15 Giugno 2011

I nostri personaggi, la nostra storia: Fulvio Bernardini
di Stefano Greco

Se Sante Ancherani ha portato il calcio nella Capitale, Fulvio “Fuffo” Bernardini sarà per sempre un mito del calcio romano. La cosa triste, è che questo fuoriclasse nato e cresciuto nella Lazio e che ha regalato da allenatore ai colori biancocelesti il primo titolo della storia laziale (la Coppa Italia del 1958) è ricordato più sull’altra sponda del Tevere, dove non ha vinto nulla né da giocatore né da allenatore. Ma nonostante tutto gli hanno intitolato il centro sportivo della Roma a Trigoria, che si chiama “Fulvio Bernardini”. Anche questa è una delle caratteristiche della gente laziale, poco incline a perdonare chi esce dalla famiglia. Tranne rare eccezioni, infatti, tutti gli ex (soprattutto quelli importanti) quando tornano all’Olimpico da avversari sono sommersi dai fischi. E’ successo a Di Canio e Nedvěd, è successo anche ad Alessandro Nesta, il più grande talento sbocciato nel vivaio biancoceleste dai tempi eroici del grande Fulvio “Fuffo” Bernardini.
Nato a Roma il 28 dicembre del 1905, è registrato all’anagrafe solo il 1 gennaio del 1906, per fargli guadagnare un anno, perché in quell’epoca si usava fare così. Fulvio Bernardini è stato il primo giocatore “universale” del calcio romano e italiano. In seguito, qualcuno ha paragonato il suo modo di giocare a Falcao e a Veròn, perché abbinava grande dinamismo a una tecnica sopraffina, perché sapeva occupare qualsiasi ruolo a centrocampo e segnava quasi come un attaccante. Ma in pochi sanno che Fulvio Bernardini inizia la sua carriera da portiere. Alla “Rondinella”, ogni settimana si presentano dei ragazzi che chiedono di poter fare dei provini per essere presi dalla Lazio, tra questi, ad ottobre del 1919 arriva un ragazzino di 13 anni, ma da fisico imponente. Dice di aver giocato in porta nell’Aquila, una squadretta dell’epoca. Visto che a quei tempi non si respinge nessuno, il presidente Ballerini dà il permesso di farlo provare e Baccani gli consegna un paio di guanti. Bernardini si accomoda in porta e i giocatori titolari della Lazio cominciano a bombardarlo da ogni posizione, come si usa fare con le matricole. Risultato, alla fine dell’allenamento Fulvio Bernardini viene tesserato e il 19 ottobre del 1919, a 14 anni non ancora compiuti, viene schierato titolare contro l’Audace, nella prima partita del torneo dedicato alla memoria di Canalini. In campo, insieme all’esordiente Bernardini, c’è anche il mio pro-zio, Aldo Fraschetti. Questa la formazione della Lazio: Bernardini, Maranghi, Bona, Orazi, Faccani, Saraceni, Cella, Fraschetti, Consiglio, Raffo, Verini. Allenatore, Guido Baccani. La Lazio vince 3-1 e sempre con Bernardini in porta fa il bis battendo per 4-0 la Juventus e vince il torneo. Inizia così, con un successo, la carriera del “mito” Bernardini, che a gennaio del 1920 fa il suo esordio nel primo campionato italiano del dopoguerra a soli 14 anni. Bernardini difende per due anni la porta della Lazio, poi cambia ruolo e si sposta a centrocampo. Secondo alcuni, a causa dei quattro gol subiti in trasferta contro il Naples, secondo altri per le pressioni ricevute dalla famiglia dopo un brutto incidente in un derby romano con la Fortitudo. Questo il ricordo di Mario Pennacchia dell’ultima partita giocata in porta da Fulvio “Fuffo” Bernardini:
“Fulvio Bernardini para tutto sino ad esasperare gli stessi av­versari. Nel fango la partita è una battaglia, una serie indistinguibile di violenti corpo a corpo. Quel ragazzino in porta poi è un fenomeno: vola, si tuffa, respin­ge in tutti i modi, perfino con i piedi. E ai rossoblu, che pure vincono, scappa la pazienza. In una mischia Fulvietto si butta a pesce, agguanta la palla, ma viene duramente colpito alla te­sta dall'infuriato Montemezzi. I giocatori in campo e i tifosi sulle tribune si accapigliano, il gioco viene sospeso. II povero ragazzo, privo di sensi, viene sollevato e portato fuori dal cam­po. Per rianimarlo, non si sa come, viene pescata una bottiglia di cognac, nella gola dell'inani­mato Fulvio Bernardini ne viene versato un bicchiere”.
In realtà, come racconta in seguito lo stesso Fulvio Bernardini, a decidere il cambio di ruolo è Guido Baccani, l’allenatore della Lazio.
“Fu Baccani, che stravedeva per me– racconta Bernardini in un’intervista a Franco Melli – a tirarmi fuori dal teatrino della porta. Venne da me e mi disse che con i guantoni in mano in attesa dei rari tiri degli avversari ero sprecato, che dovevo portare le mie illuminazioni nel gioco. Io lo ringraziai. All’inizio mi ero arrangiato a fare il portiere pur di giocare, perché negli altri ruoli sapevo che la Lazio era copertissima, aveva bisogno solo di un portiere. La prima maglia da centrocampista, Baccani me la diede in occasione del derby di ritorno con la Fortitudo. All’andata il nostro centromediano titolare era stato espulso ed eravamo in piena emergenza. Vedendomi in mezzo al campo, all’inizio i tifosi e i giocatori della Fortitudo ridevano, ma dopo pochi minuti però capirono che non ero un mediocre tappabuchi. Iniziò così il mio ciclo felice a centrocampo e quello del riscatto della Lazio, che non doveva più inchinarsi davanti alla superiorità della Fortitudo di Degni, Sansoni e Attilio Ferraris”.
Fulvio Bernardini è l’artefice della rinascita della Lazio, guida la squadra verso la finale per lo scudetto persa con il Genoa, ma gioca talmente bene da ricevere i complimenti degli avversari e la convocazione in Nazionale. E’ il primo giocatore romano a indossare la maglia azzurra, anche se la sua esperienza in Nazionale è molto breve, a causa dei dissidi con il ct azzurro Vittorio Pozzo. Ma a Roma, Fulvio Bernardini è diventato un mito.Per capire il livello della popolarità di Bernardini nella sua città, riporto le parole di un suo biografo, Vit­torio Finizio, che una mattina si svegliò alle sei per riuscire a strappargli l'autografo (Fulvio infatti detestava il divismo e dopo le partite usciva dalla por­ta di servizio per evitare i fans che si presentavano con foglio e matita):
“Bernardini — ha scrit­to Finizio— ebbe unico e solo il distintivo di essere chiamato dal­la folla ‘Fulvio nostro’. Non ci fu un Attilio nostro e neppure un Guido nostro: ma solo lui, Ful­vio, fu decorato dalla medaglia dell'aggettivo possessivo dalla folla  romana. Lo  chiamavano Bernardini i soli ufficiali dello stato civile, più qualche serio commendatore che vagamente veniva interessandosi di pallone. Ma per la folla, per i tifosi, Bernardini era ‘Fulvio nostro’. E, in romanesco, Fuffo nostro”.
Bernardini gioca 100 partite con la maglia della Lazio e, pur avendo iniziato la carriera come portiere, chiude la sua avventura in biancoceleste con all’attivo ben 65 reti. Il matrimonio con la Lazio si chiude in malo modo nel 1926, quando “Fuffo” scopre di essere l’unico giocatore della Lazio a giocare solo per la gloria, mentre gli altri compagni prendono soldi sottobanco. Così, nonostante quel giuramento di eterna fedeltà alla Lazio che gli fanno fare davanti al padre in punto di  morte, Fulvio Bernardini prende le valigie e parte alla volta di Milano, ingaggiato dall’Inter. E anche in questo è un precursore: il primo giocatore del calcio romano chiamato a giocare con una grande del Nord. A Milano scopre Meazza e convince l’allenatore Arpad Weisz a lanciarlo in prima squadra. Dopo due anni a Milano torna a Roma, ma va a giocare sull’altra sponda del Tevere, nella neonata AC Roma, dove resta 11 anni, giocando 286 partite con 45 gol all’attivo. Da giocatore, non vince nulla, il primo successo lo coglie nella stagione 1955-1956 guidando la Fiorentina, prima formazione non milanese o torinese del dopoguerra a vincere lo scudetto. Ma il richiamo di Roma e della “sua” Lazio è troppo forte e nel 1958 torna, chiamato dal presidente Leonardo Siliato, che gli affida una squadra giovane che si è appena salvata dalla retrocessione solo grazie alla differenza reti e che ha appena perso la sua stella, Arne Selmosson, passato alla Roma. Nonostante la grave crisi economica, Bernardini chiede e ottiene di portare in biancoceleste Maurilio Prini, attaccante della Fiorentina che “Fuffo” ha guidato alla scudetto e a giocare una finale di Coppa dei Campioni contro il mitico Real Madrid. E la scelta si Bernardini si rivela azzeccata, perché è proprio Prini a segnare il gol che nella finalissima giocata all’Olimpico il 24 settembre del 1958 regala alla Lazio la Coppa Italia. E sul primo trofeo della storia biancoceleste, c’è in calce la firma di due miti della Lazio: Fulvio “Fuffo” Bernardini e Roberto “Bob” Lovati. Questa la formazione di quella storica finale: Lovati, Lo Buono, Janich, Carradori, Pinardi, Pozzan, Bizzarri, Tagnin, Tozzi, Fumagalli, Prini.
Come era successo da giocatore, anche da allenatore il divorzio di Bernardini dalla Lazio è traumatico. La società è in crisi economica, gli stranieri, al contrario del periodo viola, sono una palla al piede. Il campione brasiliano Tozzi viene allontanato per indisciplina e nel 1960, dopo due tornei dignitosi, il temerario tentativo di costruire una squadra giovane (Paolo Ferrario, futuro "Ciapina", è centravanti titolare ad appena diciassette anni) naufraga perché lo straniero "misterioso", il centrocampista uruguaiano Homero Guaglianone, si rivela una bufala colossale. Bernardini viene esonerato il 30 novembredel 1960,mentre la società è scossa da continue bufere. Il “Dottore” se ne va con grande amarezza, Roma evidentemente non gli porta fortuna. Dopo di lui, per la Lazio arriva il diluvio: la società viene commissariata in febbraio e poi, sotto la guida di Jesse Carver scivola per la prima volta nella sua storia in serie B. Bernardini, invece, va a Bologna a vincere il suo secondo scudetto da allenatore. Poi, anni dopo, guida la Nazionale della rinascita, dopo la figuraccia di Germania ’74. Tocca a lui mandare in pensione Rivera e Mazzola, gettare le fondamenta per la ricostruzione della Nazionale. Nel 1977 arriva l’esonero e i frutti di quel lavoro li raccoglie il suo allievo Enzo Bearzot, che con i giovani lanciati da Bernardini conquista un quarto posto al Mondiali del ’78 e poi vince il titolo Mondiale nel 1982.
Fulvio “Fuffo” Bernardini, è morto a Roma il 13 gennaio del 1984, stroncato dalla SLA, il morbo di Lou Gehrig, che dopo di lui ha colpito decine di giocatori di calcio in Italia.
       




Accadde oggi 19.12

1920 Roma, campo della Rondinella - Lazio-U.S. Romana 2-1
1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Atalanta 4-0
1948 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Modena 5-1
1954 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Napoli 2-1
1971 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Perugia 4-1
1982 Roma, stadio Olimpico – Lazio-Milan 2-2
1993 Lecce, stadio Via del Mare - Lecce-Lazio 1-2
1999 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Piacenza 2-0
2002 Empoli, stadio Carlo Castellani - Empoli-Lazio 1-2
2004 Udine, stadio Friuli - Udinese-Lazio 3-0
2007 Roma, Stadio Olimpico, Lazio-Napoli 2-1
2010 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Udinese 3-2

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Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 07/12/2018
 

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