta scivolando in serie B e lui, sia pure zoppicando e con una gamba che è la metà dell’altra, rientra, segna un gol decisivo il 21 aprile in casa con il Napoli e poi esulta, piange per la rabbia accumulata in quei mesi di sofferenza e quasi sviene per il dolore. All’ultima giornata, segna una doppietta decisiva al Pisa, firmando la salvezza. Sembra l’ultimo atto, Chinaglia lo cede alla Juventus, ma lui oppone il grande rifiuto. Un po’ per orgoglio, un po’ perché alla Juventus gli vogliono far firmare un contratto a una cifra più bassa di quella che prende a Roma e alla metà di quello che gli offrirebbe il Napoli. Il suo rifiuto, provoca uno scontro durissimo con Chinaglia, che lo addita ai tifosi come la rovina della Lazio.
Con l’arrivo di Lorenzo le cose peggiorano e la Lazio domenica dopo domenica scivola in serie B. Bruno si congeda segnando un gol al derby e una doppietta all’ultima giornata alla Juventus. Dopo 203 partite e 86 gol segnati in campionato, lascia la Lazio, ceduto per 4 miliardi e 200 milioni al Napoli. Non poco per un ragazzo pagato 15 anni prima 30.000 lire e 10 palloni, ma poco rispetto al valore di un  giocatore. “Me ne vado senza rancore ma con un’angoscia – dice nell’ultima intervista da laziale – è stato Chinaglia, il mio idolo d’infanzia, a rovinare il mio rapporto con i tifosi e con la Lazio”.
A Napoli, con Maradona e Careca porta la squadra alla conquista del primo storico scudetto e della Coppa Italia, di cui è capocannoniere con 10 reti. Il rapporto con il Napoli si guasta dopo lo scontro tra lui e altri big del gruppo con Ottavio Bianchi. Va via lui, a fare le fortune dell’Ascoli prima e del Bologna poi. Passa subito dal campo alla panchina, ma senza grande fortuna. Gli capitano sempre situazioni disperate e una sola grande occasione, quando nel 2006 gli affidano il Messina in serie A. Parte alla grande, ma poi sia lui che la squadra vengono travolti dai problemi finanziari della società. Tra una panchina e l’altra, fa il commentatore con la Rai e con TMC. A lui mi lega il ricordo di tante trasferte da “colleghi” giornalisti, ma su tutte quella di Venezia, della stagione 1999-2000, quando con lui a fare da seconda voce ad un Venezia-Inter, mi sono portato in campo suo figlio Marco che sognava di vedere da vicino Vieri e Ronaldo. Suo figlio piccolo Rocco, invece, attualmente gioca nelle giovanili della Lazio e di lui si parla un gran bene.




Accadde oggi 19.02

1911 Roma, Due Pini - Roman-Lazio 0-3
1922 Roma, campo Due Pini - Roman-Lazio
1933 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Napoli 0-1
1939 Livorno, stadio Edda Ciano Mussolini – Livorno-Lazio 2-3
1950 Roma, Stadio Nazionale - Roma-Lazio 0-0
1956 Bergamo, stadio Mario Brumana - Atalanta-Lazio rinviata per neve
1978 Torino, stadio Comunale - Juventus-Lazio 3-0
1984 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Sampdoria 2-1
1989 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Cesena 0-0
1995 Roma, stadio Olimpico – Lazio-Milan 4-0
1998 Torino, stadio Delle Alpi - Juventus-Lazio 0-1
2006 Firenze, stadio Artemio Franchi - Fiorentina-Lazio 1-2

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Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 07/12/2018
 

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