08 Aprile 2013

I nostri personaggi, la nostra storia: Paolo Carosi
di Stefano Greco

Oggi avrebbe compiuto 75 anni, proprio nel giorno del derby, lui che è stato protagonista di tante stracittadine, come giocatore prima e come allenatore poi. Invece, fa parte della grande pattuglia di Laziali che ci guardano dall'alto ma che hanno lasciato un patrimonio di emozioni e di ricordi indelebili. Poco più di 3 anni fa, al funerale di Paolo Carosi c’erano tutti i suoi allievi, tutti quei ragazzi che lui ha tirato su e che ha trasformato in uomini prima che in calciatori, alternando il bastone e la carota. Ci sono allenatori che hanno un dono particolare, quello di essere degli educatori, di avere lavorando con i giovani una sorta di bacchetta magica che gli consente di trasformare in oro quasi tutto quello che toccano. Certo, i Mourinho o i Capello sono destinati ad entrare nella storia grazie ad una bacheca stracolma di trofei, ma spesso e volentieri arrivano al trionfo dopo scontri epocali con i loro giocatori, pronti ad accettare di essere odiati dal singolo o dal gruppo pur di raggiungere la vetta. Ci sono allenatori, invece, che magari vincono poco o niente, ma nella carriera seminano a tal punto da restare per sempre nel cuore dei ragazzi che incontrano sulla loro strada: quelli che sfondano, ma anche quelli che si vedono sbattere in faccia la porta del grande calcio. Paolo Carosi, è uno di questi ultimi, uno vecchio stampo, uno che ha dedicato quasi tutta la sua vita sportiva alla Lazio: da giocatore prima e ad insegnare calcio poi, ricevendo in cambio stima, riconoscenza, affetto e soprattutto grande rispetto.

Nato a Tivoli, a due passi da Roma, l’8 aprile del 1938, Paolo Carosi cresce nelle giovanili della squadra locale facendo tutta la trafila. Quando arriva in prima squadra, viene notato da un osservatore della Lazio che lo porta alla corte di Fulvio Bernardini. E’ l’estate del 1958 e Carosi viene aggregato alla prima squadra che vince la Coppa Italia, anche se lui è costretto ad osservare dalla tribuna le imprese di Lovati, Janich, Tozzi, Prini e Bizzarri. “Fuffo”, per i primi mesi lo studia, poi a campionato già deciso, il 19 aprile del 1959 lo fa esordire in serie A, all’Olimpico contro l’Alessandria. Nonostante l’esordio infelice per la Lazio, sconfitta per 2-0, Carosi si merita un posto da titolare in tre delle ultime sei giornate di campionato. Carosi ottiene la conferma, gioca un’altra stagione da “apprendista” (9 presenze), ma il suo modo di giocare conquista i tifosi. E’ un mediano di quantità più che di qualità, uno di quelli che non tirano mai la gamba indietro, che le danno e le prendono. Con l’ironia tipica dei romani, viene chiamato dai tifosi il “barone”, un soprannome che gli resta attaccato per tutta la vita, come una seconda pelle. Nell’estate del 1960, la Lazio paga a caro prezzo la crisi economica che affligge da anni la società, il mercato è fallimentare con la “bufala” Guaglianone come unico acquisto e la squadra sconta in campionato le scelte estive. Paolo Carosi diventa titolare, gioca 22 partite, si batte come un leone, ma il divario tra la Lazio e le altre squadre è enorme, ed arriva inevitabile la retrocessione. Per il “barone”, l’unica soddisfazione di quella stagione è legata al primo gol segnato in serie A, il 19 febbraio del 1961, nella vittoriosa trasferta di Napoli, unico acuto insieme al successo nel derby di ritorno di una stagione da dimenticare, chiusa all’ultimo posto in classifica.

La stagione successiva, in serie B, Carosi è uno dei punti fermi della squadra, uno dei protagonisti della beffa subita al Flaminio, quando l’arbitro Rigato non vede il gol segnato da Seghedoni che su punizione sfonda la rete della porta napoletana. Un gol fantasma che costa alla Lazio la promozione. L’anno successivo, dopo due partite di campionato, per motivi di bilancio il presidente Siliato decide di spedire Carosi a Udine nel mercato autunnale. Un esilio breve, perché a fine stagione la Lazio torna in serie A e il “barone” torna a casa. Con Juan Carlos Lorenzo, vive una prima stagione di alti e bassi, ma colleziona comunque 18 presenze. Quando il tecnico argentino consuma il suo “tradimento” passando sulla panchina della Roma, con l’arrivo di Mannocci sulla panchina biancoceleste Paolo Carosi diventa un punto fermo della squadra. Salvezza tranquilla, ma il tracollo è dietro l’angolo. Nella stagione ’66-’67, la Lazio retrocede nuovamente, ma per Carosi è la stagione della consacrazione: gioca 33 partite su 34 e, soprattutto, è protagonista di un episodio che non ha precedenti nella storia del calcio italiano.
Il 16 ottobre del 1966, la Lazio è di scena a San Siro, contro il Milan. A due minuti dal termine, i rossoneri sono in vantaggio per 2-1, grazie ai gol di Rosato e Rivera e il gol della bandiera segnato da Bagatti. L’arbitro Aragonese, guarda male il cronometro e fischia la fine della partita con due minuti d’anticipo. Carosi, insieme ad un paio di compagni di squadra si dirige a testa bassa negli spogliatoi e si infila sotto la doccia. In campo, però, molti giocatori della Lazio e tutta la panchina si accorgono dell’errore, circondano l’arbitro Aragonese, che dopo un po’ si consulta con i guardalinee e riconoscendo l’errore riconvoca in campo le due squadre. Carosi viene richiamato di corsa e tutto bagnato si infila nuovamente la tenuta da gioco e sollecitato dai giocatori e dai dirigenti del Milan (la società rischia la ripetizione della partita per errore tecnico e quindi di veder sfumare la preziosa vittoria) rientra in campo con gli scarpini slacciati. Aragonese fischia la ripresa del gioco, Carosi si ritrova in posizione avanzata, insolita per lui, e quando gli arriva il pallone tra i piedi lo serve di prima a Bagatti che trova un varco in area e segna il gol dell’incredibile 2-2, tra la disperazione dei milanisti e l’incredulità dei compagni in campo e dei tifosi laziali presenti sugli spalti di San Siro.

Nell’estate del 1968, dopo un campionato anonimo di serie B e 197 partite giocate con la maglia biancoceleste, arriva il divorzio tra il “barone” e la Lazio. Carosi va a Catania, poi va a chiudere la carriera a L’Aquila. Appesi gli scarpini al chiodo torna a Roma e dopo un colloquio con i dirigenti della Lazio diventa allenatore della squadra “Primavera”. E qui inizia la sua avventura più bella. Nel 1975, ha tra le mani una squadra fantastica, con Giordano e Manfredonia che fanno la spola tra la “Primavera” e la prima squadra, con Di Chiara e Agostinelli quasi pronti per il grande salto, con Montesi e De Stefanis che promettono bene. Tutti ragazzi destinati a giocare tra i professionisti. Con quella squadra e con un fuoriquota del valore di Vincenzo D’Amico, a maggio del 1976, davanti a quasi 50.000 spettatori, la Lazio prima batte la Roma in semifinale, poi conquista lo scudetto sconfiggendo nella doppia finale la Juventus. Per il “barone” è la definitiva consacrazione, l’occasione per fare il grande salto. Superato a pieni voti il supercorso di Coverciano, viene chiamato dall’Avellino, poi allena per tre stagioni la Fiorentina, va un anno a Cagliari e poi un anno a Bologna. Nel 1983, Giorgio Chinaglia lo richiama a Roma, affidandogli la squadra a stagione iniziata. Prende il posto di quello che era stato il suo successore alla guida della “Primavera”, Giancarlo Morrone, suo ex compagno di squadra. Alla fine del girone d’andata, la Lazio è praticamente spacciata: ha appena 9 punti in classifica e per giunta è  “orfana” dell’allievo preferito di Carosi, Bruno Giordano, che il giorno di Capodanno si è fratturato una gamba ad Ascoli. Ottenere la salvezza in queste condizioni sembra un’impresa disperata. Carosi lo sa e tenta il tutto per tutto: convince la squadra ad andare in ritiro fino al termine della stagione, vincendo le resistenze di alcuni, Laurdup in testa, poco abituati a stare per tanto tempo lontani da casa. La rincorsa della squadra è incredibile, come il recupero di Giordano che per amore della Lazio e del suo antico maestro rientra con una gamba ancora malandata. Al suo rientro, Bruno segna il 21 aprile del 1984 il gol che apre alla Lazio la strada verso una vittoria decisiva con il Napoli, poi esultando quasi sviene per la tensione e il dolore. E sempre Giordano, con una doppietta all’ultima giornata a Pisa, mette la firma in calce alla salvezza della Lazio e alla grande impresa di Carosi. Chinaglia lo conferma a furor di popolo, ma qualcosa si è rotto all’interno del gruppo, forse anche a causa di quei 4 mesi ininterrotti di ritiro. Dopo un derby perso in malo modo che costa l’eliminazione a sorpresa dalla Coppa Italia e le due sconfitte nelle prime due giornate di campionato contro Fiorentina e Udinese, Chinaglia decide di licenziare Carosi e  richiama a sorpresa dall’Argentina Juan Carlos Lorenzo. E’ la fine per la Lazio, ma è anche la fine del rapporto tra Carosi e la squadra della sua vita. Chiude la sua carriera ad alti livelli da allenatore a Monza, in serie B, poi ritorna a Roma. Il 15 marzo del 2010, è morto nella sua città, accompagnato nel suo ultimo viaggio da tutti i giovani che ha trasformato in professionisti e anche dall’affettuoso applauso di tutti i tifosi laziali che non hanno dimenticato quello che ha fatto il “barone” per i colori biancocelesti, sia alla guida della “Primavera” che alla guida della prima squadra in quell’incredibile stagione ’83-’84.




Accadde oggi 16.10

1921 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Vittoria 4-0
1927 Roma, stadio Nazionale - Lazio-Alessandria 0-1
1932 Milano, stadio Civico Arena - Ambrosiana-Lazio 1-2
1938 Bologna, stadio Littoriale - Bologna-Lazio 2-0
1949 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Roma 3-1
1953 Nasce a Briosco (MI) Giuliano Terraneo
1955 Roma, stadio Olimpico - Roma-Lazio 0-0
1983 Roma, stadio Olimpico - Lazio-NY Cosmos 3-1
1988 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Torino 1-1
1994 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Napoli 5-1
1999 Udine, stadio Friuli - Udinese-Lazio 0-3
2001 Roma, stadio Olimpico - Lazio-PSV Eindhoven 2-1
2005 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 1-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 16/10/2019
 

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